mercoledì 9 giugno 2021

Fatevi i gatti vostri 1865 " roba da donne ma anche pell' omini"

Raramente aggiunto r mi giudizio a quelli dell' autorevoli siti da quali si mutuano le presentazioni pella nostra cinetechina. Oggi però mi sento di fallo. Il firme è bello fatto bene, interpretato bene. 

Basta! Quando na cosa è bella è nutile giracci troppo ntorno.

Qui a Livorno si dovrebbero avè sette giorni filati di beltempo e ora che un ho più un mellimetro di pelo che mi possa sortì dar costume so pronta pe mettemi in mostra. Ieri so venute Samatta e le trombanti e s'è fatto l' esame spiaggia quello in cui senza carcà la mano, sennò poi quarcheduna ci resta male, si indicano a ciascuna der gruppo quali so i punti deboli der su sessi appìalle e l' eventuali correzzioni che si possan fa. Samatta pare un pezzo d'acciaio, siccome era nervosa, per tutto l' inverno, s'è allenata a fa la kikke boxinghe ed ora è un fascio di muscoli, ovunque, chiaramente  sti muscoli so sì abbondanti anche pe smusà un omo a cazzotti ma un tantinello esagerati per esse topa ner senzo livornese propiamente detto. Martina è bellina, lei è sempre eguale fin da piccina, non engrassa none smagrisce, ha sempre ir su sorriso enimmatico e l' unici cambiamenti che noi gli si riconoscano so quelli d' umore. Ha sfortunatamente un colorito di pelle piuttosto bianchiccio che al mare fa un po caare ma con pazienza e prodotti adatti la trasformeremo in una affascinante moretta. Daria ovvero Federica è un po' rimbudellita, come me del resto perché siamo due d'appetito e che un si dice di no ar vino sicché tutti sti mesi ferme c'hanno regalato varche orpello di sugna addosso. Lei è disperata perché a parere suo ha prencipiato a cascagli ir culo e Dino che era in disparte ma ci sentiva ha subito colto l' occasione per dinni: "per forza bimba, se continui a fattelo regge da George cotesto culo e t' arriverà a ginocchi, luilì co na mano si deve regge le palle e co una sola du mele su un l' ha mai tenute nessuno". In realtà Fede ha una sua bellezza irregolare che è sempre risultata più attrattiva pegli omini di quanto lo sia stata vella di Samatta, la mia, e perfino vella dela su sorellina che, carina com'è  riescì a stregà anche Bobby. Il guaio di Federica è George. Non perché un sia un brav'omo e tra l' altro è anche piacente d'aspetto, dorce e co na voce da favola. Ir guaio è che George è come si portebbe di? E' a fine corsa, ha du matrimoni sur groppone, du figliole  grandi, oramai a lui di fa progetti un gliene frega più un cazzo lui vole mangià, beve soprattutto e, ognitanto, fa du sarti ner letto co na donna. Ovviamente questo blocca Federica che gli vole bene come lui vole bene a lei ma doventa na tiritera nfinita: ogni tanto si fanno le corna e poi tornano nzieme e continuano a rinfacciasselo. Nzomma se devo esse sincera per quanto sia affezzionata a George e penzi che tra tanti omini di merda che ci so a giro lui in fondo è un bon diavolo, secondo me  Fede e ci si sciupa i su meglio anni a sta dietro alluilì. Ne periodacci si trascura mangia male e beve troppo anche lei, poi sfido che gli si vede r buzzo e gli casca r culo. Ala fine ci sarei io. Io dall' amori un so turbata, nemmeno un pochino, in tutto un inverno la mi botta di sesso so state du o tre fantasie sur cinosvizzero che poi Costanza me l' ha anche fatto cascà di grazia. Quando gli ho detto che mi piaceva r cino, leilì m' ha guardato co du occhi che sembravan quelli dela mi mamma quando quarcuno ni dice che è bono r cacciucco di rosticceria e magari der giorno prima. Così ho passato l' inverno sola e per fortuna mi so tenuta un po' ner mangià, meno male che era via Dino e mangiavo sola perché in compagnia mi sdò ala sverta soprattutto cor vino. A dì la verità quarche corollino di ciccia sula vita un m'è ancora riescito di perdilo ma le zampe so belle toniche er culo regge senza bisogno di mettegli le zeppe. Dino dice che so meglio ora a guasi trenta che quando n'avevo diciotto perché allora sembravo un omo che la natura gli avesse fatto cresce le poppe per dispetto, ma che Dino se ne ntenda di donne è na cosa tutta da verificare e oramai pe le verifiche ho paura che siano scaduti i termini massimi anche per lui.

Ecco la presentazione di Volvér da my movies.it

Bona giornata 

Zanza

TRE GENERAZIONI DI DONNE SOPRAVVIVONO ALLA FOLLIA DELLA VITA.
Recensione di Marzia Gandolfi
venerdì 19 maggio 2006

Raimunda, una giovane madre de la Mancha, trova rifugio dal suo passato a Madrid, dove vive col suo compagno Paco e la figlia adolescente, Paula. Durante un tentativo di abuso da parte del patrigno, Paula lo pugnala a morte. Scoperta la tragedia, Raimunda 'abbraccia' la figlia e la legittima difesa, coprendo l'omicidio e occultando il cadavere. Questo evento disgraziato rievoca fantasmi dolorosi e mai svaniti. Dall'aldilà torna Irene, sua madre, a chiederle perdono e a riparare la colpa.
A tornare in questo film di Almodóvar, come suggerisce il titolo, sono anche le sue attrici: ritorna Carmen Maura, non più donna sull'orlo di una crisi di nervi ma fantasma sull'orlo dell'aldiquà; ritorna Penélope Cruz, figlia e madre dopo Tutto su mia madre. Qualcuno ritorna e a qualcosa si ritorna: al cinema degli esordi, Che ho fatto io per meritare questo?, film di ambientazione popolare così prossimo a Volver, dove Carmen Maura esasperata uccideva il marito fedifrago; alla terra, la Mancha, regione dei mulini a vento e del picaresco su cui soffia incessantemente il solano, il vento dell'ovest che rende pazzi e che incendia boschi e cuori. Terra mancega, che ha generato Almodóvar, per un film mancego, che ha concepito cinque profili femminili rivelatori, in atto o anche solo in potenza, della grazia della maternità. Condizione femminile che comprende simultaneamente il materno e il natio, l'origine, il luogo in cui tutto comincia e a cui tutto ritorna. Madri, figlie e sorelle che bussano alla porta accanto dove trovano vicine generose e singolari come Augustine, che non manca mai di soccorrere, di solidarizzare e di contribuire all'economia anche affettiva della famiglia protagonista. Le donne sembrano bastare e bastarsi in questo film al femminile, dove gli uomini sono portatori di un dolore ancestrale che impongono incuranti a mogli, figlie e nipoti. Almodóvar le riunisce tutte insieme, chiamandole al di qua dall'aldilà, intorno ai tavoli, lungo i fiumi, dal parrucchiere, affinché i morti assistano i vivi, affinché le madri accudiscano le proprie figlie, "bellissime", come quella viscontiana della Magnani che Carmen Maura guarda alla televisione. Una stella per la grazia creativa di Almodóvar, un'altra per la "resurrezione" di Carmen Maura e due per gli occhi neri di Penélope, quando lacrimano e quando si colmano senza versarsi. 

Sei d'accordo con Marzia Gandolfi?
Recensione di Pino Farinotti
mercoledì 24 maggio 2006

Almodovar è tornato. Dopo la Mala educatiòn, film sbagliato, rancoroso, malamente schierato. In Volver ci sono solo donne, non ci sono ibridi traverstiti, e ricompare quel sentimento solidale, quella comprensione che fanno dell'autore spagnolo uno dei maestri indispensabili al cinema contemporaneo. I personaggi principali: Raimunda, ha una figlia adolescente, Paula, e un marito, Paco, volgare e intollerabile, beve, non lavora, tenta di violentare la ragazzina (di cui non è padre naturale...) che per difendersi lo uccide. Raimunda iberna il corpo in un frigorifero. Se ne libererà a tempo debito. Va detto che la donna, sfortunatissima coi maschi di famiglia, da ragazzina è stata violentata dal padre e dunque Paula è sua figlia è anche sua sorella. E così Almodovar, come d'abitudine sistema il sesso forte. C'è Sole, sorella di Raimunda, distratta e sentimentale, bruttina, parla coi morti, tutti la sfruttano. Agostina, non giovane, grande amica di tutte, generosa, col vezzo delle "canne". Irene, la madre di Raimunda e Sole, è morta anni prima, a letto col marito, per un incendio. Irene torna per curare la vecchia sorella Paula. Il suo "fantasma" viene accettato e chiacchierato dalla comunità. In realtà Irene non è morta, era stata lei ad appiccare il fuoco, a letto con suo marito c'era la madre di Agostina. Dopo il suggerimento surreale, che con Almodovar poteva starci, quando la madre viene ritrovata, sotto il letto, da Raimunda, e il film si appresta al finale, ecco il meglio dell'autore. La mamma rimarrà accanto ad Agostina che ha il cancro, per farsi perdonare dell'assassino di sua madre. L'intreccio, un po' grottesco, vale semplicemente come piedestallo per sentimenti. Ci si aiuta fra donne, a tutti i costi, fino in fondo. La famiglia. Se ci sono rami secchi e cattivi (gli uomini) è giusto tagliarli. Valgono sacrificio e salvaguardia, buoni. Il pessimo Paco riposerà per sempre sotto una pianta vicino a un fiume in secca. E comunque sarà ricordato senza odio. Gli attori, anzi le attrici, sono davvero "connaturate" al regista, che ancora una volta trasmette quel sentimento accorato "tutto su sua madre". Una citazione per Panelope, che un po' ricorda la Magnani protettiva di Bellissima. E Almodovar fa passare, in tivù, proprio una sequenza di quel film di Visconti. Rivisto il meglio del linguaggio di Pedro, i colori, gli interni, la provincia e la città, e la capacità esclusiva di accogliere, in dolce tristezza, tutti i dolori, persino la morte, perché sopra tutto c'è la quella magnifica continuità umana che tutto legittima. Una nota: l' "apologia" della canna e il padre orrendo sono una costante che un certo cinema (di Salvatores e Comencini, fra gli altri) deve far passare. Chissà perché? Almodovar, autore di sangue più nobile, speravamo non c'entrasse.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Si comincia con una memorabile carrellata rapida su un cimitero mancego dove una folla di donne spazzano, spolverano, lucidano le tombe dei loro cari. Una di loro cura la propria, già prenotata. L'opus n. 16 di Almodóvar è un sereno film sulla morte che fa ridere. O, a preferenza, una commedia pseudotragica - con tre omicidi insoluti - che fa piangere. È un film di (falsi) fantasmi che inteneriscono. È un film sulla famiglia, su tre generazioni di donne, creatrici di vita e consolatrici nella morte, permeato della nostalgia che l'autore, a 55 anni, prova per la madre e il luttuoso matriarcato della sua infanzia in La Mancha. È un film sulla loro sorellanza solidale e pratica. I maschi vi fanno tappezzeria, irrilevanti o violenti e pericolosi. Affine per scelte narrative e naturalismo surrealista a Che ho fatto io per meritare questo? (1984), è il film più compatto, armonioso, sereno di una maturità che forse ebbe inizio con Tutto su mia madre (1999). Come in certe favole, abbina l'orrore con la felicità, l'energia con l'innocenza, il terribile col tenero. La contaminazione dei generi non gli era mai riuscita così bene. La Raimunda della Cruz, adorata dalla cinepresa di Alcaine, è una forza della natura nella sua fragilità; tutte le altre sono brave, ma una menzione va, anche perché inedita, all'Augustina dal capello corto della Portillo. Quando canta la tango-canción Volver di Gardel, uno dei momenti emotivamente più alti, la Cruz (con la voce italiana di B. De Bortoli) è doppiata da Estrella Morente. 3 premi Goya (gli Oscar spagnoli): film, regia, Cruz.

martedì 8 giugno 2021

Fatevi i gatti vostri 1864 "quei lunghi anni romani"

C'è una vespa che langue in un magazzino a Follonica. Si tratta della storica vespa di Dante, rimessa totamente a nuovo ma sempre  targata Roma a perenne ricordo di quella sua lunga vacanza romana. Si tratta di un periodo dantesco del quale sa poco anche Dino che sì lo accompagnava, sempre, a consegnare canzoni e jingles composti quali ghost musicians per conto di un enigmatico ometto che, come alcuni di voi ricorderanno, li incontrava sempre in Piazza Ungheria al bar Hungaria. Riceveva gli spartiti realizzati dal Ciampi e le registrazioni. Li pagava sempre in contanti, pochi maledetti e subito, poi spariva così come era apparso. Quei viaggi nella capitale, erano però  una mera appendice al periodo romano di Dante. Ormai quella parabola che lo aveva visto ai vertici di una carriera di successo ma anche homeless alla stazione Termini si era conclusa e, di Roma, Dante conservava solo un ottima conoscenza della topografia. Credo che sapesse muoversi a Roma guasi alla pari di un nativo. Qualche breve accenno a quegli anni compariva nella parte iniziale del suo giallo che giace, ahimè, come la vespa in attesa che il nostro  voglia rimetterci  mano. Sulla parentesi da homeless abbiamo pubblicato un suo raccontino di quando portò il cane di un suo compagno di sventure presso una casa sicura al mare. Credo sia archiviato in audioteca.

Mi ha promesso che prima o poi mi racconterà, per filo e per segno, quei lunghi undici anni trascorsi nella capitale. Quando abbia in idea di farlo  non mi è dato di sapello  ma me lo ha promesso davanti a un bicchiere di vino rosso, quindi si tratta di patto d' onore.

Sul perché la vespa giaccia inutilizzata potrei azzardare una spiegazione: Dante non ama gli oggetti a mo' di collezionista.  Il suo scopo è ridare un anima o forse più semplicemente una vita a qualcosa che il tempo e l' incuria hanno deteriorato. Credo che in questo si fondi la sua smania di aggiustare tutto. Una volta raggiunto l' obiettivo è come se si sentisse appagato e passa ad un' altra cosa.

Tra i miei desideri ci sarebbe quello di raccontare lui e Dino come non abbiamo mai fatto in questi anni, cogliendo ed evidenziando il messaggio che traspare dal loro modo di vivere ed al quale sono profondamente legata dato che loro due sono stati le colonne dela mi formazione, avendo loro, all' epoca, molto più tempo del mi babbo e dela mi mamma e soprattutto non avendo figlioli propri.

Ovviamente Dino, che rilegge sempre i miei post, nello sbirciare questo qui, ha chiosato: "invecchi bimba, quando una prencipia a pensà a ste cose compricate invece che a mangià, beve e riempissi la topa è segno der tempo che passa".

Forze ha ragione

Buona giornata

Zanza

S'è parlato di Roma e di un periodo romano e allora che cosa se non Vacanze Romane quale presentazione odierna per la cineteca?

da my movies.it

LA SOBRIETÀ DI WYLER PER UN'AVVENTURA ROMANTICA INDIMENTICABILE, DOVE 
IL VALORE DI UN ATTIMO 
VALE PIÙ DI QUALUNQUE 
HAPPY ENDING.
Recensione di Edoardo Becattini

Un cinegiornale annuncia la visita della giovane principessa Anna nelle principali capitali europee. L'ultima tappa è Roma, dove, dopo un ricevimento in ambasciata di fronte a tutte le cariche istituzionali e gli esponenti della nobiltà internazionale, la principessa esausta e frustrata dai suoi impegni diplomatici ha una crisi nervosa. Il dottore di corte le somministra un sonnifero, ma prima che faccia effetto, Anna riesce a fuggire da palazzo nascondendosi nell'autocarro delle vivande. Viene trovata poco dopo sdraiata nei pressi dei Fori Imperiali dal reporter americano Joe Bradley, che, senza averla riconosciuta, cerca invano di metterla su un taxi che la riporti a casa, per poi decidere di ospitarla nel proprio studio. Il giorno dopo, Joe si reca alla redazione del suo giornale e solo là, dopo aver visto una foto sul quotidiano del giorno, comprende chi sia realmente la ragazza che sta dormendo a casa sua. Joe scommette allora col suo capo che per il giorno seguente gli farà avere un articolo esclusivo sulla principessa e mette in allerta un suo amico fotografo.
Dopo aver accompagnato i pedinamenti e il vago errare dei maestri del neorealismo, Roma aveva bisogno di riscoprire la sua dimensione mitica, fiabesca e aprire quella dimensione gioiosa che sarebbe poi diventata caratteristica della Dolce Vita. "Città aperta" da ormai un decennio, popolata da "ladri di biciclette" quanto da fotografi d'assalto (i futuri paparazzi), la capitale italiana viene esplorata da William Wyler in tutta la sua caotica vitalità senza stereotipi né forzature. La Roma del folklore popolare e la Città Eterna dell'incanto romantico convivono in una fiaba dolceamara che rilegge Cenerentola a ruoli invertiti. Illuminato dal sorriso vivace e dalla fresca bellezza di Audrey Hepburn, Wyler sceglie di far interpretare a questa giovane attrice ancora poco conosciuta la principessa inquieta e incuriosita dalla vita al di fuori di palazzi e ambasciate, affiancandole la star più matura e conosciuta di Gregory Peck.
L'Oscar come miglior attrice gli darà ragione e consacrerà la Hepburn al ruolo di Cenerentola glamour del grande schermo (SabrinaCenerentola a Parigi). Ma i meriti di Wyler vanno ben oltre la semplice operazione di casting: la sceneggiatura delicata e intelligente di John Dighton e Dalton Trumbo (sostituito dal nome di Ian McLellan Hunter nei titoli a causa dei suoi problemi col maccartismo) trova nella sobrietà della messa in scena di Wyler la cornice più adatta a contenere l'energia esuberante dell'ambientazione romana. L'efficacia della regia la si riconosce in campo lungo quanto nel piccolo dettaglio, nel giocare a carte scoperte con lo spettatore sia quando si sottolinea la noia dell'ufficialità nobiliare con le continue dissolvenze incrociate della scena del ricevimento e il dettaglio della scarpetta della principessa, sia nella sequenza a Castel Sant'Angelo, che scandisce il tumulto di pugni, chitarre usate come mazze e flash fotografici con la grazia di una coreografia.
Alla fine, l'onestà di Wyler rende Vacanze romane più un'avventura romantica che una fiaba alla Frank Capra, un'evasione che conosce il senso della misura e per la quale il valore dell'attimo e di una chiusa efficace risultano più importanti di qualunque happy ending. "E a mezzanotte, me ne tornerò, simile a Cenerentola, là da dove sono evasa." - dice la Hepburn a Peck. Al che lui le risponde: "E sarà la fine di una bella favola". 



Una principessa in visita ufficiale a Roma si sottrae alla sorveglianza dei dignitari e se ne va in incognito per la città in compagnia di un giornalista che fiuta il grande colpo. È il film che fece di A. Hepburn una star-grissino, premiata con l'Oscar insieme a Ian McLellan Hunter, autore del soggetto (e, con John Deighton, anche della sceneggiatura che fu poi riscritta da Ennio Flaiano e Suso Cecchi D'Amico), e a Edith Head per i costumi. È un Accadde una notte in chiave monarchica. Prima commedia di Wyler dopo il '35: vispa, piacevole, con qualche eccesso di sciroppo e troppe preoccupazioni turistiche.

lunedì 7 giugno 2021

fatevi i gatti vostri 1863 " un sapore di T......."

Cominciamo a dì che per poco il blogghe di oggi un saltava. Come vi sarà facile immaginare anche se pomposamente etichettiamo redazioni le tre postazioni pc dalle quali viene pubblicato il poste quotidiano in dette redazioni non si muovono un sacco di giornalisti trafelati come si vede ne firmi americani. A Livorno ci sono io e basta, a Venezia sono fortunati perché se la redattrice capa è Dani anche Dantino e tarvorta Holly contribuiscano. Ci sarebbe poi vella d'ortremanica che Bobby ha sempre diretto con autorevolezza ed efficenza ma da troppo tempo sìè zittita ala pari del su corrispondente. Capita anche che arcuni pezzi risentano della cooperazioni di più redazioni: se presempio Dani scrive un post nel quale cita periodi giovanili di Dino e Dante pole essere che gli serva il punto di vista der Ciampi oltre che quello der su zio e magari una condìta cor un po' di musica prodotta dal duo in quegli anni. Ecco che allora Dani lascia in bozza quanto ha scritto aggiungendo na nota pe Dino der tipo: ma davvero Maila di Stagno portava l' ottava di reggipetto? Sappimi dì quarcosa perché ar mi zio un è che gli ci creda di molto. Ovviamente la richiesta di Dani unnè mai in livornese ma oramai m'è scappata scritta così. Poi magari per me c'è na richiesta: Zanzuccia nel tuo archivio c'è per caso Ruby Tuesdaday fatta da Dino e Dante? E così il Ciampi mi conferma che Maila portava l' ottava e quando ruttava e scureggiava pareva tirasse vento di libeccio, io trovo il pezzo musicale glielo infilo su souncloudde e gli preparo l' html pe buttallo ner poste e leilì dopo sistema tutto e pubbrica.

Lo stesso procedimento pole avvenì a senzinverzo se è la settimana che so io a dirige la redazione e magari mi servano de contibuti da Venezia. E così vi s'è un po' portati ner nostro piccinissimo mondo editoriale.

Stamattina Ir poste toccava ammé ma ho visto che c'erano dele note e dele foto d'una porchetta messa ala brace a rosolà e ho penzato che andesse lei inavanti magari pe naltri du giorni. Poi mi so messa a preparà l' aperitivi e un ci penzavo più quando m'è arrivato r su messaggio su uozzappe: Ma non lo mandi in rete il post? Ti avevo preparato da dele foto inserire.  Boia dé ha ragione ho penzato male e mi so messa subito al piccì a rimedià.

Difatti vi mostro come mentre Dani e Holly so rimaste a casa impaurite dal meteo e dale nuvole, L' ardimentoso ottimista labronico ha affrontato terre in bici e mari in piroscafo conquistandosi ir su pezzo di graticola, ecco la bici sul traghetto vero reperto antiquario in mezzo a tante bici ala moda







ecco la posizione in riva al mare dove ovviamente è arrivato in bici




e infine Badatelo lì che gioia che ha ner viso pare un bimbo piccino.

Il firme d'oggi parla d' un sapore particolare e chissà perché il Ciampi quando ha sbircito s' è messo a ghignà. Boia Dino ni fo un mi pare n' argomento da ridecci e lui ma mica rido der firme m'è venuta a mente la barzelletta del concorzo dell' inventori a Pisa ala Normale. La raccontava sempre Don Luigi.

"Boia un la sò, raccontamela"

"Donque, La Scola Normale Superiore di Pisa, che è na rinomata università oltre ad esse l' unica cosa normale che c'è a Pisa perché perfino la torre gli è sortita pendente, indisse un concorso pe inventori e si presentarono genti da tutt' Italia. Chi aveva nventato la carta igienica trasparente che quando ti pulivi ir culo un sapevi se t'eri sporcato i diti, chi ir cocomero senza semi cor allegato un sacchetto di noccioli di susine tanto pe sputà quarcosa mentre mangiavi ir cocomero, chi il revolvere sparasupposte cola canna regolabile a seconda der buo der culo e ala fine si presentò  Arvaro dell' Ardenza cor una mela n mano.Dopo che la commissione ebba visionato tutte le suddette nvenzioni s'arrivo ar turno d' Arvaro che  avanzò davanti ala commissione palleggiando in mano na mela.

Gli fu chiesto in cosa conzistesse la su nvenzione e Arvaro di poche parole com'era ni rispose:

'vesta' (questa)

'questa cosa?' chiese il capo commissione

'sta mela' rispose laconico Arvaro con un tono di voce che pareva avesse detto: 'sto cazzo ho nventato  mbecille o che un la vedi?' Ma come sì è detto Arvaro era di poche parole.

'E lei buonuomo ci vorrebbe dare ad intendere che ha inventato la mela?'

'No "la mela, sta mela vì'   replicò Alvaro che prencipiava digià a rompisi i coglioni

'Ebbene cosa ha di particolare codesta mela costì?'

'Sa di topa' enunciò Alvaro con una serietà pari a quella d' Enrico Fermi quando fece ir su annuncio.

'Sa di?' Chiesero increduli all' unisono i commissari di giuria.

'Di TOPA' ridisse Alvaro e comprendendo che avevano dele difficoltà decrittative uniì i pollici e l' inci dele du mani formando l' inequivocabile segno dela topa, quella che s'ha noi donne fra le zampe.

'E dovremmo crederle sulla parola?'

'Assaggiatela'

Con il sorriso dell' incredulità il primo commissario morse la mela e una smorfia di disgusto si dipinze sul su volto, poi la passò ar secondo che non si tenne e disse : 'Ma è una cosa schifosa, sa di MERDA!!!'

e Arvaro laconico come sempre:

'Giratela'.

Mentre Dino me la diceva m'è tornato ala mente di avella sentita sì ai tempi dele scole, ma raccontata così bene mai.  Don Luigi era n'artista pe ste cose e Dino ha na memoria portentosa si ricordava anche le virgole.

Bona Giornata

Zanza


da sentieriselvaggi.it

Un sapore di ruggine e ossa, di Jacques Audiard

Dall´omonima raccolta di racconti di Craig Davidson, un cinema che sembra di vederlo in uno stato di continua immersione. Strepitosa Marion Cotillard ma ottimo anche Matthias Schoenaerts

De rouille et d'os di Jacques Audiard con Marion CotillardC´è qualcosa sempre sul punto di esplodere nel cinema di Jacques Audiard: un gesto, un dettaglio, una frase. Come se la macchina da presa catturasse, anzi aspirasse, tutto quello che ha davanti e come se non filtrasse tutta la spinta emotiva che i suoi personaggi provano in quel momento. Dallo stratosferico finale di Il profetaUn sapore di ruggine e ossa, clamorosamente escluso dal Palmarès del 65° Festival di Cannes, riprende quella gestualità di nuove rinascite, di cui questo film è pieno. Ricerche di aria contaminata da frequenti squarci sonori, di luce che filtra all´improvviso dalle fessure dei luoghi e sospende un melodramma che sprigiona brutalità, rabbia, disincanto e tenerezza. Dall´omonima raccolta di racconti di Craig Davidson, Audiard traccia certamente decisive linee narrative (l´arrivo del protagonista dalla sorella, gli incidenti drammatici) ma poi da qui si libera qualcos´altro, un momento prevedibile che poi diventa continua rivelazione, ritorna su una sessualità selvaggia dove però si sentono tutti i battiti del (suo) cuore, su alcuni luoghi (le scene in discoteca da Sulle mie labbra, chiusa come il carcere di Il profeta, gabbia di suoni e di luci come solo Michael Mann e James Gray sanno filmare) e riesce nel miracolo di non sprecare mai un ralenti, come quello della monetina.

domenica 6 giugno 2021

Fatevi i gatti vostri n 1862 "pioverà sul bagnato, come sempre"

Pioggia o non pioggia lui va. Mentre io e la zia siamo rimaste a maledire il tempo e a controllare i peluzzi sfuggiti alla ceretta di alcuni giorni or sono lui serafico ci ha salutate dicendo se venite al Lido vi offro bere senno sto bene anche solo. In effetti talvolta noi donne siamo indisponenti. Ci eravamo predisposte mentalmente a questa prima uscita estiva in spiaggia e tanto per non salire su mezzi affollati avevamo pensato di andare con la barca della zia presupponendo due alternative o ormeggiarla nei posti di una ditta per la quale la zia in passato ha lavorato a lungo oppure ormeggiare al lrgo degli alberoni e raggiungere la spiaggia a nuoto. La seconda soluzione è la più elegante ma non ti consente di portare roba a terra se non il tuo corpo e il costume. Lo zio ovviamente ci ha messo bocca proponendo "si va in tre, quando si arriva in vista della spiaggia io vi porto a remi con tutta la roba che volete poi ritorno un po al largo a remi butto l' ancora e me la faccio a nuoto. Al ritorno si fa uguale vado a noto ala barca la porto a riva si ricarica tutto si va via a remi e appena fori si riparte a motore". Soluzione impeccabile ma alla zia questi eroismi non piacciono tanto più che anche se son certa che ce la farebbe alla grande, non credo che il tutto giovi alla sua schiena. Pensate si arrenda? Manco per sogno. "Allora ascoltate, donne di poca fede, si porta il canottino gonfiabile di quand'erano bimbi Dani e Bobby, un po' prima di arrivare io lo gonfio, ci si mette tutta la roba sopra e lo si pinta a noto fino a riva".

La zia salta su: "Sì e poi  chiamano un ONG dicendo che si sono tre profughi al largo del Lido!"

No per lei è meglio andare in barca fino all' ormeggio della ditta presso cui lavorava e legarsi a una delle barche da lavoro che tanto di domenica son ferme. Poi la barca della zia la conoscono e non le dicono nulla, anzi ha proprio il permesso per farlo ricevuto dalla padrona della piccola azienda.

"Bene -esclama lui-e allora che cazzo di problema c'è?"

"C'è che non è vicino a spiagge belle e ci dovremo fare un bel pezzo a piedi".

"Va be io porto la graziella in barca. poi attacco il carretto con tutta la roba e voi venite a piedi".

"Ma insomma dobbiamo proprio fare la figura dei disgraziati col carretto attaccato alla bici e le sdraio sopra?"

"Va bene allora fate come cazzo vi pare. Io domani vo al Lido cola bici, la carico sul traghetto e sto come un signore per tutto il giorno. Se poi quando arrivate  vi fa voglia, si piglia un aperitivo, sennò mi lasciate da solo, così guardo un po' di tope stese a rotolarsi. fo r bagni e le parole incrociate dela settimana enimmistica senza tante rotture di coglioni dintorno.

E così quando il meteo del mattino annuncia pioggia e io e la zia sacramentiamo col pensiero.  lui scende già le scale e dopo lo sentiamo scampanellare con la Graziella come se fosse un bambino.

Lo sa che non si può usare la bici a Venezia ma lui è fatto così ci sale perfino i gradini del ponte con quel suo macinino.

Noi decidiamo di ritoccare il pelo in attesa di vedere se il sole l' avrà vinta sulle nubi. Lui sappiamo già che se piove starà in acqua tutto il giorno consolandosi col dire piove sul bagnato ma tanto più che bagnato non si può.

Sperando che da voi il tempo sia migliore

Dani

A proposito ecco un bel film la cui presentazione ci era stata chiesta da Patty che ci segnalò una discreta lista di bei film tutti facenti capo alla lettera U.

recensione da Amazon



Recensito in Italia il 24 febbraio 2015


Un film memorabile, diretto magistralmente da Roland Joffé, che ricostruisce con perfetto realismo gli orribili crimini compiuti dal regime comunista di Pol Pot in Cambogia attraverso un susseguirsi di immagini estremamente forti come la fuga di Pran in mezzo ai resti umani.
Semplicemente strepitose le interpretazioni di Sam Waterston e soprattutto Haing S. Ngor, (che nella realtà era un dottore che subì veramente la persecuzione comunista e fu successivamente ucciso da sostenitori del regime) premiato con un Oscar (oltre che con Golden Globe e Bafta) che mai come in questa occasione ha un sapore politico e sociale, oltre che cinematografico.
Piccolo ma importante ruolo per John Malkovich.

sabato 5 giugno 2021

Fatevi i gatti vostri 1861 " Gati que udiavino le gate? Nun cierino"

Già  presagivo questa risposta quando ho chiesto al moo mentore Balena se fosse a conoscenza di gatti che Odisseo le gatte.

"Lo gato est uno lesere perfetisimo!  belisimo!  serenisimo! facto ad imagine et sumilliansa  dello sinior Gato Eternisimo! cueste inberrassioni dello udio potino suolo partinesciere ali lumani sendo esi facti ad imagine de un Indío Kane o anca peggio que kane et cuindi  udianti cativanti et massanti speso sine  mutivamento  al cuno que  no sea antro  que kativeria ignotivata". 

E che dire ? A parte il suo ricondurre l'odio e a cattiveria umana a una presunta immagine e somiglianza con un dio che mi pare mutuato piuttosto dalle conversazioni filosofico teologiche intercorse tra Balena e lo zio Dante, tutto il resto mi sembra incontestabile.

Siamo in acqua ogni giorno, per un motivo o per un altro, praticamente sette giorni su sette  mettiamo in moto la barca dela zia. Ciò  nonostante dobbiamo star vestite. Una balorda ordinanza, piuttosto disattesa vorrebbe addirittura proibire la canottiera, ci manca quindi l' atto liberatorio di togliersi tutto e lasciare a due sole striscioline di stoffa il compito  di  coprire ciò che la morale comune e il bieco senso del pudore vietano di scoprire. Fosse per me starei nuda ma al compromesso del costume posso far concessioni. Purtroppo manca il sole, si prevede anzi una nuova settimana di acquazzoni e con la natura non ci sono negoziazioni da fare.

Buon sabato a tutti

Dani



AFFINE ALLA LETTERATURA 
GIALLA DI DÜRRENMATT E 
APERTO ALLE SPERIMENTAZIONI VISIVE, FINCHER REALIZZA
UNA VERSIONE AUTORIALE
 DEL PRIMO EPISODIO DI "MILLENNIUM".
Recensione di Marzia Gandolfi
martedì 10 gennaio 2012

Mikael Blomkvist è un giornalista celebre per il suo impegno e per una condanna di diffamazione, collezionata dopo aver attentato alla reputazione di un infido uomo d'affari. La sua scrupolosità zelante e il suo recente rovescio gli attirano le simpatie di Henrik Vanger, potente industriale svedese che da quarant'anni cerca la verità e il corpo della giovane nipote, probabilmente assassinata da un membro della sua numerosa e disturbata famiglia. Lasciata Stoccolma alla volta di Hedestad, una cittadina battuta dal vento e assediata dall'inverno, Mikael si avvale della collaborazione di Lisbeth Salander, agente investigativo intuitiva e hacker virtuosa con un passato abusato e un presente intimidito. Selvatica e bellicosa Lisbeth è attratta dalla riservatezza e dall'integrità di Mikael, che seduce, corteggia e prova a innamorare. Fuori dal letto e dalla loro intesa intanto i fantasmi del passato si risvegliano e provano a ostacolarne l'indagine e a minacciarne la vita.
Più affine alla letteratura gialla di Friedrich Dürrenmatt che ai romanzi giallosvezia di Stieg Larsson, il Millennium di David Fincher produce arte là dove nessuno se lo aspetta e avvia un'indagine più importante della soluzione. 'Colpevole' degli esiti più felici e rilevanti del genere delittuoso e seriale (Seven e Zodiac), Fincher realizza una versione autoriale del primo episodio di "Millennium", trilogia poliziesca già adattata per lo schermo da registi ordinari e scandinavi. Introdotto da "Immigrant Song" dei Led Zeppelin (nella cover di Karen O., Trent Reznor e Atticus Ross) e 'terminato' da "Orinoco Flow" di Enya, Millennium ribadisce l'ossessione del regista per il delitto e la decodificazione. Sotto il segno del male e dentro baratri esistenziali, invariabilmente lastricati da sangue, lividi e ferite, il suo thriller nero rifiuta come il Vanger di Christopher Plummer lo sguardo superficiale. Per questa ragione il patriarca al tramonto assolda Mikael e Lisbeth, diversamente motivati ma incarnazioni ugualmente silenti e laboriose dell'individuo che respinge il sistema chiuso e omertoso in cui è costretto a muoversi e contro il quale mette in piedi ipotesi e intuizioni.
Altrimenti da Oplev e da Alfredson, l'autore americano esce dai confini 'nazionali', dal paese dei Nobel, dal benessere scandinavo e dai suoi rovesci sociali, per abitare un'inquietudine indeterminata e assumere uno sguardo astratto sul disagio dello stare assieme. A dirla tutta il romanzo di Larsson prima di essere adattamento si adatta alla poetica fincheriana, che riguarda da sempre la morale individuale e la patologica condizione di smarrimento interiore dell'individuo nella società contemporanea. Millennium secondo Fincher innalza la temperatura interpretativa e chiarisce una volta per tutte che l'adattamento non è una traduzione (fedele) ma un'interpretazione, o perlomeno ne implica una. In questo senso la trasposizione dell'autore è qualcosa di diverso dal romanzo di origine, una riscrittura che scava più in profondità, producendo valore aggiunto, illuminando Larsson e concedendo un'ulteriore chance al suo romanzo.
A muovere la situazione di impasse apparente, accumulando dettagli utili a edificare una costruzione indiziaria e contro un conclamato fraintendimento del reale e delle evidenze, ci pensano la Lisbeth diafana e disperatamente vitale di Rooney Mara e il giornalista assediato e depotenziato di Daniel Craig, crepe luminose che lottano per dare visibilità a esistenze e corpi inghiottiti dal nulla, ricercatori (in)sani che indagano con fiducia nella verità dentro l'impenetrabilità dello spazio domestico. E l'iniziazione alla verità nel cinema di Fincher avviene sempre in un 'mondo parallelo'. Agli scenari allestiti dal serial killer mistico di Seven, ai club notturni e alle cantine sporche di Fight Club succede la Hedestad immaginaria di Larsson, un territorio 'raffreddato', un luogo mentale che disprezza il presente (e lo stile Ikea), che esala vapori densi e l'odore cattivo degli spurghi dell'anima. Aperto alle innovazioni tecniche e sperimentatore indefesso di soluzioni visive potentemente funzionali al racconto (nel modo dei titoli di testa), Fincher riapre il caso 'Larsson' e fa giustizia. 

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Giornalista impegnato, condannato ingiustamente per diffamazione e sospeso dal lavoro, Mikael Blomkvist si lascia convincere da Henrik Vanger, potentissimo industriale svedese, a cercare la verità sulla scomparsa, 40 anni prima, della nipote prediletta Harriet. Mikael scoperchia così botti di marciume in una famiglia dove tutti si odiano e le perversioni regnano sovrane, ma incontra Lisbeth Salander, hacker dark che nasconde dietro una scorza durissima un passato (e un presente) di abusi e violenze. La vicenda di questo 1° capitolo della trilogia di Stieg Larsson è arcinota e lo staff di N. A. Oplev ne aveva già dato, nel 2009, una versione fedele e soddisfacente per molti. Gli americani hanno fatto un remake meno nordico e forse più chiaro in alcuni passaggi, ma certamente meno politico e più thriller. Per chi non avesse visto l'altro, può anche andare bene, come cinema di evasione. Ma per chi invece ha goduto fino in fondo i 3 episodi precedenti (in particolare il 1°), il confronto è inevitabile ed è tutto a svantaggio di questo, soprattutto perché Fincher non ha Noomi Rapace: mai personaggio di un libro fu reso con tanta perfezione. Sui titoli di testa, un'emozionante fusione fra musica e immagini, sulle note di "Immigrant Song" dei Led Zeppelin arrangiata da Trent Reznor e Atticus Ross, con la voce di Karen O.