sabato 12 dicembre 2020

fatevi i gatti vostri 1690 "il riposo del guerriero, la porka facile e il tocco divino"

Stavolta il titolo glielo affibbio io scimmiottandone lo stile. E' affranto, sdraiato sul divano con Balena al fianco destro, Emma al sinistro e Cice sulle ginocchia. In mano un pettine, che avrà cento anni, col quale distribuisce un colpo al lungo pelo della gemella artica (ci siamo convinti che sia una gatta delle nevi) ed uno alla propria barba, che doveva essere un esperimento di fine estate e invece gli è rimasta appiccicata al mento alla stregua di un edera. Zia Holly ha dato il placet. "Almeno adesso è diventata morbida e non mi escoria il viso. Quando mi baciava da rasato, era un guaio perché se si rade al mattino, alla sera ha già la carta vetrata sulle guance con gli immaginabili danni per la mia pelle". In effetti  questo pizzo robusto e bianchissimo non gli sta male, gli conferisce  un' aria da  vecchio paladino di Carlo Magno. Adagiato così  sul sofà, con l' aria sofferente, dopo l' immane fatica sostenuta nel redigere ben tre post, mi ha fatto pensare al riposo del guerriero. La porka facile, come la chiama lui, fa parte di un repertorio tradizionale italiano di matrice abruzzese ed è uno dei pezzi più agili e di migliore effetto da suonare con l' organetto, con la fisarmonica ed anche con l' armonica a bocca.

Zanza mi ha procurato un reperto rarissimo che, con pazienza certosina, è riuscita a ripulire da fruscii e imperfezioni. Pensate che era una registrazione  del 1970 nella quale Dino  si esibisce in alcuni virtuosismi con la vecchia fisarmonica di Nado, uno strumento che all' epoca faceva da vera orchestra quando in veranda si ballava e, lasciata Nara e la moglie al bancone, Nado si adoperava a fare l' one man band della situazione. Fu lui a far sbocciare l' amore tra  Dino e i tasti bianchi e neri. All' epoca, infatti, il Ciampi   non aveva ancora fatto il conservatorio , prediligeva la chitarra, e si ispirava davanti al poster di Jimmy Endrix. "Quando però uno ha il "dono", qualunque cosa prenda in mano la fa parlare" osserva lo zio "E quell' essere insopportabile, quella incredibile ca'ata d'omo, qualunque cosa pigliasse in mano pareva d'esse in cielo, ne posti di prima fila, quando tutti ascortano la musica divina. S'aveva quindici o sedici anni e mi ricordo che quando Dino dava  r cambio a Nado e pigliava la fisarmonica, che un era nemmeno eccezionale pe qualità, tutti i meglio ballerini avevano uno sguardo impaurito perché luilì aveva na velocità ne diti che io un' ho mai visto a nessuno. Sonava senza guardà niente co tutte e due le mani che sembravano mosse dar padreterno e un tempo assolutamente  perfetto anche a quelle velocità assurde. Se Dino avesse avuto cervello o fosse andato indove il talento s'apprezza e un ci son baroni e baronetti che ti tappano la strada, avrebbe avuto un successo armeno pari a quello che ha avuto Bocelli ner canto. Lui però un si degnava oppure, a volte, era sprezzante e diceva 'io prima di fammi giudicà da lorolì e li voglio sentì sonà dé. Poi se ce n'è armeno uno che  sona meglio di me, allora mi metto anche n ginocchioni. Se però e l' han messi lì per giochi di carriera  o pe titoli ereditari possano andà n culo e da subito e quando arrivano n' culo presentassi e dì che ce l' ho mandati io'.  Meno male che al conservatorio trovò gente consapevole d' avere d'avanti un talento. Sregolato, difficile, matto forse ma di  razza come di  razza fu l' altro grande Ciampi livornese, Piero, che fori che Nada e pochi altri un lo volle capì nessuno". 

Ha ragione. Zia Holly mi ha raccontato che la prima volta che Dino la accompagnò al piano in una cantata ebbe la sensazione che le note del piano le battessero nel petto e gli dessero l' intonazione perfetta, cosa che non aveva mai provato con altri pianisti

Martina l' altro giorno parlando di musica e del Ciampi, faccio osservare che Martina esce dal conservatorio con la lode ed è maestra anche lei, mi diceva. "Vedi Dani io posso tranquillamente eseguire qualsiasi cosa. Posso comporre e arrangiare ma se Dino decide di interpretare Mozart o Chopin o qualunque grande autore a modo suo, ne sorte fori qualcosa di così novo e bello che piacerebbe anche a quegli autori se lo ascoltassero e forse direbbero: vedi noi gli abbiamo creato le ali e lui vola". 

Mi è piaciuta così tanto questa frase di Marti che me la sono appuntata per riportarla alla prima occasione.

Ecco dunque il Ciampi in una virtuosa esecuzione della Campagnola forse la polca più italiana che c'è.


Quanto al film oggi è il turno di Mirai che accompagno con un altro film di animazione richiesto ieri da Eliana. In cineteca dopo le 11:30. Commenti da my movies.  Doppio dono dunque ma è quasi Natale e tutti ci sentiamo più buoni, speriamo che questa ovvietà che ho scritto valga anche per il Corona virus.

Buona giornata a tutti

Dani

OSCILLANDO TRA REALTÀ E FANTASMAGORIA, UN FILM 
CHE NON MANCA DI 
SEDURRE I PIÙ GRANDI.
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 18 maggio 2018

Kun ha quattro anni e un'infanzia felice. Almeno fino a quando non arriva Mirai, la sua sorellina. Geloso fino alle lacrime, Kun cerca tra capricci e ricatti di attirare l'attenzione dei genitori, monopolizzata dai bisogni primari di Mirai. Il suo unico rifugio al disappunto è il giardino di casa dove accadono ogni giorno prodigi straordinari. Ai piedi di un grande albero genealogico e magico, Kun fa la conoscenza degli affetti più cari, colti in età diverse della loro vita: la madre bambina, la sorellina adolescente, il nonno ragazzo, il padre fanciullo. In un viaggio tra passato e futuro, Kun scopre la sua storia e trova il suo posto nel mondo. Un posto che comprende anche Mirai.

Mettere in scena l'infanzia è una prerogativa dell'animazione giapponese, una predisposizione naturale dei suoi animatori.

Quelli di ieri come quelli di oggi, a cui appartiene Mamoru Hosoda, cresciuto intrepido all'ombra tutelare di Hayao Miyazaki e impostosi come referenza con Summer Wars e Wolf Children. Il suo eroe è un bimbetto di pochi anni ben accomodato tra mamma e papà, centro di tutte le loro cure e di tutte le loro preoccupazioni. Ma poi Mirai viene al mondo e la musica cambia per lui.

Attraverso un processo emozionale che conduce Kun dal rifiuto all'accettazione, Mirai no Mirai 'disegna' la creazione della sua relazione affettiva con la sorellina 'importuna'. Oscillando tra realtà e fantasmagoria, tra quello che il bambino vive e quello che sente, il racconto di formazione di Mamoru Hosoda accumula i piccoli gesti (scendere le scale, andare in bicicletta, reclamare l'attenzione degli adulti, strillare fino alla collera), le osservazioni e le espressioni dell'infanzia componendo un preciso comportamento infantile. Una rassegna delicata di piccoli movimenti e di azioni che non lasciano il perimetro della casa ma prendono respiro col décor urbano e i viaggi spazio-temporali di Kun, che incontra la giovinezza di suo nonno o l'adolescenza di sua sorella. Confrontandosi con loro, imparando da loro, sbagliando con loro, riesce a ritagliarsi uno spazio in seno alla famiglia, il cui centro di gravità si è spostato senza preavviso.

L'albero piantato al centro del loro giardino diventa il simbolo di tutta la storia passata e futura della famiglia di Kun. Dentro quella storia avanza l'apprendimento del protagonista che ha un carattere di reciprocità. Se il bambino impara a condividere, i genitori apprendono sperimentando il loro ruolo di educatori.

L'infanzia per Mamoru Hosoda non descrive soltanto una stagione della vita ma anche il procedere a tentoni delle prime volte. Pensato specificamente per l'infanzia, Mirai no Mirai non mancherà di sedurre i più grandi, accompagnando il suo piccolo eroe piagnucoloso e collerico verso le gioie dell'indipendenza. 

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FAVOLA INIZIATICA SULLA
RELAZIONE INFANZIA E 
SOGNO CHE RACCONTA 
L'ESORDIO ALLA VITA DI 
UNA RAGAZZINA.
Recensione di Marzia Gandolfi
lunedì 4 giugno 2018

Mary ha undici anni, capelli rossi e tanta voglia di avventura. Ospite estiva nella casa di campagna della vecchia zia, si annoia e combina guai suo malgrado. In un giorno più pigro degli altri, un gatto misterioso la conduce nel cuore della foresta dove trova e coglie un fiore magico che le dona il potere di volare a cavallo di una scopa. Al di là delle nuvole scopre piena di stupore il palazzo di Endor, una scuola di magia dove viene accolta come un'eroina. Apprezzata per il colore fiammante della chioma e per capacità che ignorava di avere, scopre a sue spese che tra le mura del prestigioso edificio cova un terribile segreto.

La storia di Mary e il fiore della strega debutta con una caduta per raccontare meglio di un volo.

Per raccontarci l'esordio alla vita di una ragazzina, la difficoltà di conquistare la propria indipendenza e l'indispensabile sforzo di integrazione in un universo sconosciuto. Tutto è riferito con sensibilità e tenerezza, mescolando in un calderone stregato quotidiano e meraviglioso. Dopo un prologo burrascoso, la fuga rocambolesca di una strega dalle mura di Endor, il racconto ritorna su un territorio più battuto, da qualche parte tra l'eredità dello Studio Ghibli e l'universo celebre dell'accademia di magia. Adattamento del romanzo fantastico di Mary Stewart ("The Little Broomstick"), Mary e il fiore della strega è il primo film dello studio di animazione Ponoc.

Hiromasa Yonebayashi, discepolo ambizioso e dotato di Hayao Miyazaki, prova a emanciparsi dal Giappone e dal suo folklore, avvicinando gioiosamente l'immaginario occidentale di Lewis Carroll e di J. K. Rowling. La scuola di magia di Endor contiene di fatto creature e chimere fantastiche lontane dall'animismo e il bestiario popolare di Miyazaki (La città incantata). Senza rinnegare lo spirito Ghibli, Yonebayashi elude la maniera arcaica che faceva la bellezza del cinema di Miyazaki: quel carattere nipponico espresso attraverso la prossimità del quotidiano, l'effluvio di nostalgia, il senso dei luoghi e del tempo che passa e la costante ricerca di purezza attraverso l'infanzia e la natura.

Favola iniziatica sulla relazione infanzia e sogno, Mary e il fiore della strega si presenta tuttavia sotto il doppio segno del rinnovamento e della continuità. Vicino per prossimità tematica alle prime opere Ghibli, soprattutto a quella abitata da una piccola strega di nome Kiki, che scopre il mondo facendo consegne a domicilio su una scopa (Kiki - Consegne a domicilio), il nuovo film di Yonebayashi privilegia il disegno a mano ed è (anche) per questo visivamente sontuoso. La tecnica conferisce al film la sua bellezza organica e carica ogni movimento o alito di vento di una forza ipnotica. La complessità della sceneggiatura, fondata sulla lotta tra il bene e il male e il confronto tra passato e presente, si affida a un crescendo spettacolare che distilla incanto e humour.

Pieno di foga e fluttuazione, percorso dal soffio dell'avventura e di un'innocenza contagiosa, Mary e il fiore della strega è a immagine della sua eroina dal nome inglese come Arrietty (Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento) e Marnie (Quando c'era Marnie) prima di lei. Hiromasa Yonebayashi conferma la sua attrazione fatale per il mondo anglosassone a cui i suoi personaggi e i suoi décor fanno per la terza volta riferimento. Più prudente e meno audace dei lavori precedenti, forse per correggere lo scacco della sua Marnie, capolavoro emotivo e convalescente dalla narrazione dotta e audace, per il suo primo film indipendente (dallo Studio Ghibli) l'autore non cerca di impressionare. Con Mary e il fiore della strega approfondisce piuttosto le zone limpide del suo universo producendo un nuovo incantesimo plastico e geografico, come la casetta isolata tra le nuvole, bolla meravigliosa ubicata nello spazio-tempo.

Se in alcuni momenti il suo anime sembra seguire i passi di Harry Potter, si rivela presto il suo contrario. La scuola di Mary è ben più insidiosa coi suoi sapienti folli al posto di dotti professori con le barbe bianche. A differenza di Harry, Mary è tutt'altro che diligente e studiosa. Piena di buone intenzioni, avanza a colpi di disarmante ingenuità, curiosità e trasgressione. L'avventura di Mary comincia e finisce marinando la scuola, trasgredendo le regole, doppiando le gerarchie, passando bruscamente dalle nuvole alle ombre boschive, dove da sempre streghe e stregoni si riforniscono di erbe velenose o guaritrici. 

7 commenti:

  1. A R E A __ C O M U N I C A Z I O N E__ R E D A T T O R I __B L O G
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    Redazione: Dani Venezia on line dalle ore 16:00 alle 20:00

    www.esserinoebalena.blogspot.it

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  2. Il vostro blog mi ha ispirato una lettura particolare che ho denominato lo sdoppiamento dell' eroe. Che ne pensate ci sono vicino o è semplice traveggolite. Questo pezzo sul Ciampi me ne ha dato lo spunto anche se qualcosa mi era balenato davanti anche nei primi numeri di tanti, troppi anni fa.
    Dino suona benissimo anche la fisarmonica ma penso che riuscirebbe a trasferire il proprio talento anche su un tamburo di latta per bambini.
    Grazie per i film.
    Giovanni Martinelli

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    1. Confesso candidamente di non aver capito la domanda l' unico parallelismo che riesco a fare attingendo ai poemi omerici è tra eroi assistiti dagli dei ed altri prettamente umani
      come Ulisse Enea ma in fondo qualche divinità dietro le spalle l' avevano anche loro.
      Mi illumini e sarò felice di verificare la sua ipotesi
      Dani

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  3. Oh povero Dante ma che fatiche gli fate fare? E dica sire quando si degnerà di mostrarci quella barba bianca che a Natale s'intona con tutto? Su Dino mi avete riconfermato ciò di cui ero convinta un vero outsider. Grazie per i filmetti e una richiesta: Mistero a Crooked House.
    Buon week end
    Patty

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    1. Sarà fatto Patty, come va con la salute e il lavoro?
      Bacioni Dani

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  4. Un doppio cartone giapponese lo trovo un pensiero davvero carinissimo da parte vostra ❤️💙❤️
    Per continuare con le richieste, vorrei passare al versante comico: Mezzogiorno e mezzo di fuoco, che imperdonabilmente non ho mai visto, Morto uno Stalin se ne fa un altro (giurano che è comico. Un pelino noir, probabilmente 🤔) e Matrimoni e pregiudizi

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