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venerdì 16 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1811 "L' occhio della zia"

Superfluo dirvi che lo zio è rimasto commosso per gli entusiastici apprezzamenti che avete tributato a "una strada che si chiama Laura".

E' raro che lui vada a rileggere i post, così sono sempre io che gli dò notizie di voi, delle richieste, delle eventuali critiche o lodi al nostro operato. Ieri stava sistemando i pezzi dei suoi scacchi su un grazioso tavolinetto da gioco che ha appena restaurato. Lo avevamo rimediato io e la zia nella cantina di una casa dove avevamo fatto vari viaggi per un piccolo trasloco. In realtà tutta la roba  presente in quella casa era stata comprata in blocco da uno svuota soffitte e cantine che ha il suo magazzino di rivendita  in terraferma. Di rigattieri e mercatini di usato ce ne sono almeno una decina tra Mestre e Marghera, alcuni si sono organizzati in vere e proprie catene di franchising e prendono la maggior parte degli articoli in conto vendita ricevendoli direttamente dai proprietari che desiderano disfarsene realizzandoci su qualche cosa. Non sono il genere che amiamo maggiormente, noi prediligiamo quelli che ammassano montagne di roba nei loro depositi e talvolta anche all' aperto col conseguente deterioramento. Da questi ultimi si fanno gli affari migliori perché, nella maggior parte dei casi non pagano la roba che sgomberano da locali,che, magari, devono esser resi vuoti al più presto per un nuovo affitto o per dei lavori da eseguire. Così spesso fanno lo sgombero in cambio della roba presente o, se la roba è di scarso valore ricevono oltre ad essa anche un compenso in denaro. Dato che la roba costa loro poco son soliti fare prezzi abbordabilissimi perché la logica del loro commercio non è tanto quella di dare la corretta stima a ogni pezzo in loro mano quanto quella che si sostanzia in "pochi, maledetti e subito" perché la roba deve entrare ed uscire rapidamente dal magazzino per lasciare il posto a nuovi arrivi. Ovvio che Venezia rappresenti per questi mercanti un terreno ostico perché se tutti hanno un furgone o un camioncino quasi nessuno possiede una barca da carico. Quasi ognuno di loro, però, conosce zia Holly e quando hanno un discreto affare per le mani in qualche dimora o negozio veneziano ci chiamano per il trasporto della roba almeno fino a Piazzale Roma dove possono raggiungerci coi loro mezzi su ruote. Spesso ci commissionano addirittura di recapitare il carico fino a Mestre, che è raggiungibile via acqua da Venezia per mezzo del Canal Salso. Preferiscono questa soluzione perché in Piazzale Roma la sosta è difficoltosa, e quella abusiva è pesantemente sanzionata. In uno di questi traslochini la zia adocchiò il tavolino e chiese al rigattiere se glielo volesse cedere. Viste le pessime condizioni dell' oggetto, questi si accontentò di venti euro da scalare sul compenso della zia per il trasporto della roba. Io pensavo che non avesse fatto un buon affare, il tavolino era stato esposto all' acqua, la vite che fissava il piano era piegata e la filettatura tutta corrosa, il piano di gioco, che aveva una bella scacchiera a intarsio, era decolorato dall' acqua e molte tessere dell'  intarsio si erano rigonfiate e staccate. Uno dei due cassettini porta pezzi era rotto e mancavano almeno metà delle pedine.


" Spero che Dante lo possa sistemare, glielo vorrei regalare-  aveva detto la zia-  è messo bene nei preliminari del campionato europeo per corrispondenza e se fa un buon piazzamento gli chiederanno una foto. Pensa come starebbe bene seduto davanti a questo tavolinetto d'epoca, in posa da pensatore che si accarezza la barba". E aveva riso di gusto immaginando la scena.

Quando lo zio lo vide fece un aria dubbiosa: "boia dé l' hanno tenuto a mollo" commentò. Poi passò un pò di liquido apposito su una parte per vedere i danni fatti dalla salsedine e disse: "Si pole fare, ci vorranno diverse bestemmie e un po' di tempo ma dovrebbe tornare bellino"

Lo ha terminato e questo è stato il risultato, con i pezzi  che lui aveva già nel suo sacchetto da gioco, si presenta così




E in contemplazione della sua opera lo ho trovato quando mi sono presentata a lui per  leggergli i commenti al raccontino di ieri.

"Boiadé! Per così poco m'han fatto tanti comprimenti! E sì che è na storiellina banale d'un ragazzotto impacciato, penza un po' se gli raccontavo di quando Beppino Trentacinque s' accoppiò coll' elefantessa del circo Sogni, e mi davano il Pulizzer mi davano lorolì".

Questa ce la racconterà un'altra volta perché temo non sia elegante né lieve.

Buona giornata a Tutti

Dani

Il film odierno ci era stato richiesto a proposito del pulp di Tarantino ed è proprio quel Pulp Fiction che tanta notorietà gli ha dato. Stiamo recuperando i film di kill bill che ci erano stati richiesti e che avevamo pubblicato nell' agosto del 2020 parlando del restauro di una katana che lo zio aveva fatto. Con un po' di pazienza riusciremo a trovare i canali che ne consentono la visione tv o streaming. Abbiate fede.


UN CAPOLAVORO POP CHE 
FINISCE PER DAR NUOVA 
VITA A SITUAZIONI CINEMATOGRAFICHE 
ULTRA-CLASSICHE.
Recensione di Marco Chiani

Los Angeles. Due rapinatori, Zucchino e Coniglietta, decidono di mettere in atto il prossimo colpo nella caffetteria in cui stanno facendo colazione. I killer Vincent Vega e Jules Winnfield recuperano una valigetta dal contenuto segreto, puliscono la loro macchina insozzata del sangue di uno spacciatore con l'aiuto di Mr. Wolf e finiscono nel locale della prima storia. Vincent Vega deve portare a ballare Mia, la moglie del boss Marsellus Wallace, dalla quale è subito attratto. Il pugile Butch dovrebbe cadere al tappeto in un incontro truccato, ma l'orgoglio glielo impedisce.
Opera spartiacque nel cinema degli anni Novanta, Pulp Fiction ha rivelato al mondo il talento di Quentin Tarantino, già regista del pregevole Le iene e sceneggiatore per Tony Scott (Una vita al massimo) o, in quello stesso memorabile anno, per Oliver Stone (Assassini nati). Tanto la consacrazione a Cannes, dove fu premiato con una meritata Palma d'oro, quanto l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, da dividere con l'ex amico Roger Avary, poco rendono l'idea dell'influenza avuta da un film-fenomeno che è stato in grado di attuare una vera "tarantinizzazione" del modo di raccontare su grande schermo. Con una capacità incomparabile di mescolare alto e basso, generi e loro riscrittura, il regista poco più che trentenne orchestra un capolavoro pop fatto di citazioni e rimandi interni con il fine primo di traghettare lo sguardo in un gioco, di godibilissima fattura, in cui la forma della "digressione" la fa da padrone, dando nuova vita a situazioni cinematografiche ultra-classiche. Il divertimento si mescola alla violenza efferata, moltissime all'epoca le polemiche che seguirono a ruota il successo, il dialogo brillante alla drammaticità delle situazioni messe in scena (su tutte una folle sequenza ambientata nel retro di un negozio di pegni), mentre il tempo e lo spazio subiscono giravolte, facendo chiedere di continuo allo spettatore a che punto e in quale luogo ci si trova nella complessità della storia.
A partire dal titolo riferibile a quelle riviste popolari ("Pulp Magazines") sulla cui carta scadente erano raccontate novelle dei generi più disparati, dal poliziesco allo sportivo fino al western, Pulp Fiction frulla insieme stimoli della cultura popolare e del cinema di tutte le latitudini: dagli incastri di Robert Altman agli umori neri di Martin ScorseseSam Peckinpah e Arthur Penn, dalla violenza coreografata di Sergio Leone e John Woo fino a quel "poliziottesco" italiano, con Fernando Di Leo e Enzo G. Castellari in testa, di cui Tarantino è da sempre fanatico.
Tra le sequenze entrate nella storia citiamo il ballo tra Vincent Vega e Mia Wallace al "Jack Rabbit Slim's" sulle note di You Never Can Tell di Chuck Berry. Colonna sonora epocale e attori, quasi tutti, in stato di grazia. Ottima la fotografia di Andrzej Seku?a. Un cult. 

CON PULP FICTION TARANTINO SI AFFERMA COME UNA REALTÀ DEL CINEMA INTERNAZIONALE.

Alcune situazioni si intrecciano: ci sono due rapinatori alla Bonnie & Clyde che assaltano un ristorante. Ci sono Vincent e Jules (Travolta e Jackson), killer verbosi, pedanti e crudelissimi. C'è Butch (Willis), un pugile che bara in un incontro, per vincere le scommesse. C'è anche una parte per Keitel, virtuoso e grottesco. Vediamo il simpatico Travolta, morto ammazzato, rispuntare alla fine. Tutto il film vive sui contrasti: i personaggi parlano continuamente di argomenti "minimi e minimali". Discorsi di minuti sulla differenza fra la "pancina" e la "pancetta" delle donne o su un certo "massaggio ai piedi", seguiti da un'improvvisa esplosione di violenza. Un tempo per costruire e un tempo per esplodere. Straordinarie alcune sequenze, come quella in cui John Travolta, già principe ballerino ora fin troppo imbolsito, balla il twist maldestramente. O quella in cui la Thurman è vittima di un'overdose e viene salvata con un'inezione al cuore. È anche vero che la grande violenza viene sempre "corretta" da una soluzione ironica. Il trentatreenne Tarantino, dopo l'esordio col chiacchieratissimo Le iene, divenuto una sorta di re Mida delle sceneggiature (fra cui il celeberrimo Assassini nati di Stone), è ormai una realtà del cinema internazionale. I grandi nomi presenti nel cast hanno lavorato praticamente gratis pur di essere nel film, com'era successo con gli ultimi lavori del maestro Altman. Tarantino, perfetto conoscitore di tutte le pieghe del cinema (da Godard agli ex pubblicitari), è furbo e genialetto. Tutto è perfetto, ambizioso e intelligente.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

4 storie di violenza s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: 1) due balordi (Roth, Plummer) si accingono a fare una rapina in una tavola calda; 2) due sicari (Travolta, Jackson) recuperano una valigetta preziosa, puliscono la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello di un uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto di Mr. Wolf (Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare nella tavola calda della rapina; 3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare Mia (Thurman), moglie del capo (Rhames), ma lei va in overdose; 4) il pugile Butch (Willis) vince un incontro che doveva perdere e scappa con la borsa. Ispirato a quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines , il 2° film di Q. Tarantino (1963) procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male. Vietato in Italia ai minori di 14 anni. Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary).


giovedì 15 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1810 " Una via che si chiama Laura " racconto di Dante Davini Diversi

Lo zio Dante c'è rimasto un po' male nel leggere un mio scritto nel quale dicevo che bisognava pregarlo troppo per avere qualche suo contributo per il blog e mi ha detto: " Vedi Dani, non è che non abbia voglia di raccontare, è che le cose che mi vengano con immediatezza, senza eccessiva perdita di tempo, mi sembrano  troppo autobiografiche, un vorrei che resultassero noiose". 

Ho replicato che nessuno dei lettori aveva mai messo in evidenza qualcosa di simile e che poi le sue non erano le mere descrizioni della sue vicende vissute ma dei veri e propri racconti.  Poco importa, secondo me, che siano in prima persona dato che le cose narrate non ricalcano la stomachevole monotonia di fatti, oggetti e situazioni messi in mostra dai resoconti dei tanti comunicatori dei fatti propri o degli influencers omniresenti in rete. I suoi erano in fondo racconti di vita nei quali tutti si possono più o meno rivedere, dai quali si possono ricavare valori ormai dimenticati dai più e poi così ben arricchiti delle descrizioni di personaggi da favola. Alla fine si è fatto convincere a leggere un raccontino che io avevo trascritto tempo fa dalla sua viva voce, mentre me lo raccontava in maniera estemporanea. E' riuscito anche ad inserirlo adeguatamente nel tema odierno del post ovvero nella presentazione di un film che riprende un po' il filone di alcuni tra quelli di Woody Allen. Ne ho fatto un audio breve, poco più  di 15 minuti.   

Così potrete ascoltarlo o leggerlo, a seconda delle vostre preferenze.. Buon ascolto e buon Giovedì

Dani

Una Via che si chiama Laura (Firenze 1974)

Woody ci aveva deliziato a tempi der cineforum, dei cinema d'essay e dell' Universale, parlo di quello in via Pisana, a Firenze, dove mi ero trasferito a studiare . Oggi unè che mi garbi un granché ma allora un ne perdevo uno de su filmi! Anche perché  mi facevano ride e all' esame di Storia der Cinema m' aveva fatto piglià un ber voto con Pio Baldelli che allora teneva la cattedra di quella disciplina presso la facoltà di Scenze Politiche, in via Laura (esiste davvero potete controllà nelo stradario) una strada che m'è rimasta nel cuore pe tre motivi che potrei abbinare a tre forti molle  emotive dela mi vita: 

La  prima è la mi passione pe le arti. Ir cinema per me è arte a pienissimo diritto e credo che un ci sia bisogno di dilungammmi in prove relative a questa affermazione.

Numero Due: La disperazione e la resistenza

Era il 74. M' ero ammalato a causa d'una infezione virale ar sangue, indove l' avesi presa un ho idea. Al centro medico universitario, in via Giusti, dove per fortuna un si pagava se s'era studenti, incappai ner Prof. Citi che mi visitò mi fece fa l' analisi adeguate e poi mi disse: "hai culo bambino che hai un fisico fori der normale senno erì digià a Trespiano". 

A Trespiano magari anche  no, col cazzo che mi c' avrebbero seppellito quelli del Bar Nado ma sparso in mare da Calafuria o dal Romito dopo na bella abbrustolita al forno di Livorno quello temo sarebbe stato il mi destino senza quel po' di culo che a volte nela vita ci vole. Mi fece fare dele punture ndovenose nell' immediato e poi ne dovetti fare un par di scatole intramuscolari e siccome un avevo un centesimo per fammele fa da n' infermiera a pago e un avevo forza nele gambe pe andà a fammele a fa gratisse ala mutua, imparai a bucammi r culo da solo e difatti anche adesso quando mi toccano le punture intorno ale mi mele ci gira solo la mi mano. Siccome un ce la facevo nemmeno  ad andare alla mensa universitaria, per la quale avevo i boni già pagati 'n anticipo, andetti fino all' alimentari più vicini. Erano a metà di via dell' Agnolo e coi pochi spiccioli che avevo comprai 5 chili di farina 2 chili di pasta e un po' di pelati in iscatola e diversi bussolotti di fagioli credo na ventina. L' olio e il vino l' avevo portati da Livorno e avevo ancora 5 litri d'olio e una damigiana da 25 litri di vino. Impastavo la farina e in una padella sul gasse mi cuocevo delle specie di piadine che condivo con olio e sale. Ogni tanto mettevo al foco la pasta e i pomodori e mi facevo na pastasciutta. I fagioli li mangiavo come proteine, mezza scatola o poco più  al giorno. Piano piano ma mi ripigliavo e guardandomi nelo specchio vedevo che un po di colore nel viso m'era tornato. Nel frattempo, però, era passato un mese e c'era l' affitto da pagà. Il proprietario, il sor Corrado che faceva il barbiere a San Lorenzo m' aveva preso a benvolere e finché c'erano stai i tre mesi d'anticipo, versati all' ingresso in casa, non mi aveva sollecitato, poi aveva pazientato sull' ulteriore  mese restato scoperto durante la malattia ma ora un potevo più abbusare dela su pazienza e i soldi un l' avevo. Cor un dolore, che ancora me lo ricordo, messi in una borsa tutti i mi libri di scacchi e li portai in via Laura indove compravano e vendevano libri scolastici e non solo.


Per fortuna in quell' anni a Firenze c'era dimolta gente che giocava a scacchi e me li presero pagandomeli a un terzo del prezzo di copertina. Via via che li contavano a me girava la testa e quando ritirai i soldi prencipiai a sentimmi male. Barellai fino a via dela Colonna per usufruire per due sole fermate del bus n. 6 che almeno m' avrebbe avvicinato a casa. Invece ero così stordito che presi quello dal lato sbagliato dela strada, era semivoto e mi addormentai. Mi svegliai a Legnaia il capolinea. Ero a parecchi chilometri di distanza. Ruzzolai dentro ala casa del Popolo di Legania e bevvi un caffé corretto, poi per puro culo vidi il Peretti con in mano du scatole di bordolesi vote. Il Peretti che di nome faceva Aldo più noto come i' bottigliaio. aveva una bottega di  rigattiere in via de Macci. Raccoglieva le bottiglie usate ritirandole da barre e alberghi in giro per tutta Firenze. Poi quelle bone da vino le lavava e le sterilizzava a vapore per rivendele alle cantine vinicole, quelle non bone le spaccava in una grande fossa al centro del magazzino e periodicamente mandava quei rottami ale vetrerie di Empoli che glieli pagavano quarcosa, un tanto ar quintale.  Io avevo fatto diverse giornate di lavoro da lui specie quando c'era da caricare quei frammenti maledetti che alla sera quando ti gnudavi vedevi che t'avevan fatto decine di taglietti sanguinanti sulla groppa e sule braccia. "Oh Aldo" gli feci. 

"O Livorno, molti mi chiamavan così in grazia della mi origine, Ocché ci giri quaggiue n culo ar mondo?" mi chiese lui di rimando. 

"Mi so addormentato sul busse sbagliato Aldo E Me lo daresti un passaggio fino a bottega tua?, So stato malato a letto nfino a ieri e mi sento poco bene."

"Troppa passera rovina nche la meglio querce" chiosò Lui e mi indicò lo sportello della su ape. "Monta in carrozza si va n Santa Croce"

In viaggio coll' ape  ci si messe un bel po', a ogni buca il motocarro rimbalzava come na palla di gomma e  le bottiglie sul cassone tintinnavano, a me mi ritornava insù r caffe co na voglia di rigettà che un vi dico. Ala fine s'arrivò e per fortuna cor una dormita quella giornata dela disperazione fu archiviata, come succede quando s' hanno vent'anni.

La terza cosa che mi tiene legato al ricordo di via Laura è .... un lo so nemmeno io come definilla èquella sensazione paticolare  che ti piglia davanti a una donna, ma no a tutte eh. So casi particolarissimi quando senti che nell' aria c'è come na corrente e niente è perfettamente definito ma sai che quarcosa sta pe succede. 

Lavoravo a giornata da Peppino e Giulio, due rigattieri napoletani  che, col succitato Aldo dominavano, in via de Macci, tutto il mercato dell' usato. Ad uno avevano ritirato la patente, l' altro non l' aveva mai conseguita. Nella guida dell' ape grossa e targata colla quale si movevano io ero piuttosto destro dato che il mi zio ( diì ir vero zio dela mi mamma) arrotino a Livorno quando aveva dismesso la bicletta pel su lavoro ambulante comprò un ape simile e montata la mola sur cassone seguitò a fa r su mestiere in giro pe paesi. Ormai vecchio ci vedeva poco e allora mi portava con se perchè guidassi. La patente l'avevo pigliata a 18 anni e l' accompagnai per un annetto, poi mi trasferii a Firenze a studiare. Certo non avevo  da insegnar  nulla ai due napoletabni, abilissimi a legare montagne di mobili, spericolati nelle manovre spesso a rischio di ribaltamento temevano però di essere fermati dalla polizia e così negli orari in cui  per loro era troppo  pericoloso muoversi, affidavano a me il pittoresco mezzo di trasporto. Un giorno mi capitò di portare  un armadio colo specchio, bello, guasi antico, in via Laura. A ricevermi c'erano una coppia di sposini freschi freschi di nozze così bellini che parevano sortiti dala foto di un fotografo da cerimonia. Ho scritto bellini ma di lei avrei potuto scrive bellona.  Anzi 'na topa che un vi dico! Pe rendevi l' idea vi faccio presente solo che a Livorno una così un l' avevo mai incontrata. Bisogna faccia un chiarimento Ho scritto bella ma un lo so se in realtà fosse davvero bella bellona o bellissima, un mi ricordo presempio, cosa stranissima per me, di che colore avesse l' occhi, se fosse alta o piccina, atletica o minuta mi ricordo solo che pensai che n corpo e più segnatamente ner mezzo ci dovesse avé un trasmettitore d' onde elettromagnetiche che mi stavano investendo . Montai l' armadio riscossi e andai via augurando loro tanta felicità e bimbi belli e sani. "na fiatàta di pe ride" direbbero i fiorentini che usan questo commento quando quarcheduno ti dice quarcosa che ti porta male ma d' un male ncredibile.

Passarono forse sei o sette mesi e una mattina ner magazzino dei napoletani sonò r telefono, Peppino che stava facendo il cicisbeo co na tipa co du mele che un passavano nemeno dall' uscio mi chiese di rispondere e lo feci. 

Mi riconobbe all' accento ben diverso da quello fiorentino e con una voce leggermente rauca ma delicata mi chiese:  "Ocché l' è ' lei i' giovanotto che ci ha portato l' armadio in via Laura  un po' di mesi fa?"

"Io 'n perzona signora, come la posso aiutare?

"Guardi mi s'è rotto lo specchio e vorrei cambiarlo.

"Ci vole il vetraio" 

"Sì ma il mio non può venire a casa  e mi sta rimandando da una settimana".

"Non cè problema signora se mi passa il su marito gli dico come si smonta poi lui porta i pezzi o una sagoma di carta a bottega d un  vetraio che so io e dopo lo rimonta e torna come novo".

"Senta il mi marito, anzi il mi ex marito, non lo contiamo, mi devo arrangiare, pagandole il disturbo lo potrebbe fare lei quel lavoro di smontaggio e rimontaggio? Se fosse possibile mi comoderebbe anche oggi"

"Va bene allora vengo verso ora di pranzo. Così ale 2 e mezzo lo fo tagliare dal Gandi in Borgo la Croce. E' un vetraio bravo che  conosco e me lo fa subito e stasera quando stacco glielo riporto.

Quando andai a levare lo specchio rotto, su pelle scale mi batteva il cuore, un mi succedeva spesso ma la prima volta che l' avevo vista era successo qualcosa di strano al mi equilibrio nervoso. Mi aprì, aveva un vestitino semplice semplice ma nela testa mi girava l' idea che sotto fosse gnuda eppoi  sentivo un odore bono come d un corpo appena sortito dala doccia  e allargavo le narici peggio d' un cane da caccia o di Balena quando sente che s'apre il bussolotto il tonno.  Mentre smontavo lo specchio rotto chiesi come fosse successo e mi raccontò che, in un accesso di rabbia, aveva tirato una bottiglia di profumo nel muso al marito dopo essersi accorta che la tradiva con una comune amica e per di più da anni. Non lo aveva preso e s'era spaccato lo specchio ma lo aveva mandato via e aveva digià chiesto la separazione. Meno male che un era rimasta incinta  n que sei mesi, aggiunse, sennò l' avrebbe ammazzato.

Dissi solo: "Si vede che aveva diritto a qualcosa di meglio, signora, c'è sempre un motivo in quello che succede nela vita solo che purtroppo  le cose avvengano senza avecci la spiegazione scritta disotto come ne giornalini a fumetti". 

Rise buttando la testa indietro e io risentii quella scarica di corrente che correva su pe la schiena dall' osso sacro infino ala nuca.

Pe le scale mi dissi: "mbecille se un ci provi in questa situazione quando ci provi?" Ma qualcosa mi aveva bloccato e io sicuro che non mi mancasse la faccia tosta  quando ci voleva, sapevo anche che ero abituato ad ascoltare le sensazioni e niente mi aveva segnalato di provarci.

La sera colo specchio in ispalla avvolto in una coperta mi avviai verso via Laura. Era spesso e pesante e quando arrivai al portone lei venne giù ad aprirmi. "Portiamolo in due su per le scale, mi disse mi pare d' un peso esagerato"

"No in due si pole rompere, se uno tira e dioneguardi ci si sfila di mano è n casino. Però lei mi camini davanti tirandosi dietro questa coperta, avevo appunto portato un copriletto per salvare eventuali urti, lo strascichi pelle scale  davanti a me che se mi scivolasse in avanti trova la coperta e un si scheggia". 

Ovviamente la cosa valeva solo per uno scivolamento trattenuto perché andando giù di colpo sarebbe finito in mille pezzi egualmente ma avevo già fatto di quei trasporti e mi sentivo tranquillo. Pelo specchio mi sentivo tranquillo perché pel resto un ero tranquillo per niente.

Mentre lei andava su  tirando il copriletto a me saliva, infatti, una agitazione che un vi dico. Ora sì sentivo che una volta in casa sarebbe successo qualcosa e a distanza di guasi cinquant' anni ancora mi ricordo quel ballettìo alo stomaco che non mi mollava. S'arrivò in casa e mi diressi in camera per montare lo specchio nela cornice dell' armadio. Ancora un sapevo come avrei attaccato e per un attimo mi prese la paura di non riuscire a dirle nulla o di sembrarle uno sciacallo che cercava di approfittare di una situazione delicata o peggio ancora uno dei tanti cretini che probabilmente incontrava tutti i giorni e che si proponevano per riempirle il letto. "Dopo avello sistemato- pensai - gli chiedo da beve un goccio d'acqua mi metto a sedé e poi si vede come si sviluppa la cosa" .

Invece  mentre presentavo lo specchio ar vòto lasciato da quello rotto sentii un voce delicata e leggermente rauca ale mi spalle vicino ar collo: 

Appoggialo in terra  lo montiamo domani.


Fine

commento dell' autore

E così siamo partiti da Woody Allen pe arrivà a 'na topa di tant'anni fa e come si legano le du cose? Se leggete la presentazione capirete come il filme o meglio il su regista ricordi Woody, cosa c'entra nel contesto la topa di via Laura? C'entra c'entra "la topa è fatta apposta perché c'entri qualcosa", lo diceva Don Luigi e se lo diceva un servitore d' Iddio ci potete crede.

Dante


DA MY MOVIES

TRA RICORDO PERSONALE E 
RIFLESSIONE GENERAZIONALE, 
BAUMBACH COSTRUISCE 
UN DRAMMA FAMILIARE CHE 
DÀ IL SUO MEGLIO NEI 
PREGEVOLI DETTAGLI.
Recensione di Emanuele Sacchi
martedì 23 maggio 2017

Danny e Matthew sono figli dello stesso padre, Harold, ma di madri diverse. Le loro vite hanno seguito direzioni divergenti. Danny è un loser che ha abbandonato una carriera da musicista, è terrorizzato dal mondo ed è privo di fiducia in se stesso; Matthew è un manager di successo che ha lasciato la via indicata dal genitore, scultore il cui talento non è mai stato riconosciuto.

Con un ritmo produttivo mirabile, Noah Baumbach procede nella sua dissezione del mondo intellettuale newyorchese di matrice ebraica, con un occhio di riguardo per gli artisti o per coloro che sono convinti di esserlo.

Forse il candidato più idoneo a ereditare l'ideale scettro di Woody Allen, anche in The Meyerowitz Stories Baumbach rievoca il cinema dell'autore di Io e Annie, anche se il vero termine di paragone è il Wes Anderson de I Tenenbaum. Al centro della vicenda, infatti, c'è un padre dalla personalità forte, interpretato da un'icona della New Hollywood - là Gene Hackman, qui Dustin Hoffman - alle prese con figli problematici - tra i quali, in entrambe le pellicole, Ben Stiller. Eppure, è proprio quando Baumbach si discosta da questo modello più recente, che The Meyerowitz Stories acquisisce maggior efficacia come racconto corale su una famiglia sui generis.

La narrazione esplora differenti modalità di rapportarsi all'arte e al successo in questo ambito. Nonno Harold, ad esempio, crede ancora all'importanza dell'esibire e dell'esibirsi come artista sulla scena pubblica, mostrandosi ad eventi e vernissage. Ma il riconoscimento collettivo, per lui, è inconsistente, dal momento che l'attuale scena artistica della Grande Mela fatica a ricordare il suo ruolo di primo piano negli anni Settanta. Al contrario, la nipote Eliza, artista in erba, produce bizzarri cortometraggi sul proprio laptop, senza aspettarsi di avere un pubblico. Forse è proprio lei la "talentuosa", in una famiglia dilaniata dalla contrapposizione tra libertà creativa e riscontro socio-economico. Per un Matthew che ha vinto la partita della vita, infatti, giocandola in difesa e rifiutando il percorso caldeggiato dal genitore, c'è un Danny che è rimasto prigioniero delle aspettative del padre e delle sue illusioni, forse frutto di una scarsa capacità autocritica.

Lo scontro generazionale al centro di Giovani si diventa, in cui gli stili di vita di X-ers e millennials si contrapponevano frontalmente, viene declinato sul piano privato e familiare e sfumato in un'esperienza che è prima di tutto legata al rapporto padre-figlio, tema inconfondibilmente baumbachiano (si veda Il calamaro e la balena). Rispetto a Frances Ha o Mistress America, l'accento è posto sull'intensità dei confronti emozionali, anziché sui passaggi brillanti di sceneggiatura: il personaggio di Jean, ad esempio, sorella di Danny dal disagio solondziano, resta abbozzato, macchiettistico, mai del tutto convincente. Così come lo Stiller che dà vita a Matthew, innestando il pilota semi-automatico, non regge il confronto con la straordinaria caratterizzazione di Adam Sandler, che dopo Ubriaco d'amore interpreta di nuovo un individuo in crisi, a disagio con se stesso e con il mondo.

Servendosi di espedienti audaci, che forzano i limiti dell'inquadratura e del sonoro - la crisi dell'epilogo tra Danny e il padre, sottolineata da zoomate ed effetti uditivi - Baumbach conferma la volontà di colpire innanzitutto sul piano emozionale, spingendo lo spettatore verso un transfert commovente con la vicenda dei Meyerowitz. Che è ricordo personale (forse) e riflessione generazionale (certamente), sulle illusioni, spesso autoindotte, di chi ha vissuto i Sessanta e ha proiettato il proprio fallimento sui figli. Un'opera dalle molteplici chiavi di lettura, in cui è il pregio del dettaglio a farsi preferire, sulla coesione dell'insieme

mercoledì 14 aprile 2021

fatevi i gatti vostri n. "Preferisco le Gatte da rapina le Iene non le sopporto più "

In lingua originale si chiamava Cani da rapina, in italiano Le iene e Balena ha subito miagolato: 

"Erino ese Cicie et Ema le gate da rapina que me maniavino i vanzi dela maniassione mea"

In effetti il suo piatto è quasi doppio di quello di ciascuna delle gemelle e lui, pur conservando un eccellente appetito mangià con meno foga rispetto a quando era più giovane. Difficile però lasciare avanzi nel suo piatto perché in tal caso le gatte da rapina lo fanno proprio e lo rendono bianco come se fosse stato appena lavato. Il film ci era stato richiesto proprio perché con alcuni titoli riconducibile al genere PULP avevamo spesso citato il talentuoso Quentin Tarantino e presentato anche un suo film. Normale il desiderio sorto nel Parmigiamino che ci chiede di fare una rivisitazione dei suoi esordi proprio con Le Iene e Pulp Fiction che seguirà, a breve. Dal film di Tarantino e dagli uomini in nero  prese spunto la omonima trasmissione televisiva di inchiesta. Proprio a proposito di tale trasmisssione debbo ammettere che mi piacevano molto.... all' inizio. Poi conservai un certo interesse per i loro servizi anche se i troppi scherzi "a parte" cominciavano a tediarmi. Ora no decisamente non mi piacciono più e penso anche che non facciano del buon giornalismo. Dicono di fare informazione, addirittura controinformazione, secondo loro e alcuni sostenitori sarebbero l' unico programma che faccia del giornalismo d'inchiesta. Io invece ogni volta che dico a me stessa: "proviamo a vedere cosa diranno stasera" rimango delusa. Già la presentazione con la lunghissima patetica figura di Showgirl dela Marcuzzi mi mette male. E non c'entra affatto l' età da menopausa di lei, ci mancherebbe altro ce ne son state e ce ne sono di cinquantenni, sessantenni e anche settantenni o oltre che ancora calcano con bravura il palcoscenico ma lei non sapeva fare un cazzo da giovane e non sa fare un cazzo da matura. Non sa nemmeno ballare  secondo la zia Holly  e per zio Dante "è stonata e for di tempo da morì" Pe renderla alta (e non serviva accentuare la sua dote naturale) e importante le hanno cucito addosso quer topolino ammiccante di Nicola Savino che sarebbe meglio si limitasse a Radio DJ dove se la cava benino.   Non sono però  La Marcuzzi e Savino il nocciolo della questione. So bene che l’informazione si è trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto anche a solo a 15anni fa e cioè in un prodotto che antepone lo stupire all’informare, il tutto ben condito da quella deriva  che scatena alternativamente indignazione e risa sguaiate, fenomeni tanto cari alle casse di risonanza social. So perfettamente che l’importanza di una notizia, oggi, deve sottostare a determinate regole di linguaggio e di concetto, che le consentano di arrivare prima e di essere più incisiva di quella del competitor, anche a costo di sacrificare la qualità e sì anche la veridicità della notizia. 

Le Iene adesso come non mai è un programma figlio del suo tempo, ne rispecchia e soddisfa i bisogni tanto che, insieme all’amore del suo pubblico, che considera gli inviati (o gli autori) le uniche voci libere in un’informazione tenuta in mano da venduti, pare incassare anche i favori di una parte di critica che ha identificato nella trasmissione una sorta di ponte tra un giornalismo che non c’è più e l’informazione moderna: spigliata nel suo arrivare al punto, forse un po’ superficiale nel trattare certi argomenti, ma comunque efficace nel proporre in maniera “empatica” delle questioni che altrimenti il pubblico non si filerebbe affatto. E su questo punto dissento: Il giornalismo d' inchiesta non è braccare un delinquentello, un politico corrotto, un pedofilo  urlandogli dietro che non si fa e chiedendogli spiegazioni che ovviamente non ti daranno per poi dichiarare trionfanti: avete visto come scappa? Cosa volete che faccia che si metta a frignare e dica non lo faccio più? Qualcuno c'è anche stato perché ci sono dei coglioni anche tra delinquentelli, politici corrotti e pedofili ma gli altri continueranno imperterriti anche perché di questi casi presentati non si viene mai informati di come vadano a finire, ad esempio arresto processo condanna. L' intento in pratica non è quello morale o se lo è solo in minima parta, il vero scopo e destare emozioni nello spettatore che si alza dalla poltrona e dichiara alla moglie che sta lavando i piatti: "me lo dessero in mano a me per 5 minuti!"  Qualche buon servizio lo fanno anche come quello ad esempio sull' eutanasia di DJ Fabo o sul povero vecchietto recluso in casa di riposo contro la sua volontà ma quando c'è da scavare e da rompere davvero le scatole al potere graffiano un poco la superficie e poi ci lasciano in pasto agli obbrobriosi scherzi a calciatori, cantanti e altri personaggi famosi. L' esaperata sessualizzazione dei temi deborda da tempo nel cattivo gusto e nell' ultimo che mi è capitato di vedere c'era lo scherzo a un certo Zorzi vincitore credo dell' Isola dei famosi o del Grande Fratello (li ignoro alla pari). Il tipo  si sarebbe buttato nella produzione di falli vibranti e simili oggetti da sexy shop e una attrice sua amica tal Sonia gli chiedeva un risarcimento da un milione di euro perche provando uno dei suoi giocattoli era finita in ospedale. Richiesta di maggiori chiarimenti spiegava che  usando uno di quei vibratori per un anal solitario si era rotta il sedere

 (vedere e ascoltare per credere link a "me lo sono messa nel culo") . 

Insomma non sono una che si scandalizza sono cresciuta alla scuola di zio Dante che me ne ha raccontate di cotte e di crude ma con ben altro stile ma quando è troppo è troppo. Questo è trash ambientato in latrina! Duro da digerire anche per gli stomaci più rodati. Gli autori, dunque, per unire in maniera credibile inchiesta e intrattenimento, sono costretti a parlare alle viscere della gente, devono dare loro quello di cui hanno bisogno, li devono colpire, e lo fanno sia raccontando la storia del povero handicappato a cui hanno ucciso il cagnolino, sia pubblicando le foto prese nei circoli gay che ricevono fondi pubblici (non perché le foto mostrate fossero utili ai fini del servizio, e quindi deontologicamente giuste da esibire, ma semplicemente perché d’impatto), sia, ahimé, facendo una selezione delle fonti il più delle volte parziale o forzata, con tutto quello che ne consegue in termini di percezione della verità. Quello che mi spaventa, è che questo tipo di informazione spinge ancora di più l’utente medio ad appassionarsi al clamore del fatto contingente senza dedicare uno spazio seppur breve a una riflessione post-evento.

Meglio rivedersi il film di Tarantino!

qui la presentazione da my movies

Buona Giornata

Dani


ECCELLENTE ESORDIO 
DESTINATO A DIVENTARE 
UN 'CULT': TARANTINO 
SI RIVELA GIÀ UN MAESTRO.
Recensione di Giancarlo Zappoli

Los Angeles. Una rapina a un importatore di diamanti che avrebbe potuto dare un ottimo bottino con un rischio calcolato si trasforma in una sparatoria che costringe i malviventi a una fuga disordinata. C'è però un punto di ritrovo prestabilito da Joe, il loro capo. Si tratta di un deposito abbandonato che viene raggiunto per primi da Mr. White e Mr. Orange gravemente ferito. Ognuno degli appartenenti alla banda ha finora conosciuto gli altri solo con il nome di un colore per evitare eventuali delazioni. Ma è proprio il dubbio che al loro interno si nasconda un infiltrato della polizia che comincia a tormentare i soggetti che, progressivamente, raggiungeranno il punto di raccolta.
L'appassionato frequentatore di sale cinematografiche nonché divoratore di film in VHS (lavora in una videoteca) Quentin (in omaggio a un personaggio interpretato da Burt Reynolds) Tarantino alla sua opera prima si rivela già un Maestro. Innanzitutto proprio perché quando riesce a mettere insieme i soldi per girare un film con il cast di cui sopra ha il timore che quello resti la sua unica opera. Allora, come è accaduto a tutti coloro che hanno poi imposto al cinema delle svolte fondamentali, inserisce tutti quegli elementi a cui poi la sua filmografia finirà con il fare ritorno. Se si eccettuano i personaggi femminili qui totalmente assenti se non nella magistrale scena di apertura in cui si discetta in termini di puro maschilismo sul 'vero' significato della canzone "Like a Virgin" di Madonna, gli altri 'luoghi' del cinema che lo interessano ci sono tutti.
A partire dalla cinefilia che si esprime non solo nell'attenzione a un genere e a un Maestro tout court come Stanley Kubrick (vedi Rapina a mano armata ma nella stessa presenza di attori che rappresentano il passato, il presente e il futuro della Settima arte. C'è poi il gusto per l'intreccio (qui ancora con un impianto teatrale punteggiato da flashback comunque molto efficace) e per una sceneggiatura 'politically uncorrect' (basti vedere come vengono trattati verbalmente i 'negri'). Perché i personaggi di Tarantino intendono da subito perseguire una logica alla Jekyll & Hyde. Vogliono essere al contempo cinematografici e veri. E ci riescono. C'è poi il gusto per la violenza che resta tale proprio per consentire all'occhio di Quentin di sublimarla in spettacolo. Non manca l'approfondimento psicologico di ogni singolo ruolo né lo sguardo ironico che viene rivolto ai loro punti deboli. Il tutto (ma questi sono solo alcuni dei punti di forza del cinema tarantiniano) sostenuto da una colonna sonora ricercata e da una regia di chi conosce il cinema non per averlo studiato ma per averlo visto. 


ECCELLENTE ESORDIO DI TARANTINO, CON UNO STILE PERSONALE CHE RICORDA IL MIGLIOR SCORSESE.











Recensione di Giovanni Idili
lunedì 29 novembre 2004

Un ciclone si abbatte su Hollywood, nell'indifferenza generale dell'Academy che ne rimane travolta. Produzione dallo spirito indipendente e dal budget ridicolo, Le Iene si impone in breve tempo come icona di un cinema nuovo, slegato da formalismi e libero da convenzioni. Istintiva innovazione registica e intrattenimento puro rendono la visione un'esperienza indelebile. Una rapina va storta, apparentemente per una soffiata. Nella confusione generale i membri della banda scampati all'agguato della polizia si riuniscono nel luogo prestabilito, un capannone in periferia. Tra flashback caratterizzanti e trovate geniali il narrato volgerà verso un degno epilogo. Tutto il film gira intorno all'accadimento principale, una rapina di cui tanto si parla ma che non si vede. Scarsità di mezzi e di ambienti danno risalto a una regia tutt'altro che invisibile e un montaggio dal ritmo costante scandisce perfettamente i tempi di un intreccio presentato non cronologicamente. Strepitosi quanto ben distribuiti dialoghi (che faranno scuola) contrastano la staticità complessiva delle scene. Si passa da un piano narrativo all'altro con naturalezza, in un viaggio allucinante e allucinato che ci porterà dentro il "normale" mondo dei gangster. Sovvertendo ogni clichè che incontra sulla propria strada l'opera omaggia una cinematografia nella quale affonda con orgoglio le proprie radici: B-Movie italiano anni '70 stile Lenzi/Martino, BlackXploitation, e Gangster Movie americano. Un anello di congiunzione tra passato e futuro che concilia generi differenti dando vita a un'amalgama inzuppata di talento. Un film che straparla e stordisce, figlio di una creatività genuina e strabordante, figlio del genio di qualcuno che oggi ben conosciamo e che a questo punto è superfluo menzionare.

Un esordio eccellente questo di Quentin Tarantino. Ispirandosi a Rapina a mano armata di Stanley Kubrick e con uno stile che ricorda il miglior Scorsese, è riuscito a lasciare la propria personale impronta. Nonostante una crudeltà e una violenza che richiedono nervi saldi, tutto funziona in questo film. C'è stata una rapina ma non tutto è andato secondo le previsioni. La polizia ha ucciso due componenti della banda e ne ha ferito un altro. Qualcuno ha parlato. Il primo sospettato viene torturato in maniera truce, ma l'infiltrato è in realtà un altro. Svolto con uno stile da rappresentazione teatrale, il film dà modo agli attori di tirare fuori tutto il meglio di sé. Nella produzione c'è anche Monte Hellman, l'indimenticato regista americano indipendente.


Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Dei sei partecipanti alla rapina fallita di una gioielleria a Los Angeles - che non si conoscono nemmeno tra loro e sono stati ribattezzati con nomi di colori - due sono morti (Mr. Blue = Bunker e Mr. Brown = Tarantino) e un terzo (Mr. Orange = Roth) è ferito. I quattro superstiti si ritrovano in un deposito: uno di loro è una spia. Il deposito è il teatro principale dell'azione, frantumata in sconnessioni temporali che forniscono notizie su quel che è successo prima e dopo la rapina/trappola. Ottimo esordio di un giovane attore-sceneggiatore (1963) che allunga la lista eccellente dei registi americani di origine italiana con un film sotto il segno della morte e della violenza, caso raro di opera d'autore a basso costo nel quadro del cinema gangsteristico. Anche nella scena più cruda - la tortura del poliziotto - non c'è compiacimento: Tarantino è radicale, non morboso. Nella rappresentazione del mondo del crimine manca qualsiasi alone romantico. La compagnia degli interpreti è eccellente: oltre a Keitel (Mr. White) che del film è anche uno dei produttori, bisogna citare almeno Roth e Buscemi (Mr. Pink). Madsen è il sadico Mr. Blonde. Rititolato in Italia, con eguale insuccesso, Cani da rapina , dopo Pulp Fiction . V.M. 18 anni. Trasmesso alla TV italiana con tagli per 29 minuti.

martedì 13 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1809 " The cat in the divàn"

Non è certo una novità mi direte voi e sono d'accordo. I gatti adorano i divani e i nostri non fanno eccezione anzi direi che adorano i divani di giorno e il letto di notte quando Balena troneggia tra lo zio e la zia, Emma continua ad entrare e uscire da sotto le coperte e Cice o dorme sul guanciale al di sopra della testa di zia Holly oppure, se vuole rilassarsi completamente, opta per la cesta di vimini che sta sotto il letto proprio sotto alla schiena di zio Dante, il quale è convinto che lei, in questo modo, stia cercando di curarlo dal mal di schiena.

Durante il giorno invece continua la triplice alleanza per la spartizione del  divano nel nostro salottino studiolo che ospita anche la redazione veneziana di "fatevi i gatti vostri". Balena si alterna tra le due femmine che ormai hanno raggiunto la consistenza corporea di gatte adulte e non sfigurano affatto accanto alla sua ragguardevole possanza da Gato Dogie. Spesso sono tutti e tre insieme, come avrete visto nei molti repertori fotografici 

che hanno trovato ospitalità su questo blog, altre volte le due si alternano

 tra le sue poderose "sanpe". 

In questa immagine Balena sembra solo ma c'è una gatta nel divano ,da cui il titolo. Non mi si obietti  che Lady Jane De Beaumont alla quale va un affettuoso saluto, direbbe "on the sofa". Ho dovuto parlare in inglese per quasi due anni e mezzo ed anche insegnare agli inlesi il latino, in inglese, qui si tratta solo di una licenza da blogger e poi Emma è proprio "in"  sapete vedere dove?








Nel film invece abbiamo una vecchia signora in the van che in inglese significa furgone, l' ho visto ieri in streaming sul canale che indico in cineteca. Bello ma un po' lento e non proprio allegro. La presentazione è da My movies

Buon Martedì

Dani

THE LADY IN THE VAN È DA 
GUARDARE PER LA PRESENZA
DI DAME MAGGIE SMITH, 
MAGNIFICA NELLE SEQUENZE 
PIÙ STEREOTIPATE COME 
IN QUELLE PIÙ INTENSE.
Recensione di Emanuele Sacchi
giovedì 26 novembre 2015


Il vicinato dello scrittore e commediografo Alan Bennett è infestato da una presenza curiosa ma inesorabile: una anziana signora, che vive in un furgone parcheggiato di fronte alle dimore degli sfortunati abitanti di un quartiere upper class. Bennett a poco a poco entra in confidenza con Miss Shepherd e con il suo passato misterioso, finché il rapporto tra i due non si trasforma nella più singolare delle convivenze, con Miss Shepherd che parcheggia costantemente di fronte alla casa di Bennett.
Le ragioni del duraturo successo della pièce di Alan Bennett sono evidenti. La commistione di un irresistibile humour corrosivo in stile Jerome Klapka Jerome e di una capacità descrittiva fuori dal comune non conosce età, specie se applicata a una messinscena che si avvale, oggi come ieri, del carisma di Maggie Smith, icona della recitazione britannica.
La trasposizione su grande schermo sa di scommessa, benché Nicholas Hytner sia ormai un veterano nel campo (questo è il suo terzo adattamento da Bennett, dopo La pazzia di Re Giorgio III e Gli studenti di storia): difficile infatti gestire un plot così minimale e un testo così breve senza rovinarne la vis comica. Hytner costruisce quindi una cornice che riassesti la scomposizione temporale della narrazione. Anziché scoprire à rebours la reale natura di Miss Shepherd, l’evento traumatico dell’incidente viene collocato nell’incipit suggerendo l’origine dell’attuale stato mentale della signora. Prevalgono linearità e concordanza tra intreccio e fabula, a scapito dell’intensità drammatica della vicenda. Ma a Hytner sono così consentiti inserti di surreale, come la visione di un Dio Padre barbuto totalmente pythoniana. La suddivisione del personaggio di Bennett in due identici Bennett, l’uno narratore e l’altro protagonista fattivo della vicenda, agevola l’introduzione dell’elemento comico benché l’effetto stanchi ben presto. In sostanza, nonostante l’ottima interpretazione di Jennings, la sola ragione per guardare The Lady in the Van anziché leggerlo rimane Dame Maggie Smith, magnifica nelle sequenze più stereotipate come in quelle più intense, professionista instancabile al di là di una confezione e di una direzione quasi televisive (dove per televisivo, in ogni caso, si intende il lusinghiero standard della BBC).