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sabato 15 marzo 2014
Fatevi i gatti vostri n. 544 "Gente d'altri tempi"
Anche stavolta corro di sabato: La novella l'ho pronta e così Vi lascio maggior comodità per la lettura e l'ascolto, ché in un ritaglino di domenica potrebbero anche resultare gradevoli.
Sabato scorso ho postato una bella novella di Paolieri dalla quale la "gente moderna" d'allora palesava vizi e astuzie del tutto paragonabili a quelle d'oggi.
Insisto col medesimo autore anche in questo post regalandoVi, come contrappunto, "gente d'altri tempi". La voce narrante è sempre quella piacevolissima e intonata alla toscana di Silvia Cecchini.
Il testo l'ho messo di seguito mentre potrete ascoltare l'audio CLICCANDO QUI SOPRA
un abbraccio da Dante
GENTE D'ALTRI TEMPI.
Quand'ero ragazzo sentivo sempre vantare, come mostri di coraggio, di bellezza, di forza «gli uomini d'altri tempi».
In campagna specialmente, uno non era padrone di accusare un po' di malessere, un dolor di capo, una trafitta al piede, che cento persone gli saltavano addosso umiliandolo a furia di confronti, riducendolo in uno stato da far pietà a forza di portargli per esempio la salute, la bellezza, il coraggio degli «uomini d'altri tempi».
E i vecchi erano i più accaniti.
A sentir loro non avevano mai avuto un incomodo e, se erano arrivati a quell'età lo dovevano a un monte di precauzioni che oggi non si usano più. Loro avevano mangiato cibi sani, avevan bevuto vini non artefatti, s'eran sempre levati all'alba ed erano andati a letto a calata di sole, s'erano vestiti di lana, non avevano mai straviziato e via dicendo!
Certi discorsi mi lasciavano profondamente ammirato ed entusiasta ed avrei pagato chi sa che cosa per conoscere qualche campione di codesta razza il quale fosse stato, per avventura, ancor vivo.
Ma invece mi toccava a limitarmi ad ascoltar il racconto che delle geste di suo padre, nato nientemeno nel 1785, faceva la mamma, a veglia, tra gli «Oh!» di stupore di tutta la famiglia.
Lei non se ne ricordava neppure perchè quando il suo babbo morì aveva nove anni, ed era nata che lui ne aveva compiuti sessanta, ma quelle cose le conosceva dai racconti della sua mamma che invece morì nel 1885, giusto nella ricorrenza centenaria della nascita di mio nonno....
E tutti a far la bocca rotonda e a dire, in coro: Che tempra! Avere una figliola a sessant'anni sonati!
- E sana anche, non fo per dire!
- Sconta del giorno d'oggi!
- La gioventù moderna? Che Dio ne scampi e liberi tutti!....
Però un esemplare di codeste razze c'era anche nella nostra famiglia e mi fu rivelato in campagna, una sera in cui essendo tornato uno dei miei fratelli da caccia senza riportare neppure una penna, l'argomento cascò sulla gran quantità d'uccelli che pigliava il povero zio, il quale sarebbe stato figliolo di primo letto di quel nonno di cui si conservavano, come reliquie sacre, lo spadino e la parrucca di quando andava «a corte» da Canapone.
Anche lui, codesto terribile cacciatore che ammazzava cinque seicento uccelli al capanno, era defunto da un bel pezzo, ma ci rimaneva sua moglie, e per conseguenza mia zia, la quale non s'era più mossa, dopo la morte del marito, dalla villa di Santo Romolo dove egli era sepolto nella cappella di famiglia.
Avevo, allora, una dozzina d'anni, e sono, quindi, in grado di ricordarmene benissimo. Un bel giorno la mamma mi portò lassù, e mi pare ancora di rivedere quel lembo di mondo scomparso come se mi fosse davanti.
Il sole d'ottobre colava tiepido fra gli allori potati a disegno di un boschetto settecentesco e aveva sulla ghiaia color d'oro la stessa trasparenza del miele che da tutte le parti, api dai riflessi amaranto s'affaticavano a succhiare nei quadrati di crisantemi gialli, rossi, bianchi e turchini che stellavano le due parti del giardinetto divise da una minuscola vasca rotonda con poca acqua verde e immobile in cui tentava di specchiarsi invano un Narciso di terracotta in calzoni corti e cravatta a gale, senza naso.
La zia Elvira, circondala dalla sua corte, era a godersi gli ultimi residui della buona stagione sotto il berceau, e la corte consisteva nelle sue quattro figliole e in una donna di servizio, vecchia decrepita.
Quando s'arrivò, verso mezzogiorno, la zia s'era alzata d'allora, secondo la consuetudine presa dopo la morte del marito, perchè quando era vivo lui codesta gente d'altri tempi, che si mangiava rendita e patrimonio senza voler pensare ad altro, aveva abitudini anche più comode. Lo zio si levava alle cinque per andare al capanno e la zia gli preparava il caffè in camera col fornelletto a spirito, poi, quando lui tornava, verso le dieci, stanco d'avere schiacciato francescanamente il capo a cinquecento uccellini del buon Dio, rientrava tranquillo a letto e ci restava fino alle due dopo mezzogiorno, ora nella quale marito e moglie pranzavano, sempre coricati, come Gioacchino Rossini! La sera la passavano a biascicar ballotte d'inverno e brigidini d'estate, a dire il rosario di quindici poste o l'ufficio dei morti; poi giravano per tutta la villa ispezionandola dalle cantine ai solai, ma ciascuno per conto proprio, armati, lei di pistola e lui di doppietta, col patto di incontrarsi, dandosi preventivamente l'avviso con tre grandi urli, nel salotto da pranzo. Quand'erano vicini alla fine dell'ispezione lui scaricava la doppietta dal finestrino del granaio, richiudeva e scendeva; lei esplodeva un colpo di pistola sotto le vòlte del celliere frantumando qualche bottiglia vuota, poi risaliva. Dalle scale, di sopra e di sotto, montava il grido: Elvira! - Agostino! - Ci siete? - Ci sono? - Siete voi? - Sono io! - E finalmente, commossi, i due coniugi cadevano, estenuati, l'uno nelle braccia dell'altro; anche per quella notte eran salvi! E albeggiava....
La zia, dunque, sedeva sotto il berceau, vestita con un giacchetto di seta color tabacco e guarnizioni di jais nero, e con una sottana pure di seta, dello stesso colore, col cerchio, moda a cui per nessuna ragione l'egregia donna avrebbe rinunziato. I capelli, scrupolosamente tinti, aveva divisi in due bande che le scendevano con due pecette a coprire gli orecchi da cui ciondolavano lunghe «gocciole» nere.
Dalla morte del marito portò sempre il mezzo lutto.
Le ragazze non erano molto dissimili da lei, colle sottane a sboffi e la coda legata per le spalle, tutte, comprese quelle che s'avvicinavano alla trentina, e una di queste, una specie di «monaca di casa» aveva un aspetto singolarmente jeratico, diafana, colle lunghe mani d'avorio tagliate dai guanti di fil di scozia, inguainata come una spada in un vestito nero col colletto rigido e un dito di trina a fior del mento, sì da parere che per spogliarla e metterla a letto qualcuno l'avesse dovuta sfoderare da quell'involucro estraendola per la testa.
E ricordo, di codesta figura, un'altra prerogativa: l'assenza assoluta di curve; un palo vestito.
Appena arrivati, fatti i convenevoli, scambiati i baci d'uso e seduti in giro sui corbelli di terracotta rovesciati con sopra un cuscino di seta verde, una ragazza in grembiule bianco ci servì un piatto di «crogetti», piccolissime pallottole di pasta fritta, spalmate di miele sopra una stesa amarognola di foglie d'alloro, e la cioccolata.
Per esser vicini all'ora di desinare non si cominciava male! Intanto il rudere ottocentesco ci parlava dei ruderi settecenteschi, del bisnonno Imperial Regio Antiquario e della sua raccolta di studii araldici andata distrutta, e del nonno ingegnere che aveva guidato le truppe Francesi all'occupazione di certi conventi, e che poi aveva bonificato le maremme per ordine di Canapone, e a codesto proposito, accorgendosi che mi divertivo, promise di raccontarmi per filo e per segno quel che aveva saputo dal suo povero marito, storie terribili dove c'entravano perfino i briganti!
Io avrei voluto sentir subito codeste storie e m'attaccavo all'immensa gonnella implorando, ma la zia preferì di ritornare a parlar del consorte e, prima di metterci a tavola, ci guidò in un salotto rococò dove tirò fuori da una cassapanca uno spaventevole elmo con un appendice ondeggiante e un sottogola da disgradarne quello di Ettore. Era l'elmo di «capitano» della guardia nazionale del defunto zio! E allora seppi che, fattasi la smagliantissima uniforme con quel formidabile cimiero e indossatala, non ci fu versi di persuaderlo ad uscir di casa perchè si vergognava a farsi vedere in quel modo, e così, spogliatosi in fretta, perchè sotto le finestre della casa dove allora abitava, a Firenze fuor di porta San Frediano, due o tre ragazzi gridavano per aver qualche monetuccia: «Viva il signor capitano!» gli vennero i brividi e dovè mettersi a letto dove rimase otto giorni.
Tutti lo chiamavano «Sor Agostino» compreso suo padre il quale visto l'umore di quel figliuolo che, dopo presa la laurea d'ingegnere stava tutto il giorno a letto e al capanno, se lo era distanziato con un lei complicato dal sor, che in bocca ad un babbo doveva esser dolce come le stilettate.
Delle figliole tre tiravan dal nonno ed eran vispe, ma la monaca di casa aveva l'umor malinconico; chi la voleva dovea cercarla in cappella dove il giorno dei morti faceva alzare le lapidi e scendeva ad abbracciar le bare. I contadini l'avevano in concetto di santa.
A me, ragazzo, codeste figure e il fantasma dello zio si impressero profondamente nel cervello e per tutto il tempo del desinare non feci che guardare con ansia le pecette e le gocciole della veneranda signora Elvira nonchè il mannequin di cera della monaca di casa. Questa l'avevo di faccia; a un tratto calò, dì fuori, una gran tenda sul sole e cominciarono a dilagare dai vetri opachi delle finestre i lampi nella stanza semioscura; tutta la villa, fabbricata proprio sul cocuzzolo d'un poggio, tremava e una turba di cipressi, simili a tanti incappati che vigilassero quel cimitero di vivi, si sbatacchiava disperatamente davanti alla facciata alternando ombre sul pavimento e scaraventando manciate sonanti di gocciole contro i cristalli. In codesto barlume, fra un lampo e l'altro, mentre le opache forme dei cipressi traversavano veloci la stanza e s'aspettava che la donna recasse una lucerna a tre becchi, vidi sulla tovaglia, più chiare di questa, le mani fosforescenti della cugina e il suo volto d'alabastro e mi strinsi alla mamma, impaurito, come se al buio, a un tratto, mi fossi trovato dinanzi una zucca vuota, con gli occhi, il naso e la bocca illuminati di dentro.
Venne la lucerna a tre becchi e un lume a petrolio che filava da asfissiare, ma vennero anche le scaloppe al madèra, gateaux fatti in casa guerniti di confetti e d'anaci, e ancora «crogetti» e stiacciatunte e panelli coll'uva e donzellette di lievito e giuncate di ricotta e marmellate di frutta e vini traditori e rosolii di tutte le qualità.
- Ma perchè tanti complimenti? - insinuava mia madre.
- Si mangia sempre così! - biascicava la zia affaticandosi colle ganasce sdentate, e la monaca di casa, paga d'un grappolo d'uva, annuiva colle sue terribili mani, incrociate sulla tovaglia. Poi seguitava a raccontarmi, la zia, come da quando era stata sposa non fosse più scesa a Firenze e come il povero zio, allorchè doveva andarci per interessi, poichè a piedi non ce la faceva e col cavallo aveva paura, ci andasse sul carretto di una lattaia tirato da un cane maremmano.
- E la lattaia.... zia?
- Morta, da tanto tempo!
- E il cane, zia?
- Naturalmente, anche lui!
Ma dunque si moriva anche in quel mondo lì, dove tutti parevano già morti?
- Zia, come morì, lo zio?
- Di gotta.... come morirò anch'io....
- Perchè non fai un po' di moto? - chiese la mamma....
- A che scopo? Quando mi chiusi quassù il Granduca era ancora a Firenze. Non ho voluto più leggere giornali.... la notizia della sua fuga me la portò un cappuccino.... Guardate! - (e si piegò un poco sulla poltrona a braccioli). - Laggiù, in quella camera, c'è la culla dove fui messa appena nata e dove sono state messe tutte queste figliole e in quel letto, dove dormo, dirò addio alla luce e appena mi avranno fatto scendere due branche di scale mi ricongiungerò ai morti.
- C'è anche il nonno, laggiù sotto?
- No, amore! Lui per non trovarsi vicino il figliolo neppure da morto si fece seppellire nella cappella sotterranea di San Matteo, sotto il coro, nella chiesa del Carmine di Firenze. Vedi, bambino, che gente, quella d'allora? Tutta d'un pezzo!
Ero imbecillito dal puzzo del petrolio e dai gran dolci che m'avevano cacciato giù per la gola in quelle interminabili quattr'ore passate a tavola; quando ci si alzò spioveva, ma il sole s'avviava al tramonto e il Pipi ebbe l'ordine di attaccare il somaro.
Si scese giù a furia di traballoni terribili per una carrareccia scavata unicamente dallo scolo dell'acque, io di dietro tirando la fune della martinicca con quanta forza avevo, coi piedi puntati, e la mamma davanti reggendo l'ombrellone d'incerato verde; ad ogni svolta si vedeva scemare il cocuzzolo dal quale la zia color tabacco, la cugina nero ed avorio e le altre gonnelle a sboffi si agitavano insieme a qualche fazzoletto bianco, finchè tutto scomparve.
S'era fatto, repente, un freddo cane e per di più il ciuco s'incaponì di non andare innanzi.
Legnate, calci nella pancia gonfia che risonava come un tamburo, nulla valse a smuoverlo.
- È vecchio - disse il Pipi a mo' di scusa - e quando «ha detto» una cosa....
- Già, mi scappò di bocca, gente d'altri tempi!
La mamma si mise a ridere, ma ormai, perso il trenino, ci toccò ad aspettare, sotto la tettoia e tra il puzzo di viscido della stazione di Signa, il diretto delle nove.
Appena fui adagiato sopra un bel cuscino di seconda classe gli effetti della giornata trascorsa «all'antica» si svilupparono e principiai a vedere un uomo vestito da capitano con grandi galloni rossi e d'argento il quale filava come le saette lungo la via provinciale sopra un carettino da lattaio trascinato da un bel cane maremmano. Perchè avevo una febbre da cavalli.
giovedì 13 marzo 2014
fatevi i gatti vostri n. 543 "ricicliamo ricicliamo"
Oggi vi presento alcuni interventi di riciclaggio che son così minimali e semplici da essere alla portata anche dei più riottosi all'esperienza manuale.
Ovviamente mi auguro che nessuna delle amiche/i si trovi nella condizione di non poter spendere 2 euro in un reggilibri dell'Ikea.
In fondo, però, se anche non mancano i due euro, visto che il risultato c'è e l'estetica non è male, si può anche realizzare il simpatico reggilibri e devolvere la piccola cifra in favore di chi ne può avere un bisogno vitale. Tra le popolazioni più svantaggiate ad esempio e, ormai, anche qui da noi.
Reggilibri in cartone:
Materiale: un cartoncino da 2 3 mm di spessore, io ho usato quello della brochure di una profumeria ma se ne possono recuperare da tantissime altre fonti.

25 cm di spago da pacchi sottile e una squadretta
un taglierino
una perforatrice o un fora cinture o un paio di forbici
Aiutandovi con la squadretta incidete lievemente il cartone a metà senza reciderlo
l'incisione faciliterà la piegatura che avverrà dalla parte opposta al taglio
con la perforatrice, o con la macchinetta a stella per fare fori nelle cinture o se sprovvisti di ambedue anche con la punta delle forbici, allargando poi in maniera uniforme, praticate due fori come da immagine e passate lo spago annodando con un nodo piano.
fate passare una parte dello spago dietro, il nodo sotto la base ed il reggilibro è pronto
dato che i libri fanno peso sulla sua ampia base, risulta anche di buona tenuta. (i libri sono a scelta vostra ovviamente)
guardate l' immagine qua sotto, questi son riciclaggi che ho appreso da Dante,
vedete quel flaconcino di medicinale? si tratta di clenil per aerosol che Dante deve fare per le sue solite bronchiti stagionali. Opportunamente tagliato è diventato un cappuccetto protettore per la mia chiavetta dati . Avevo perduto il suo e in giro nella borsa rischiava di sporcarsi e deteriorarsi nei contatti.
Con un altro pezzetto ho fatto una fascettina trasparente che mi permette di tenere in ordine le cuffie auricolari.
Al di sopra, ecco un tubetto di medicine che ospita alla perfezione monete da due euro, serve da contasoldi e da borsellino,
intorno sono stati infilati tanti cerchietti di gomma nera ricavati dal taglio di una camera d'aria da bicicletta
sono elastici di grande tenuta e servono per tanti usi, due giorni fa ne ho usato uno per fermare il nylon di un obrello in modo solidale con l'estremità della stecca in acciaio, aveva perso il puntalino, il nylon risaliva verso il centro e mi stavo infradiciando, tre giri di elastico e la soluzione ha funzionato. L'importante è averne sempre in borsa qualcuno. Servono anche per la chiusura e apertura reiterata dei sacchetti in nylon nei quali raccolgo l'organico e soprattutto la sabbietta della toilette dei mici. Impediscono la fuoriuscita di mefitici odori,nell' attesa di portarli ai contenitori per la differenziata. Qui sotto l' immagine del tipo di allaccio: potete lasciare la matita o un bastoncino infilato per aprire e chiudere in rapidità oppure far passare un'ansa dell'elastico nell'altra dopo che ha circondato la plastica del sacchetto..
Infine ecco un portagioie costituito da una semplice scatola di cartone. La realizzazione risale all'estate del 2006 e voi che ci seguite da anni avrete già capito di quale gioie stia parlando
un abbraccione da
Holly
Ovviamente mi auguro che nessuna delle amiche/i si trovi nella condizione di non poter spendere 2 euro in un reggilibri dell'Ikea.
In fondo, però, se anche non mancano i due euro, visto che il risultato c'è e l'estetica non è male, si può anche realizzare il simpatico reggilibri e devolvere la piccola cifra in favore di chi ne può avere un bisogno vitale. Tra le popolazioni più svantaggiate ad esempio e, ormai, anche qui da noi.
Reggilibri in cartone:
Materiale: un cartoncino da 2 3 mm di spessore, io ho usato quello della brochure di una profumeria ma se ne possono recuperare da tantissime altre fonti.

25 cm di spago da pacchi sottile e una squadretta
una perforatrice o un fora cinture o un paio di forbici
Aiutandovi con la squadretta incidete lievemente il cartone a metà senza reciderlo
l'incisione faciliterà la piegatura che avverrà dalla parte opposta al taglio
con la perforatrice, o con la macchinetta a stella per fare fori nelle cinture o se sprovvisti di ambedue anche con la punta delle forbici, allargando poi in maniera uniforme, praticate due fori come da immagine e passate lo spago annodando con un nodo piano.
dato che i libri fanno peso sulla sua ampia base, risulta anche di buona tenuta. (i libri sono a scelta vostra ovviamente)
guardate l' immagine qua sotto, questi son riciclaggi che ho appreso da Dante,
vedete quel flaconcino di medicinale? si tratta di clenil per aerosol che Dante deve fare per le sue solite bronchiti stagionali. Opportunamente tagliato è diventato un cappuccetto protettore per la mia chiavetta dati . Avevo perduto il suo e in giro nella borsa rischiava di sporcarsi e deteriorarsi nei contatti.
Con un altro pezzetto ho fatto una fascettina trasparente che mi permette di tenere in ordine le cuffie auricolari.
Al di sopra, ecco un tubetto di medicine che ospita alla perfezione monete da due euro, serve da contasoldi e da borsellino,
intorno sono stati infilati tanti cerchietti di gomma nera ricavati dal taglio di una camera d'aria da bicicletta
sono elastici di grande tenuta e servono per tanti usi, due giorni fa ne ho usato uno per fermare il nylon di un obrello in modo solidale con l'estremità della stecca in acciaio, aveva perso il puntalino, il nylon risaliva verso il centro e mi stavo infradiciando, tre giri di elastico e la soluzione ha funzionato. L'importante è averne sempre in borsa qualcuno. Servono anche per la chiusura e apertura reiterata dei sacchetti in nylon nei quali raccolgo l'organico e soprattutto la sabbietta della toilette dei mici. Impediscono la fuoriuscita di mefitici odori,nell' attesa di portarli ai contenitori per la differenziata. Qui sotto l' immagine del tipo di allaccio: potete lasciare la matita o un bastoncino infilato per aprire e chiudere in rapidità oppure far passare un'ansa dell'elastico nell'altra dopo che ha circondato la plastica del sacchetto..
Infine ecco un portagioie costituito da una semplice scatola di cartone. La realizzazione risale all'estate del 2006 e voi che ci seguite da anni avrete già capito di quale gioie stia parlando
un abbraccione da
Holly
martedì 11 marzo 2014
Fatevi i gatti vostri n. 542 " Il primo giallo italiano"
Ancora per una puntata (stavolta nel giusto giorno di edizione) mi permetto di annoiarvi con una lunga disquisizione sui canoni del giallo classico in calce a questo post, che mutuo, come il precedente post dal pregevole intevento del Cinese su un forum inerente il giallo del quale purtroppo non trovo più traccia grazie alla mia sbadataggine e al vizio di copiare in file testo le cose che mi interessano senza allegare il link della pagina in cui le ho lette.
Comunque prima di lasciarvi ai canoni del giallo, voglio premiare la vostra preziosa attenzione con un giallo d'archivio, addirittura con quello che è considerato il primo giallo italiano e che per data anticipa perfino le stupende opere di Poe. Si tratta manco a farlo a posta di un romanzo ambientato a Napoli e scritto da un napoletano verace Francesco Mastriani (Napoli 1819- 1891) che fu autore di romanzi d'appendice di grande successo nonché drammaturgo e giornalista.
Tutti i gialli che recensirò saranno a disposizione dei nostri lettori come ebook ma dato che non voglio crear problemi di copyright metterò il link per scaricarli solo in quelli ormai liberi dai diritti d'autore. Per ogni altro testo che desideriate sarà sufficiente che mi scriviate privatamente a esserinoebalena@email.it io vi indicherò come reperirlo.
Un abbraccio a Tutti e se avete amici che amano il giallo fate passare la voce, che almeno non vada vana la fatica ahahha
Bobby
la trama:
Protagonisti de “Il mio cadavere” sono quattro persone che vivono nella Napoli 1826: Daniel Fritzheim, alias Daniel De Rimini, è maestro di musica trovatello sottratto alla fame e alla morte da uno stradiere,Giacomo Fritzheim, che lo crescerà amandolo come uno dei suoi figli. Assetato di ricchezza Daniele De Rimini, però si rivelerà un mostro di irriconoscenza, mosso soprattutto dall'ambizione; la povera Lucia che, dopo la morte dei genitori, deve sbarcare il lunario per dar da mangiare ai suoi quattro fratelli; l’avvenente e ricchissima Emma figlia del Duca di Gonzalvo, nobile spagnolo in esilio a Napoli.Emma è abituata a vedere gli uomini strisciare ai suoi piedi e infine il baronetto dissoluto Edmondo. La morte di quest’ultimo porterà all’apertura di una vera e propria indagine da parte del dottor Weiss che analizzando il cadavere del povero Edmondo dimostrerà conoscenze di anatomia degne della moderna Kay Scarpetta e un fiuto da segugio infallibile. E dalla storia emergono poi questioni enigmatiche di cui verrà data soluzione durante lo svolgimento della storia: chi sono in realtà i cavalieri del firmamento? Chi è in realtà il misterioso Maurizio Barkley che sembra essere il vero artefice del complotto narrato nel denso feuilleton di Mastriani?
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I CANONI DEL GIALLO (a cura del CINESE)
Nel 1928 durante la cosiddetta "epoca d'oro" del romanzo giallo si sentì la necessità di stabilire un codice che fissasse le regole per creare un buon poliziesco. Fu il critico d'arte Willard Huntington Wright, meglio conosciuto come S. S. Van Dine, nel suo articolo "Venti regole per scrivere romanzi polizieschi" a dettare questi standard che generalmente sono stati seguiti sino ad oggi.
1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
13. Società segrete, associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
j) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
Naturalmente seguire pedissequamente queste regole avrebbe tolto al giallo l'emozione e gli avrebbe tolto quel realismo a cui molti giallisti tendevano. Infatti Raymond Chandler nel suo famoso saggio "La semplice arte del delitto" scritto nel 1944 polemizza duramente con il romanzo poliziesco classico "riservato alle vecchie signore", perchè "il romanzo poliziesco deve essere realistico per quanto riguarda personaggi, ambiente e atmosfera. Deve trattare di persone vere in un mondo vero". Nel suo saggio Chandler loda Dashiell Hammett per per aver strappato il delitto al giardino di rose del vicario, dove lo tenevano ostaggio Agatha Christie e Dorothy Sayers, e averlo restituito ai vicoli, in "un mondo in cui i gangster possono dominare le nazioni e poco manca che governino le città".
Comunque prima di lasciarvi ai canoni del giallo, voglio premiare la vostra preziosa attenzione con un giallo d'archivio, addirittura con quello che è considerato il primo giallo italiano e che per data anticipa perfino le stupende opere di Poe. Si tratta manco a farlo a posta di un romanzo ambientato a Napoli e scritto da un napoletano verace Francesco Mastriani (Napoli 1819- 1891) che fu autore di romanzi d'appendice di grande successo nonché drammaturgo e giornalista.
Tutti i gialli che recensirò saranno a disposizione dei nostri lettori come ebook ma dato che non voglio crear problemi di copyright metterò il link per scaricarli solo in quelli ormai liberi dai diritti d'autore. Per ogni altro testo che desideriate sarà sufficiente che mi scriviate privatamente a esserinoebalena@email.it io vi indicherò come reperirlo.
Un abbraccio a Tutti e se avete amici che amano il giallo fate passare la voce, che almeno non vada vana la fatica ahahha
Bobby
il primo giallo italiano lo trovate qui sotto
la trama:
Protagonisti de “Il mio cadavere” sono quattro persone che vivono nella Napoli 1826: Daniel Fritzheim, alias Daniel De Rimini, è maestro di musica trovatello sottratto alla fame e alla morte da uno stradiere,Giacomo Fritzheim, che lo crescerà amandolo come uno dei suoi figli. Assetato di ricchezza Daniele De Rimini, però si rivelerà un mostro di irriconoscenza, mosso soprattutto dall'ambizione; la povera Lucia che, dopo la morte dei genitori, deve sbarcare il lunario per dar da mangiare ai suoi quattro fratelli; l’avvenente e ricchissima Emma figlia del Duca di Gonzalvo, nobile spagnolo in esilio a Napoli.Emma è abituata a vedere gli uomini strisciare ai suoi piedi e infine il baronetto dissoluto Edmondo. La morte di quest’ultimo porterà all’apertura di una vera e propria indagine da parte del dottor Weiss che analizzando il cadavere del povero Edmondo dimostrerà conoscenze di anatomia degne della moderna Kay Scarpetta e un fiuto da segugio infallibile. E dalla storia emergono poi questioni enigmatiche di cui verrà data soluzione durante lo svolgimento della storia: chi sono in realtà i cavalieri del firmamento? Chi è in realtà il misterioso Maurizio Barkley che sembra essere il vero artefice del complotto narrato nel denso feuilleton di Mastriani?
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I CANONI DEL GIALLO (a cura del CINESE)
Nel 1928 durante la cosiddetta "epoca d'oro" del romanzo giallo si sentì la necessità di stabilire un codice che fissasse le regole per creare un buon poliziesco. Fu il critico d'arte Willard Huntington Wright, meglio conosciuto come S. S. Van Dine, nel suo articolo "Venti regole per scrivere romanzi polizieschi" a dettare questi standard che generalmente sono stati seguiti sino ad oggi.
1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l'indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.
13. Società segrete, associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventura.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
j) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
Naturalmente seguire pedissequamente queste regole avrebbe tolto al giallo l'emozione e gli avrebbe tolto quel realismo a cui molti giallisti tendevano. Infatti Raymond Chandler nel suo famoso saggio "La semplice arte del delitto" scritto nel 1944 polemizza duramente con il romanzo poliziesco classico "riservato alle vecchie signore", perchè "il romanzo poliziesco deve essere realistico per quanto riguarda personaggi, ambiente e atmosfera. Deve trattare di persone vere in un mondo vero". Nel suo saggio Chandler loda Dashiell Hammett per per aver strappato il delitto al giardino di rose del vicario, dove lo tenevano ostaggio Agatha Christie e Dorothy Sayers, e averlo restituito ai vicoli, in "un mondo in cui i gangster possono dominare le nazioni e poco manca che governino le città".
sabato 8 marzo 2014
fatevi i gatti vostri n. 541 " Dante in anticipo"
Ho pensato che scrivere la domenica significa lasciare poco tempo a chi vol leggere e d'accordo con Bobby ho variato il mio giorno di post prendendo il sabato. Dunque Ttcca a me oggi, anzitutto scusate se negli ultimi tempi mi fo sentire poco, mi girano le palle e non voglio trasmettere agli amici cari del blog questo fastidioso e vorticoso movimento. Ho però accettato volentieri l'invito di una pagina a tema nella quale le troppe polemiche che mi stanno dentro non troveranno spazio. Qui si parla di novelle.
E allora prendetevi un quarto d'ora di tempo, davanti a un bicchier di vino, ua grappa, un pònce, o anche una bella tazza di tè, caffè o orzo. Se vi piace leggere, leggete! Altrimenti clicccate sul link qui sotto, socchiudete l'occhi e ascoltate. La voce è di Silvia Cecchini che ha una dizione italiana guasi perfetta ma con una radice toscana che non gli si cancellerebbe nemmeno colla gomma da inchiostro. Dice che a noi ci succede così perché non ci si vergogna del posto dove siamo nati anzi..... E anche se si vive in altre parti d'Italia o del mondo raramente se ne acquisisce l'accento come capita a chi desidera omologarsi, non è roba per noi siam fatti così:

Di solito le novelle che mi piacciono
sono novelle della mia terra o meglio
di quelle n'ho un armadio pieno in testa,
ma ne amo tante altre e mi garbano anche le fiabe
per i bimbi. Insomma materiale
per intrattenevVi ne ho a bizzeffe.
Questa è una novella scritta da Ferdinando Paolieri.
Nacque a Firenze nel 78 (ottocento)
prima bravo pittore alla macchiaiola
qui sono ci sono alcuni suoi lavori
qui sopra la passeggiata delle novizie
qui sopra tramonto estivo
poi prolifico scrittore , nel 28 (novecento) s'era bell' e rotto le palle di questo mondo, ma in quella manciata d'anni dipinse e narrò la sua terra con maestria.
In questa novella, in particolare si avverte quasi la contemporaneità. Di vicende così ne capitano tutti i giorni. In fondo una breve biografia di Paolieri
un abbraccio a tutti Dante
GENTE MODERNA file audio per sentire cliccate sulla scritta in giallino a sinistra
E allora prendetevi un quarto d'ora di tempo, davanti a un bicchier di vino, ua grappa, un pònce, o anche una bella tazza di tè, caffè o orzo. Se vi piace leggere, leggete! Altrimenti clicccate sul link qui sotto, socchiudete l'occhi e ascoltate. La voce è di Silvia Cecchini che ha una dizione italiana guasi perfetta ma con una radice toscana che non gli si cancellerebbe nemmeno colla gomma da inchiostro. Dice che a noi ci succede così perché non ci si vergogna del posto dove siamo nati anzi..... E anche se si vive in altre parti d'Italia o del mondo raramente se ne acquisisce l'accento come capita a chi desidera omologarsi, non è roba per noi siam fatti così:
Peggiori.... Migliori... Mai Eguali
Di solito le novelle che mi piacciono
sono novelle della mia terra o meglio
di quelle n'ho un armadio pieno in testa,
ma ne amo tante altre e mi garbano anche le fiabe
per i bimbi. Insomma materiale
per intrattenevVi ne ho a bizzeffe.
Questa è una novella scritta da Ferdinando Paolieri.
Nacque a Firenze nel 78 (ottocento)
prima bravo pittore alla macchiaiola
qui sono ci sono alcuni suoi lavori
qui sopra la passeggiata delle novizie
qui sopra tramonto estivo
poi prolifico scrittore , nel 28 (novecento) s'era bell' e rotto le palle di questo mondo, ma in quella manciata d'anni dipinse e narrò la sua terra con maestria.
In questa novella, in particolare si avverte quasi la contemporaneità. Di vicende così ne capitano tutti i giorni. In fondo una breve biografia di Paolieri
un abbraccio a tutti Dante
GENTE MODERNA file audio per sentire cliccate sulla scritta in giallino a sinistra
GENTE MODERNA. testo
- Caro babbo - disse freddamente il cavaliere Adolfo, cassiere principale presso la Banca X...., è inutile disperarsi e discutere. Ho fatto male, lo so, ma se mi andava bene non sarebbe avvenuto nulla di grave, anzi.... Per conseguenza è perfettamente ozioso che tu ti scagli contro di me con gesti e paroloni da melodramma; in tal caso, io per difendermi...
- Difenderti?!
- Difendermi, sì.... il diritto alla difesa è sacro! Per difendermi, dunque, dovrei scagliarmi con gesti e paroloni da melodramma contro mia moglie per la quale, onde mantenerle il lusso, l'automobile e il quartiere elegante, io ho giuocato e perduto.... ergo, siccome ho trentacinque anni e nessuna voglia d'ammazzarmi, non rimane che pensare di escogitare un rimedio.
- Un rimedio? È presto fatto, o rimetti la cifra sottratta alla cassa, o vai in galera, o ti ammazzi.
- Ammazzarmi, io? Eh! no caro, finchè c'è vita c'è speranza ed io credo....
- Ma tu sei pazzo! pazzo, senza remissione. Dove vuoi che trovi, a quest'ora, duecentocinquanta mila franchi? Fosse stato ieri, stamani... ma ora, alle due di notte! Via, andiamo, non facciamo scherzi di cattivo gusto!
Il vecchio banchiere fremeva. Sapeva bene che il figlio conosceva l'origine della sua fortuna, oggi seriamente scossa, e rivedendosi riflesso in lui, come in uno specchio, non osava di pronunziare le grandi frasi. Anche lui, quarant'anni avanti, aveva giocato i denari degli azionisti affidati a lui, ma li aveva giocati in Borsa, in una operazione di grande stile, che, per di più, era riuscita bene. E quel tonto, quel babbeo, quel criminale idiota, era andato invece, a fare una serie di vuoti di cassa che erano arrivati, finalmente, a quella razza di somma e aveva subita l'ultima perdita proprio alla vigilia d'un ispezione!
Nella camera, dai tappeti soffici, illuminati soltanto dalla luce rosea della veilleuse, non si sentiva che il respiro affannoso della signora bruscamente svegliata dall'impetuoso e disperato ritorno del marito. Seduta sul letto, con un boa attorno al collo, i capelli magnifici sciolti giù per le spalle, essa girava attorno i grandi occhi attoniti incerta ancora se sognava o era desta.
E i due uomini, colle braccia incrociate sul petto l'uno, il più giovane, l'altro, il più vecchio, colle mani nervosamente intrecciate dietro il dorso, misuravano a grandi passi la stanza, e nessuno dei tre aveva ormai il coraggio di dire più nulla, tanto più che ciascuno tremava pensando a quel che sarebbe successo quando l'avrebbe saputo la madre del giovine cassiere, la signora economa e previdente la quale s'era scagliata tante volte contro la vita elegante della nuora.
La giovine nuora era di buona, modesta famiglia borghese e l'affare l'aveva combinato lo stesso banchiere il quale, fornita una istruzione al figliuolo e collocatolo a posto, s'era dato premura di accasarlo per tempo con persona di miti pretese per non spingerlo sulla strada pericolosa che lui aveva battuto da giovine e sulla quale l'aveva poi regolato raddrizzato e rimesso in careggiata l'oculatezza della signora Dionisia.
- Tuo figlio, soleva dire la madre previdente, tuo figlio dirazza, e, se non ne avessi l'assoluta certezza, direi perfino che non è tuo, da quanto è diverso da te. Egli deve essere un uomo onesto non deve provare scosse nè misurare gli alti e bassi dell'esistenza dei lottatori. Sarà un buon marito e un buon impiegato. E basta! E gli daremo una moglie borghese, non abituata al lusso, ai divertimenti, alle dissipazioni.
Conti senza l'oste!
La giovine sposa entrò ben presto al contatto del mondo che frequentava la casa del banchiere, contemplò gioielli che lei non possedeva, pellicce che non si sognava neppure, automobili silenziose come fantasmi... il marito, geloso, vedendo la moglie corteggiata e ammirata, non seppe rifiutarle nulla per timore di disgustarla, non solo, ma fomentò il suo gusto alle cose belle e sontuose, fiero di mostrarsi in società con quella donna che tutti gl'invidiavano, e cominciò, anche lui, a non contentarsi più della posizione sicura, ma umile, che il padre, accorto e conscio per esperienza come l'abisso si trovi sempre al piè delle cime, gli aveva procurato e, sentendo discorrere di operazioni, di società anonime, di contratti lucrosi, prese a confidare alla consorte dei progetti audaci per l'avvenire.
La signora non tardò a rivelargli, nell'intimità, ridendone lei per la prima, che uno degli assidui del suo salotto, il ricchissimo e bruttissimo borsista Lavoni, le aveva offerto, per prova, di entrare in qualche piccola speculazione, a titolo di esperimento, di saggio, con lui, s'intende senza che essa dovesse sborsare un soldo e aggiungeva, naturalmente, d'aver ricusato con energia.
Ma codesta manovra del borsista bastò a fare entrare un diavolo per capello al cassiere il quale promise a sè stesso di riuscire a procurarsi le somme necessarie a un tentativo di speculazione su certe azioni d'una miniera che promettevano di salire vertiginosamente.
Per comprarne un primo stock occorreva almeno una cinquantina di mila franchi e il cassiere ne prese delicatamente diecimila dal deposito della Banca e li puntò sul tappeto verde, dove sparirono come foglie secche a un soffio di tramontano.
Si imagina il resto della storia la quale finì, come tutte le storie di questo genere, con una specie dì lotta sorda fra l'uomo e la sfortuna, finchè quando la cifra arrivò ad essere perfettamente tonda (duecentomila lire!) insieme a codesto deficit, il cassiere trovò, per giunta, anche l'avviso d'un'ispezione.
E allora prese altre cinquantamila lire e giocò tutta la pòsta. Le raddoppiò. Non bastavano. Puntò daccapo, perse, riguadagnò e poi venne il crollo. Dopo il quale non gli restò, alle due di notte, che salire le scale di casa e svegliare il babbo, confidando che il passato del vecchio banchiere avrebbe servito di scudo al suo fallo.
Ma il tempo era troppo ristretto, le faccende dell'ex strozzino, dacchè s'era ritirato dagli affari, andavano bene a patto che egli camminasse sul fil del rasoio, e duecentocinquanta mila lire son sempre una bella cifra!
Motivo per cui tutti e tre, babbo e figliuolo e nuora, non sapevano assolutamente che pesci pigliare.
E quel cretino che non voleva saperne di abbandonare la moglie, di fuggire! Quell'imbecille che non aveva il fegato di spararsi una revolverata nel capo! Quell'idiota che trovava a quell'ora, e in quelle condizioni, l'ingenuità di invocare, di cercare un rimedio!
Roba da camicia di forza.
Ma tutte codeste considerazioni erano zuccherini in confronto alla paura terribile che tutti e tre avevano, senza osare di confessarselo, di vedere apparire nella sua maestosa vestaglia rossa, la rispettiva moglie, madre e suocera, nella stanza fatale.
E la suocera, incuriosita da certi rumori, si svegliò, trovò il posto del marito, accanto a lei, nel letto, vuoto, sospettò qualche imbroglio (conosceva i suoi polli) e in cuffia bianca, infilata la maestosa vestaglia color di rosa e inforcate le lenti montate in oro, sul naso aquilino, girò per la casa e trovò il terzetto al colmo della costernazione.
Tutti tacevano, col cuore nel petto che batteva come il battaglio d'una campana squassata a mortorio, aspettando l'esplosione.
Invece la signora Dionisia fu sublime.
- Prima di tutto, ella disse, proibisco le esclamazioni di qualunque genere e (rivolta alla nuora) i singhiozzi, perchè la servitù non s'avveda di niente.
«Poi, prego di esaminare esattamente la situazione. Non c'è nulla d'irrimediabile (il banchiere la guardava allibito) non c'è nulla di perduto. Di perduto e d'irrimediabile c'è la posizione e la onestà di Adolfo, ma si rifarà la prima e quanto alla seconda... vuol dire che era fatale! È un bel sogno svanito, ma almeno mio marito avrà avuto ora, finalmente, la vera prova che Adolfo è suo figlio.
La delicata osservazione non parve commuovere estremamente il banchiere....
«Dunque, riprese la signora, io possiedo un deposito di duecentocinquantamila lire, e che rappresenta quasi metà della nostra fortuna, a un'altra Banca, come sapete, in testa mia, e le svincolerò....
- E tu vorresti che noi?... Ma dobbiamo andare alla fame, dunque, per questi due imbecilli?
- Nemmen per idea! Tu, Adolfo, hai le chiavi della cassa?
- Le ho.
- Benone, tranquillizzati, mettiti in calma.... E stamani subito, per tempissimo, quando non c'è nessun impiegato, entra in Banca, apri la cassa e piglia altre duecentocinquantamila lire, poi vieni qui, e dalle al babbo; quindi vai alla stazione e fuggi.
«II babbo, consegnata a me la somma, (penserò io a metterla al sicuro) si recherà dal direttore della Banca e gli rivelerà che tu hai fatto un vuoto di cassa di mezzo milione e sei scappato. Il direttore convocherà gli azionisti e a loro il babbo offrirà le due corna di questo dilemma: O voi denunciate mio figlio e rovinate me e lui, senza pigliare un soldo, o vi contentate di tutta la mia sostanza consistente nella dote di mia moglie per duecentocinquantamila lire liquide, le quali, a patto che recediate da ogni proposito di denunzia, m'impegno a versarvi a titolo d'indennizzo, dentro quarantotto ore....
- Ma è una cosa grave!
- Ma trovami un mezzo migliore, se ti riesce! O fai arrestare tuo figlio e ti metti in condizione di non presentarti più in borsa, o, senza rischiare un soldo, fai una bellissima figura e ci salvi tutti. Gli azionisti son gente pratica, gente che più o meno ha scorso la cavallina degli affari e che si farebbe ghigliottinare prima di metter mano alla borsa. Essi apprezzeranno altamente il gesto d'un padre e d'una madre i quali si rovinano per rimediare il fallo d'un figlio, ne rimarranno commossi e siccome il male anderà diviso in piccole parti fra tutti, saranno felici vedendo che, di colpo, il danno subìto si riduce della metà senza scandali le cui conseguenze si rifletterebbero indiscutibilmente anche sulla banca e quindi su loro medesimi.... Mentre noi, non avremo altro incomodo che quello di tenere per qualche tempo infruttifera la somma, finché le faccende non saranno accomodate. Mi pare, dunque, che Adolfo farà bene a preparare due cose: la valigia e una lettera di dimissioni.... Quanto al suo avvenire.... Sono i contrasti della vita che formano i caratteri e io credo che tutto il male non venga per nuocere. Non ci mancano, per fortuna, le aderenze e nostro figlio potrebbe profittare delle offerte di quel tuo antico socio di Londra....
Il banchiere, a capo basso, pareva riflettere profondamente, e taceva.
La signora Dionisia gli mise amorevolmente una mano sulla spalla: Ma se è cosa fatta.... andiamo! benedetto uomo! Vedi come ti sei ridotto, mentre potevi aver fatto milioni durante la guerra, per il tuo orrore delle speculazioni coraggiose, per la tua onestà.... Questa è una lezione che ci dà il destino.... vinci gli scrupoli!
Ma il banchiere rialzata la testa, rispose, quasi parlando ancora a sè stesso: Macchè scrupoli! pensavo... se non fosse meglio offrire agli azionisti duecentomila lire sole... infin dei conti è una cifra che non si trova sotto un mattone.
- Così tu mi piaci. Ora riconosco mio marito! coraggio e avanti!
«Un galantuomo, come te, che adora la propria famiglia, deve lottare e trasformare le avversità in benefizii! coraggio, Adolfo! sarai più fortunato un'altra volta.... intanto, vediamo se, dato che hai perso il posto, ci riescisse di salvarti, in quest'affare, una cinquantina di mila lire.... ti farebbero comodo per ricominciare a formarti, onestamente, una posizione.
- Hai ragione, esclamò il banchiere, hai ragione.... ho bell'e deciso in questo senso e non se ne parli più.
La signora Dionisia ritornò a letto, i due uomini andarono nello studio a compilare la lettera di dimissioni, e la sposina rimase sola a rimuginare come avrebbe fatto per ricondurre senza parere, il brutto borsista Lavoni sull'argomento di quella certa speculazione che aveva respinta, inconsideratamente, pochi mesi prima.
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Aveva già iniziato la sua attività di novelliere con i racconti di Scopino e le sue bestie(1911). Nello stesso anno di fondazione de "La Torre" pubblicò le Novelle toscane(1913), e successivamente le Novelle Selvagge (1918), le Novelle incredibili (1919),Uomini, bestie, paesi (1920), Novelle per soldati (1926), Novelle agrodolci (1925): tutti bozzetti ricchi di vivacità e sapore, ma volutamente limitati da un ambito di provincialità. Lo stesso carattere hanno i romanzi: Storia di un orso e di una gatta (1921); Natio borgo selvaggio (1922), che è giudicata la sua opera più matura e interessante; La maschera celeste (1922); I fuggiaschi (1924); Amor senz'ali (1928): serie di quadretti, di scenette, non privi di argutezza e di vigore di linguaggio, nonché di sapiente dosaggio dei sentimenti.Dapprima appassionato anticlericale, fondò a Siena nel 1913 con Federigo Tozzi e Domenico Giuliotti il settimanale "La Torre", che si autodefinì «organo della reazione cattolica». Partecipò alla prima guerra mondiale distinguendosi per atti di valore.
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Ferdinando Paolieri nacque a Firenze il 2 maggio 1878.
Spirito irrequieto e sempre alla ricerca di una propria strada, sperimentò differenti forme d'arte, dalla pittura alla poesia, alla novellistica, al teatro. Rifiutò la comoda strada dell'avvocatura, caldeggiata dal padre, preferendo la vita da bohemien dell'ambiente dei macchiaioli toscani, specialmente sotto l'influsso del Fattori. La sua vocazione per la pittura, rafforzata dal successo di due sue tele esposte a Monaco nel 1903, si concretizzò con l'apertura di uno studio da pittore a Firenze assieme ad altri amici che avevano condiviso fino a quel tempo la sua vita libera.
Ma presto si dedicò più compiutamente alla scrittura e già nel 1908 compose la sua prima opera, il poemetto in ottave, Venere agreste, ispirato alla sensualità pastorale di cui già si era fatto portatore il D'Annunzio e che rappresenta l'unico cedimento del Paolieri alle mode e correnti del suo tempo. Infatti questo autore restò sempre fuori dalle mode letterarie del primo Novecento (futurismo, realismo magico, parnassianesimo, ecc.). Egli mantenne quasi costantemente la sua opera nel solco della tradizione della letteratura regionale, che in quegli anni era segnato soprattutto da Fucini.
Aveva già iniziato la sua attività di novelliere con i racconti di Scopino e le sue bestie(1911). Nello stesso anno di fondazione de "La Torre" pubblicò le Novelle toscane(1913), e successivamente le Novelle Selvagge (1918), le Novelle incredibili (1919),Uomini, bestie, paesi (1920), Novelle per soldati (1926), Novelle agrodolci (1925): tutti bozzetti ricchi di vivacità e sapore, ma volutamente limitati da un ambito di provincialità. Lo stesso carattere hanno i romanzi: Storia di un orso e di una gatta (1921); Natio borgo selvaggio (1922), che è giudicata la sua opera più matura e interessante; La maschera celeste (1922); I fuggiaschi (1924); Amor senz'ali (1928): serie di quadretti, di scenette, non privi di argutezza e di vigore di linguaggio, nonché di sapiente dosaggio dei sentimenti.Dapprima appassionato anticlericale, fondò a Siena nel 1913 con Federigo Tozzi e Domenico Giuliotti il settimanale "La Torre", che si autodefinì «organo della reazione cattolica». Partecipò alla prima guerra mondiale distinguendosi per atti di valore.
Fu per lunghi anni redattore de "La Nazione", su cui tenne la rubrica letteraria e drammatica.
Tutta l'opera di Paolieri si situa nell'ambito di un tenace conservatorismo letterario e culturale di tradizione toscana, da cui egli riprende il gusto per una lingua ricca di compiacimenti dialettali, di ornamenti, di preziosismi, e la misura del bozzetto, descrittivo o narrativo, sullo sfondo di paesaggi e di contorni descritti con compiacimento come primitivi e selvaggi: la maremma, l'Isola del Giglio, l'Impruneta. Ma quello che gli manca è un tessuto fantastico che lo porti su un piano letterario diverso da quello, limitato, delle personali esperienze.
Paolieri scrisse pure per il teatro, in lingua e in dialetto; tra le opere si ricordano le commedie I' pateracchio (1910), in vernacolo chiantigiano molto arguto e felice, rappresentata nel 1911 dalla compagnia Niccóli; Il chiù (1911); Gli antidiluviani (1912), scene maremmane piene di colore rusticale; e infine il dramma religioso La mistica fiamma (1927), dedicato a S. Caterina da Siena. In collaborazione con Giovacchino Forzano scrisse Stenterello e il granduca.
Fu pure librettista di operette: La marchesa nuda (1912, per R. Leoncavallo); Bacco in Toscana.
Morì a Firenze nel 1928.
Fonti:
- Giulio Bucciolini, Ferdinando Paolieri, Firenze 1921.
- Mario Puccini, Scrittori di ieri e di oggi, Napoli, Guida, 1933.
- Silvio D'Amico, Il teatro italiano del Novecento, Milano-Roma, Treves-Treccani-Tumminelli 1933.
- Luigi Ugolini, Ferdinando Paolieri, trent'anni dopo, in «Nuova Antologia» XI 1959.
- Albani-Vacca (a cura di), Ferdinando Paolieri. Atti del convegno di studio. Vita e Opere. Impruneta 27-28 maggio 1988. Bologna, Printer, 1991.
giovedì 6 marzo 2014
fatevi i gatti vostri n. 540 " Sognare con i piedi per terra"
Sognatrice lo sono per natura ma la disillusione nel constatare la poca aderenza tra realtà e sogno mi ha sempre indotta a sognar cose realizzabili e a coltivare sogni dei quali potessi corroborare l'attuazione.
Così, recentemente, mi sono iscritta a un corso di taglio e cucito gratuito organizzato presso un centro anziani. Non avendo l'età minima per partecipare ho avuto il pass di accesso contraccambiando con ceste dei miei biscottini e pizzette.
Quello attuale è un periodo assai buono anche se alla prima apparenza non parrebbe tale. Ho dovuto subire, infatti, due noiosissimi inteventi chirurgici, ortopedici, che hanno alquanto limitato le mie possibilità motorie e mi hanno tenuta lontana dai miei frammentari ma piuttosto costanti lavoretti qui a Venezia e dintorni.
Di conseguenza mi sono giocata le varie opportunità offerte dal carnevale. Molti sono stati i negozianti che hanno mandato in giro addetti pro tempore per la vendita di soprascarpe per l'acqua alta e c'era da strappare la giornata sia con quello, sia con presenze a gettone presso le cucine di vari ristoranti che, per fortuna, in questi giorni, si sono riempiti.
Nonostante queste opportunità sfumate, lo stare a casa non mi è dispiaciuto affatto: Ho fatto maglioni, realizzato pantaloni, sfornato dolci e pane, preparate conserve.
Mi sono goduta i gatti e la presenza di Bobby che ormai passa 15 giorni in Inghilterra e 15 a casa. Ovviamente si porta del lavoro che può fare on line ma dopo tanto tempo di assenza dal nostro focolare, ritrovarlo a colazione e spesso a cena mi fa un gran piacere.Anche la sua nuova fidanzata ciosota (di Chioggia) mi pare assai simpatica oltre che decisamente più carina delle inglesine con le quali mio nipote si accompagnava negli ultimi tempi.
Non inizierò il mio spazio, dedicato ai lavoretti domestici, con ricette o simili ma con semplici foto:
i miei maglioni fatti a ferri in questo periodo, un paio di pantaloni in frescolana, quasi finiti, e infine il gatto ombra ovvero Esserino che, trovandomi sempre a casa, vive praticamente in simbiosi con me.
Eccolo impegnato col filo di lana, stimolo irresistibile anche per un gatto dolcissimo e quasi umano. Ovviamente se volete ralizzare qualcosa di simile alle mie produzioni sarò lieta di fornirVi le indicazioni del caso.
Un abbraccio a tutte/i
Holly

Così, recentemente, mi sono iscritta a un corso di taglio e cucito gratuito organizzato presso un centro anziani. Non avendo l'età minima per partecipare ho avuto il pass di accesso contraccambiando con ceste dei miei biscottini e pizzette.
Quello attuale è un periodo assai buono anche se alla prima apparenza non parrebbe tale. Ho dovuto subire, infatti, due noiosissimi inteventi chirurgici, ortopedici, che hanno alquanto limitato le mie possibilità motorie e mi hanno tenuta lontana dai miei frammentari ma piuttosto costanti lavoretti qui a Venezia e dintorni.
Di conseguenza mi sono giocata le varie opportunità offerte dal carnevale. Molti sono stati i negozianti che hanno mandato in giro addetti pro tempore per la vendita di soprascarpe per l'acqua alta e c'era da strappare la giornata sia con quello, sia con presenze a gettone presso le cucine di vari ristoranti che, per fortuna, in questi giorni, si sono riempiti.
Nonostante queste opportunità sfumate, lo stare a casa non mi è dispiaciuto affatto: Ho fatto maglioni, realizzato pantaloni, sfornato dolci e pane, preparate conserve.
Mi sono goduta i gatti e la presenza di Bobby che ormai passa 15 giorni in Inghilterra e 15 a casa. Ovviamente si porta del lavoro che può fare on line ma dopo tanto tempo di assenza dal nostro focolare, ritrovarlo a colazione e spesso a cena mi fa un gran piacere.Anche la sua nuova fidanzata ciosota (di Chioggia) mi pare assai simpatica oltre che decisamente più carina delle inglesine con le quali mio nipote si accompagnava negli ultimi tempi.
Non inizierò il mio spazio, dedicato ai lavoretti domestici, con ricette o simili ma con semplici foto:
i miei maglioni fatti a ferri in questo periodo, un paio di pantaloni in frescolana, quasi finiti, e infine il gatto ombra ovvero Esserino che, trovandomi sempre a casa, vive praticamente in simbiosi con me.
Eccolo impegnato col filo di lana, stimolo irresistibile anche per un gatto dolcissimo e quasi umano. Ovviamente se volete ralizzare qualcosa di simile alle mie produzioni sarò lieta di fornirVi le indicazioni del caso.
Un abbraccio a tutte/i
Holly

mercoledì 5 marzo 2014
fatevi i gatti vostri n. 539 " di Venere e di Marte...."
"Si comicia male" mi fa stamattina zio Dante mentre con gli occhi gonfi di sonno tento di sorseggiare il caffè e latte con i biscotti al cocco della zia.
Lui sta azzannando un pezzo di focaccia salata sempre fatta dalla zia che lui continua a chiamare orgogliosamente schiaccia.
La sua generosa porzione è imbottita di radicchio ripassato in teglia col gorgonzola e il vino è il suo rosso preferito. Sicuramente questi sono i momenti in cui lo si trova di buon umore, lui anche alle 6 di mattina deve mangiare pane e bere vino ed è inutile proporgli biscotti o biscottini.
"lo so ieri era il primo martedì nel quale dovevano uscire i miei gialli, ma lo sai sono stato in giro tutto il giorno e sono tornato a casa alle due.
"Bada che tanto quella roba che ha fra le zampe quella bimba mica ce la fai a consumalla te costì specie se vai avanti a biscottini e cappuccini".
Per fortuna lo zittisce la zia che sa bene come l'argomento "topico" sia uno di quelli ai quali ancora sorride benevolmente concedendosi a digressioni divertentissime,a patto di non essere il bersaglio dei suoi lazzi.
"Va bene di Venere e di Marte non si sposa non si parte non si dà principio all'arte" chiosa la zia" quindi iniziare di martedì non era cosa saggia ma adesso prometti e giura con la croce delle dita e lo sputo che entro stasera pubblichi "
Prometto e difatti, reperito nel mio hardisk esterno, il materiale che avevo in mente, son qui a inaugurare la prima uscita.
L'introduzione al giallo italiano La trovai circa un anno fa su internet ma la copiai in formato testo senza alcuna specifica e così posso solo attribuirne la paternità a chi all'epoca l' aveva pubblicata.
Non so se fosse una fonte di prima seconda o altra mano ma il blogger si chiamava " IL CINESE".
Il nome non è casuale sia per il colore "giallo" sia perché una rubrica con la quale si concludevano i gialli mondadori di parecchi anni fa era firmata IL MANDARINO) l Comunque a lui il merito di avermela fatta conoscere e di avermi dato la possibilità di estenderla a voi.
Se trovassi ulteriori info sull'autore sarà mia cura pubblicarle nei prossimi post.
Bob
Il libro – pur documentatissimo e con molte note a piè di pagina – è tutt’altro che noioso. Si apre con l’inaugurazione a Milano il 16 settembre del 1929 di una libreria mondadoriana in cui, venne per la prima volta presentata una collana di libri polizieschi che, successivamente diverranno per antonomasia e per il colore delle copertine i “libri gialli”. Nomi come Alessandro Varaldo – vero poligrafo poiché, tra le tante cose che scrisse ci sono anche romanzi d’impronta “gialla” e del poliziesco italiano è il riconosciuto primo autore – o Tito A. Spagnol, o Armando Comez o Arturo Lanocita, Ezio d’Errico (1892-1972) o Augusto de Angelis (1888-1944), Franco Enna e, forse un po’ meno, Giorgio Scerbanenco (1911-1969), al lettor giovane non diranno probabilmente nulla.
Eppure questi (ed altri che qui non menziono, non per scarso rispetto ma per lasciare ai lettori il piacere di scoprirli e per non fare di questa recensione una sorta di elenco telefonico) furono gli autori che contribuirono alla travagliata nascita del romanzo poliziesco italiano. Nascita travagliata e, rispetto ad altre nazioni, tardiva perché questo genere di narrativa ebbe sempre serie difficoltà nel definirsi propriamente e nel distinguersi nettamente da altri generi popolari quali il romanzo d’avventura, per esempio, o il feuilleton.
Molti scrittori che pubblicarono nel decennio ’30-’40 dello scorso secolo erano incapaci di resistere alla tentazione di influenze naturaliste e anche veriste, ignote alla pura narrazione dell’indagine che porta alla soluzione di un caso che era la caratteristica precipua del romanzo-enigma di provenienza britannica che, a cominciare dai famosi racconti di Poe con Dupin e ratificato da Conan Doyle con Shelock Holmes e, in quegli anni, da S.S. Van Dine, Agatha Christie e Dorothy Leigh Sayers (tanto per far qualche nome senz’altro più conosciuto) era il modello da seguire – almeno in Europa – per chiunque volesse scrivere “gialli”.
Popolo, come spesso si dice, di Poeti, Santi e Navigatori, gli Autori italiani mal si trovavano nel inventarsi detective stories all’inglese e i loro eroi se non certamente Santi e men che meno Navigatori, almeno in qualche modo o misura, Poeti dovevano pur esserlo. Ed ecco allora Ezio D’Errico, volendo intenzionalmente continuare il poliziesco alla Maigret (che, nel ’34, Simenon – 1903-1989 – aveva temporaneamente abbandonato), col suo commissario Richard, che gira per Parigi e risolve i casi studiando gli ambienti per lo più derelitti e malinconici dove il misfatto delittuoso è maturato; e Augusto De Angelis col suo commissario De Vincenzi (magistralmente portato in TV dal grande Paolo Stoppa nel ’74 e nel ’77) che spiega i moventi meditando e studiando Freud o Franco Enna che scopre gli assassini col ripiegarsi nella propria interiorità dei suoi investigatori spesso tali a causa di improvvise circostanze e, comunque, loro malgrado. Franco Enna scrisse tra l’altro anche testi di Fantascienza.
Ma il poliziesco era sgradito al Fascismo che vedeva pretestuosamente in esso un genere che avrebbe potuto compromettere la “sanità” morale del giovane fascista. Non si dimentichi, inoltre, che la maggioranza dei giallisti era anglosassone e, in quanto tale, a quel tempo, di per sé pericolosa e nemica. A Mussolini non bastò che un fatto di cronaca, una rapina in villa nella quale erano implicati dei giovani, per confermare il timore di possibile cattivo influsso di questo tipo di storie sulla gioventù e firmare, nell’estate del ’41, un decreto che, di fatto, chiudeva la nota collana della mondadoriana . “Il Giallo Mondadori” tornerà in edicola nell’aprile del ’46. Rimasero tuttavia due case editrici, la Sonzogno e la Nerbini, ad avere delle collane in cui venivano pubblicati anche romanzi polizieschi. E si ebbero anche Autori di Regime.
Nel secondo dopoguerra, a farla da padroni furono gli Autori americani. Arrivò in Italia tutto la produzione, per forza di cose non nuovissima, la cui divulgazione il Fascismo aveva osteggiato e impedito. Gli scrittori italiani del genere non piacevano e venivano preferiti quelli statunitensi e Inglesi sia vecchio stile (poliziesco classico a enigma), sia nuovo stile (nuovo per modo di dire, per il pubblico italiano visto c’hera nato negli anni Venti), quelli dell’Hard Boiled novel. Hammet, Chandler, Cheyney e Spillane. Per aggirare l’ostacolo e seguire l’andazzo, praticamente tutti gli scrittori italiani assunsero pseudonimi stranieri e produssero romanzi con vicende e ambientazioni statunitensi: era la condicio sine qua nonper poter pubblicare.
Alcuni passarono al noir, ossia inventavano storie in cui il protagonista non era l’investigatore (privato o istituzionale) di turno, bensì colui che di quest’ultimo di solito era la preda o, comunque colui che si veniva a trovare in una situazione in cui la Giustizia (con la G maiuscola) mal si adattava al sua caso ed era, perciò, costretto ad agire altrimenti. Ai lettori questo non provocava crisi di coscienza. Specialmente per i ceti più popolari, le Forze dell’Ordine sempre avevano suscitato se non proprio odio, almeno una malcelata diffidenza e, quindi, un eroe più o meno simile a Robin Hood od Arsenio Lupin o, in ogni caso, ingiustamente braccato poteva anche andar bene. Ed entusiasmare.
E poi, nel ’66 venne Giorgio Scerbanenco. A dir la verità aveva cominciato già dal ’40 con un poliziotto dall’improbabile nome di Arturo Jelling operante in un altrettanto alquanto improbabile Boston. E aveva continuato – lo sapevate? – scrivendo romanzi “rosa”. Ma ora toccava al personaggio che gli diede la notorietà: Duca Lamberti, medico radiato dall’Albo per aver praticato l’eutanasia su di un’anziana signora ma che collabora con la Polizia. E ciò che appare maturo e indispensabile è lo sfondo urbano, la Milano nera, violenta, corrotta, ipocrita.
L’aveva capito G.K. Chesterton sin dal 1901 quando, in The Defendant fra le varie “difese”, in quella riservata alla detective story, scriveva che “A rude, popular literature of the romantic possibilities of the modern city was bound to arise. It has arisen in the popular detective stories, as rough and refreshing as the ballads of Robin Hood.” [“Una rozza letteratura popolare delle potenzialità fantastiche della città moderna era destinata a sorgere. Ed è sorta, fresca e ingenua come una ballata di Robin Hood, con la detective story.” la traduzione è tratta dall'antologia di saggi sul romanzo poliziesco La trama del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco ISBN 8873800963]. Naturalmente, anche altri, come D’Errico e De Angelis, avevano compreso l’importanza della città ma rimaneva in loro un certo provincialismo più o meno palese che con Scerbanenco scompare del tutto.
Fa bene a far notare Rambelli che il romanzo poliziesco si evolve e muta contestualmente all’evolversi e al mutare della società; anche perché, come genere, molto si avvale dei reali fatti di cronaca. Non a caso, gli Autori son spesso giornalisti. Laddove succedono rapimenti, attentati, scandali politici, rivolte di piazza, c’è poco posto per il raffinato detective alla Philo Vance che – di estrazione borghese – di un mondo borghese (se non alto borghese) ricomponeva l’equilibrio infranto da un inaspettato delitto. Questa figura di poliziotto viene necessariamente meno; come meno viene anche quella del detective “duro” alla Marlowe. Anzi, il poliziotto di questi tempi può non lavorare da solo: non sempre, ma spesso deve lavorare in squadra. La sua figura viene quantomai ridimensionata e, anche di grado, da commissario passa a sergente come l’Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli.
Grandi scrittori come Leonardo Sciascia (1921-1989) s’interessarono al dibattito mai completamente sopito fin dagli anni Trenta sul romanzo poliziesco, le sue origini (dal romanzo gotico, passando necessariamente per Poe e venendo ratificato col positivismo tardo ottocentesco) ma, soprattutto sul suo rapporto col lettore.
Sono anche interessanti gli sviluppi della politica editoriale per il “giallo” italiano. Risultava difficile che se ne potesse fare una serie con uscite a scadenza fissa (settimanale, mensile o altro); in parte perché gli editori non potevano contare su un ampio numero di scrittori seriali e. per lo più, per il fatto che gli scrittori italiani tendevano (o aspiravano) sempre al letterario che col romanzo poliziesco è raro possa convivere (Quer pasticciaccio dell’ing. Gadda – 1957 – evidentemente, è un’eccezione). Si vede che, diversamente da Simenon, gli scrittori nostrani non ebbero la fortuna di ricevere consigli dalla grande e popolarissima Colette (1873-1954) che, restituendogli alcuni racconti di genere letterario, appunto, esortò il giovane scrittore belga in questi termini: “Niente letteratura, ragazzo mio! Tolga tutta la letteratura e vedrà che funzionerà”.
Lui sta azzannando un pezzo di focaccia salata sempre fatta dalla zia che lui continua a chiamare orgogliosamente schiaccia.
La sua generosa porzione è imbottita di radicchio ripassato in teglia col gorgonzola e il vino è il suo rosso preferito. Sicuramente questi sono i momenti in cui lo si trova di buon umore, lui anche alle 6 di mattina deve mangiare pane e bere vino ed è inutile proporgli biscotti o biscottini.
"lo so ieri era il primo martedì nel quale dovevano uscire i miei gialli, ma lo sai sono stato in giro tutto il giorno e sono tornato a casa alle due.
"Bada che tanto quella roba che ha fra le zampe quella bimba mica ce la fai a consumalla te costì specie se vai avanti a biscottini e cappuccini".
Per fortuna lo zittisce la zia che sa bene come l'argomento "topico" sia uno di quelli ai quali ancora sorride benevolmente concedendosi a digressioni divertentissime,a patto di non essere il bersaglio dei suoi lazzi.
"Va bene di Venere e di Marte non si sposa non si parte non si dà principio all'arte" chiosa la zia" quindi iniziare di martedì non era cosa saggia ma adesso prometti e giura con la croce delle dita e lo sputo che entro stasera pubblichi "
Prometto e difatti, reperito nel mio hardisk esterno, il materiale che avevo in mente, son qui a inaugurare la prima uscita.
L'introduzione al giallo italiano La trovai circa un anno fa su internet ma la copiai in formato testo senza alcuna specifica e così posso solo attribuirne la paternità a chi all'epoca l' aveva pubblicata.
Non so se fosse una fonte di prima seconda o altra mano ma il blogger si chiamava " IL CINESE".
Il nome non è casuale sia per il colore "giallo" sia perché una rubrica con la quale si concludevano i gialli mondadori di parecchi anni fa era firmata IL MANDARINO) l Comunque a lui il merito di avermela fatta conoscere e di avermi dato la possibilità di estenderla a voi.
Se trovassi ulteriori info sull'autore sarà mia cura pubblicarle nei prossimi post.
Bob
Storia del giallo italiano
Va detto subito che se cercaste Storia del “giallo” italiano di Rambelli, uscito nel ’79 e, a quanto ne so, mai più ripubblicato o ristampato, difficilmente lo trovereste in libreria. Ed è sinceramente un peccato, visto che, seppur inevitabilmente datato, rimane un testo cardine per tutti coloro che vogliono studiare – sotto il profilo letterario e del costume – il nascere e l’evolversi del genere poliziesco nel nostro Paese.Il libro – pur documentatissimo e con molte note a piè di pagina – è tutt’altro che noioso. Si apre con l’inaugurazione a Milano il 16 settembre del 1929 di una libreria mondadoriana in cui, venne per la prima volta presentata una collana di libri polizieschi che, successivamente diverranno per antonomasia e per il colore delle copertine i “libri gialli”. Nomi come Alessandro Varaldo – vero poligrafo poiché, tra le tante cose che scrisse ci sono anche romanzi d’impronta “gialla” e del poliziesco italiano è il riconosciuto primo autore – o Tito A. Spagnol, o Armando Comez o Arturo Lanocita, Ezio d’Errico (1892-1972) o Augusto de Angelis (1888-1944), Franco Enna e, forse un po’ meno, Giorgio Scerbanenco (1911-1969), al lettor giovane non diranno probabilmente nulla.
Eppure questi (ed altri che qui non menziono, non per scarso rispetto ma per lasciare ai lettori il piacere di scoprirli e per non fare di questa recensione una sorta di elenco telefonico) furono gli autori che contribuirono alla travagliata nascita del romanzo poliziesco italiano. Nascita travagliata e, rispetto ad altre nazioni, tardiva perché questo genere di narrativa ebbe sempre serie difficoltà nel definirsi propriamente e nel distinguersi nettamente da altri generi popolari quali il romanzo d’avventura, per esempio, o il feuilleton.
Molti scrittori che pubblicarono nel decennio ’30-’40 dello scorso secolo erano incapaci di resistere alla tentazione di influenze naturaliste e anche veriste, ignote alla pura narrazione dell’indagine che porta alla soluzione di un caso che era la caratteristica precipua del romanzo-enigma di provenienza britannica che, a cominciare dai famosi racconti di Poe con Dupin e ratificato da Conan Doyle con Shelock Holmes e, in quegli anni, da S.S. Van Dine, Agatha Christie e Dorothy Leigh Sayers (tanto per far qualche nome senz’altro più conosciuto) era il modello da seguire – almeno in Europa – per chiunque volesse scrivere “gialli”.
Popolo, come spesso si dice, di Poeti, Santi e Navigatori, gli Autori italiani mal si trovavano nel inventarsi detective stories all’inglese e i loro eroi se non certamente Santi e men che meno Navigatori, almeno in qualche modo o misura, Poeti dovevano pur esserlo. Ed ecco allora Ezio D’Errico, volendo intenzionalmente continuare il poliziesco alla Maigret (che, nel ’34, Simenon – 1903-1989 – aveva temporaneamente abbandonato), col suo commissario Richard, che gira per Parigi e risolve i casi studiando gli ambienti per lo più derelitti e malinconici dove il misfatto delittuoso è maturato; e Augusto De Angelis col suo commissario De Vincenzi (magistralmente portato in TV dal grande Paolo Stoppa nel ’74 e nel ’77) che spiega i moventi meditando e studiando Freud o Franco Enna che scopre gli assassini col ripiegarsi nella propria interiorità dei suoi investigatori spesso tali a causa di improvvise circostanze e, comunque, loro malgrado. Franco Enna scrisse tra l’altro anche testi di Fantascienza.
Ma il poliziesco era sgradito al Fascismo che vedeva pretestuosamente in esso un genere che avrebbe potuto compromettere la “sanità” morale del giovane fascista. Non si dimentichi, inoltre, che la maggioranza dei giallisti era anglosassone e, in quanto tale, a quel tempo, di per sé pericolosa e nemica. A Mussolini non bastò che un fatto di cronaca, una rapina in villa nella quale erano implicati dei giovani, per confermare il timore di possibile cattivo influsso di questo tipo di storie sulla gioventù e firmare, nell’estate del ’41, un decreto che, di fatto, chiudeva la nota collana della mondadoriana . “Il Giallo Mondadori” tornerà in edicola nell’aprile del ’46. Rimasero tuttavia due case editrici, la Sonzogno e la Nerbini, ad avere delle collane in cui venivano pubblicati anche romanzi polizieschi. E si ebbero anche Autori di Regime.
Nel secondo dopoguerra, a farla da padroni furono gli Autori americani. Arrivò in Italia tutto la produzione, per forza di cose non nuovissima, la cui divulgazione il Fascismo aveva osteggiato e impedito. Gli scrittori italiani del genere non piacevano e venivano preferiti quelli statunitensi e Inglesi sia vecchio stile (poliziesco classico a enigma), sia nuovo stile (nuovo per modo di dire, per il pubblico italiano visto c’hera nato negli anni Venti), quelli dell’Hard Boiled novel. Hammet, Chandler, Cheyney e Spillane. Per aggirare l’ostacolo e seguire l’andazzo, praticamente tutti gli scrittori italiani assunsero pseudonimi stranieri e produssero romanzi con vicende e ambientazioni statunitensi: era la condicio sine qua nonper poter pubblicare.
Alcuni passarono al noir, ossia inventavano storie in cui il protagonista non era l’investigatore (privato o istituzionale) di turno, bensì colui che di quest’ultimo di solito era la preda o, comunque colui che si veniva a trovare in una situazione in cui la Giustizia (con la G maiuscola) mal si adattava al sua caso ed era, perciò, costretto ad agire altrimenti. Ai lettori questo non provocava crisi di coscienza. Specialmente per i ceti più popolari, le Forze dell’Ordine sempre avevano suscitato se non proprio odio, almeno una malcelata diffidenza e, quindi, un eroe più o meno simile a Robin Hood od Arsenio Lupin o, in ogni caso, ingiustamente braccato poteva anche andar bene. Ed entusiasmare.
E poi, nel ’66 venne Giorgio Scerbanenco. A dir la verità aveva cominciato già dal ’40 con un poliziotto dall’improbabile nome di Arturo Jelling operante in un altrettanto alquanto improbabile Boston. E aveva continuato – lo sapevate? – scrivendo romanzi “rosa”. Ma ora toccava al personaggio che gli diede la notorietà: Duca Lamberti, medico radiato dall’Albo per aver praticato l’eutanasia su di un’anziana signora ma che collabora con la Polizia. E ciò che appare maturo e indispensabile è lo sfondo urbano, la Milano nera, violenta, corrotta, ipocrita.
L’aveva capito G.K. Chesterton sin dal 1901 quando, in The Defendant fra le varie “difese”, in quella riservata alla detective story, scriveva che “A rude, popular literature of the romantic possibilities of the modern city was bound to arise. It has arisen in the popular detective stories, as rough and refreshing as the ballads of Robin Hood.” [“Una rozza letteratura popolare delle potenzialità fantastiche della città moderna era destinata a sorgere. Ed è sorta, fresca e ingenua come una ballata di Robin Hood, con la detective story.” la traduzione è tratta dall'antologia di saggi sul romanzo poliziesco La trama del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco ISBN 8873800963]. Naturalmente, anche altri, come D’Errico e De Angelis, avevano compreso l’importanza della città ma rimaneva in loro un certo provincialismo più o meno palese che con Scerbanenco scompare del tutto.
Fa bene a far notare Rambelli che il romanzo poliziesco si evolve e muta contestualmente all’evolversi e al mutare della società; anche perché, come genere, molto si avvale dei reali fatti di cronaca. Non a caso, gli Autori son spesso giornalisti. Laddove succedono rapimenti, attentati, scandali politici, rivolte di piazza, c’è poco posto per il raffinato detective alla Philo Vance che – di estrazione borghese – di un mondo borghese (se non alto borghese) ricomponeva l’equilibrio infranto da un inaspettato delitto. Questa figura di poliziotto viene necessariamente meno; come meno viene anche quella del detective “duro” alla Marlowe. Anzi, il poliziotto di questi tempi può non lavorare da solo: non sempre, ma spesso deve lavorare in squadra. La sua figura viene quantomai ridimensionata e, anche di grado, da commissario passa a sergente come l’Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli.
Grandi scrittori come Leonardo Sciascia (1921-1989) s’interessarono al dibattito mai completamente sopito fin dagli anni Trenta sul romanzo poliziesco, le sue origini (dal romanzo gotico, passando necessariamente per Poe e venendo ratificato col positivismo tardo ottocentesco) ma, soprattutto sul suo rapporto col lettore.
Sono anche interessanti gli sviluppi della politica editoriale per il “giallo” italiano. Risultava difficile che se ne potesse fare una serie con uscite a scadenza fissa (settimanale, mensile o altro); in parte perché gli editori non potevano contare su un ampio numero di scrittori seriali e. per lo più, per il fatto che gli scrittori italiani tendevano (o aspiravano) sempre al letterario che col romanzo poliziesco è raro possa convivere (Quer pasticciaccio dell’ing. Gadda – 1957 – evidentemente, è un’eccezione). Si vede che, diversamente da Simenon, gli scrittori nostrani non ebbero la fortuna di ricevere consigli dalla grande e popolarissima Colette (1873-1954) che, restituendogli alcuni racconti di genere letterario, appunto, esortò il giovane scrittore belga in questi termini: “Niente letteratura, ragazzo mio! Tolga tutta la letteratura e vedrà che funzionerà”.
sabato 1 marzo 2014
fatevi igatti vostri n.538 "IL BLOG SI RINNOVA"
Diciamolo francamente, nonostante la tenacia di Dani che per quasi tutto l'ultimo anno ha tenuto in vita la nostra paginetta, il blog ha risentito pesantemente della latitanza di zio Dante, zia Holly e, in minima parte della mia.
Son mancati poi, in maniera pressoché totale, i contributi del gruppo di Livorno che, attaverso l'agile penna di Zanzara, rendevano gradevole la dislocazione bipartita tra le due città di mare.
Proprio questa mattina, tutti riuniti al tavolo della colazione ovvero: mia sorella ed io, la zia e lo zio e i gatti sul tavolo ad ammorbare con l'afrore di wiskas gli eccellenti biscotti prodotti dalla premiata forneria Holly, mi son preso la briga di sollevare l'argomento Blog in risposta a Dani che mi ricordava con severità e cipiglio: "oggi il post tocca a te e non provare ad esimerti".
Ho ribadito che senza dubbio in questa mia breve permanenza a casa avrei dato una mano, anzi due ma che se nel lontano 2007 ero stato io il promotore della nascita del blog, adesso molte erano le mie riserve sull' opportunità di continuare a dar vita alla paginetta dei gatti.
Zio Dante era dalla mia ed ha preso la parola:
"A parte il fatto che mi son rotto le palle di tutto, anche di stare a galla in questo mondo di merda, ho perso la verve della lotta e dell' incazzatura, posso farcela coi nemici, coi più forti di me, ma coi cretini non ce la fo.
E poi tra il mi babbo, don Luigi e Dino che non stanno bene, Ito che non lo vedo guasi più, te (rivolto a me) che giustamente ti sei levato dalle palle, la tu sorella che doventa polemica come tutte le donne grandi e Holly che a forza di farsi tagliare e ricucire ha più punti di una graffatrice, io nzomma ir tempo pe scrive non lo trovo e la voglia nemmeno. Mi dispiace davvero pe quei tre o 4 amici che ci son rimasti e che ci mandano tante testimonianze d'affetto ma mica posso fingere" e giù una sonora bestemmia (avrebbe chiosato il Manzoni) "sicché- ha ripreso-" sarei pe scrive una bella pagina di commiato abbracci e baci a tutti e via...." e giù un'alta bestemmia.
Zia Holly aveva i lucciconi: "il blog è nato per i gatti non per i miei dolci ne per le polemiche di Dante, piuttosto mettiamo solo le loro foto".
"Sai che coglioni"- ha replicato Dante - "Balena ormai è sempre a bellico all'insù e le foto vengan tutte eguali, Esserino non leva dale palle dai libri e dai fogli, a meno che un si vadano a fotografà i gatti nelle calli sarebbero pagine d'una noia mortale".
Mia sorella: "è un anno che lo porto avanti così, mi rendo conto che non è quello di una volta ma qualcuno ci ama ancora e ci segue, io sono disposta a scrivere fino alla vecchiaia e poi son convinta che il blog porta bene
e che se lo chiudo ci crollerà addosso una sfiga a ombrello peggio di un fungo atomico".
"Argomento da fare invidia a quelli di Schopenauer"- ha ribestemmiato Dante- "colla merda in cui si nota (nuota) ci manca proprio la figa del blog" e giù una madonna per far pari tra i membri della affiatata coppia celeste.
Balena ha ruttato facendoci fare un aerosol al wiskas e il suo fratello ha cominciato a graffiare un deliziosa copertina in feltro che la zia ha appena realizzato per il mio mini pc.
Alla fine Dani ha ripreso la parola rovesciando nell' enfasi la tazza di orzo che aveva davanti.
"Scusate perché non lo facciamo a temi?".
"In che senso?" le fo io
"Quanto mi stanno sulle balle le espressioni di questo tipo, accidenti a te e atutti quelli che replicano dicendo in che senso....."
"Va bene scusami volevo dire amplia il concetto per le menti non illuminate".
"Va cagar ti tuta Ciosa e quea grosa cagata de Osford"
quando parla in dialetto vuol dire che è incazzata davvero. (Vai a quel paese tu, tutta Chioccgia e quella grossa massa di escrementi rappresentata da Oxford ndr)
"Basta" ha tuonato lo zio," una volta anche io avevo pensato a dare un po' di struttura, Dino doveva fare la pagina politica, io le novelle, la zia le invenzioni domestiche ma poi non abbiamo mai formalizzato la cosa e ci siamo lasciati all'improvvisazione".
"Se non ho capito male volevi alludere a quanto ha detto or ora lo zio" ho chiesto a Dani.
"Certo ma in maniera più specifica. Io per esempio mi impegno a buttare giù i testi per chi non ama scrivere, purche me ne venga data la traccia o il contenuto"
"Io le foto dei gatti e le cose di casa" ha detto la zia.
"Io un cazzo.... " e zio Dante ci ha lasciato di stucco per questa ennesima attestazione di nichilismo.
"Io ho ben poco da dire-" mi son lagnato -" ma potrei dedicarmi a temi come quelli gia trattati giorni or sono in merito a social network evoluzione di internet".
"Da Livorno si rimedia nulla?" chiede la zia.
"Uno sputo di pònce ma forse zanzara la cronaca locale ce la fa".
Alla fine mi è venuta un idea: "sia io che lo zio siamo grandi lettori ed estimatori della letteratura thriller e noir o semplicemente dei gialli come diciamo in italia, ho centinaia di gialli anche in formato e book e potrei recensire autori mettendo a disposizione di chi li vuole i testi in mio possesso" ho buttato lì.
Tutti sono stati d'accordo.
"Tu zio non potresti fare qualche pagina sulle ripetizioni di matematica ad esempio?" Ha chiesto Dani.
Sai che paio di palle....."Lo zio è granitico in questo periodo.
"Ma potresti fare una pagina tipo quella di Bobby, dedicandoti alle novelle e alle fiabe"- ha ripreso zia Holly-" e poi sarebbe Dani a scrivere il post, basta che lo butti giù con l'olivetti oppure che glielo dici a voce".
"Va bene purché dopo non mi rompiate più le palle". Ma sorrideva e tutti abbiamo interpretato questa sua condiscendenza come un gesto d'amore per il nostro blog. Lo zio è un duro nei modi e nel carattere ma se si arriva al cuore si può rimaner sorpresi dalla sua tenerezza.
"Allora tu prepara la struttura" mi ha interpellato Dani puntando l' indice.
"OK Direi che per il momento possiamo considerare:
Uscite: martedì giovedì e domenica
martedì: letteratura gialla
giovedì: gatti, resoconti consueti e lavoretti di zia
domenica: fiabe e novelle.
Nota:
Se capitasse qualcosa di particolare o ci venissero idee nuove, saranno inserite di volta in volta negli altri giorni come contributi non ordinari. Ove un argomento dovesse trovare consenso dei lettori e stabilità di redazione tali da farci ritenere che possa osservare una cadenza regolare provvederemo ad assegnargli uno giorno settimanale oppure ogni 2 settimane.
Se capitasse qualcosa di particolare o ci venissero idee nuove, saranno inserite di volta in volta negli altri giorni come contributi non ordinari. Ove un argomento dovesse trovare consenso dei lettori e stabilità di redazione tali da farci ritenere che possa osservare una cadenza regolare provvederemo ad assegnargli uno giorno settimanale oppure ogni 2 settimane.
Non è la struttura di una dissertazione di ricerca ma può reggere.
"da qui si capisce che è un rompiballe strutturato" nota di Dani
Abbiamo finito di mangiare i biscotti, lo zio il pane alle olive e il vino, i gatti hanno lasciato i piatti netti.
"da qui si capisce che è un rompiballe strutturato" nota di Dani
Abbiamo finito di mangiare i biscotti, lo zio il pane alle olive e il vino, i gatti hanno lasciato i piatti netti.
Buona giornata a tutti
Fatevi i gatti vostri continua e si rinnova
un caro abbraccio a tutti gli amici e lettori
Bobby
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