martedì 6 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1803 " la Tarantinite "

Dicesi tarantinite una sempre più diffusa forma di artrite che colpisce i cinefili adagiati languidamente in poltrona di fronte allo schermo, con birra a portata di mano e pop corn nella ciotola da cani. Pare che le pellicole del Regista Quentin Tarantino ed anche quelle dei suoi emuli (ad esempio quella presentata ieri con "the city of violence") risultino così avvincenti da indurre lo spettatore a trattenere sollevato il boccale di birra, dopo averlo portato alle labbra la prima volta. Il sorreggere in sospensione il boccale fino alla fine del film provoca uno spasmo tensivo nell' articolazione del polso e della mano con conseguente infiammazione delle medesime. La terapia consiste nel mantenere  la mano a riposo e bloccata con appositi tutori. In proposito si veda quanto riportato dalla notissima influenzer pisana Chiara Ferracci che pochi giorni fa ha pubblicato questa info: 

"Tarantinite subdola nemica in tempi di covidde. 

Non bastavano tutti l' altri guai che affliggano noi donne, adesso s'è aggiunta questa nova sindrome.

di Chiara Ferracci da Pisa

Bloccate  in case cor marito che un le caca, figuriamoci se le tromba, i bimbi che piangano a turno, la destra impegnata h. 24 sula tastiera a causa della vitale mportanza del  rolo da comunicatrici e la sinistra con questo cazzo di tarantinite, come potranno mai  fare le influenzers a procurassi una quarche forma di piacere? Io ho provato a sedemmi su na banana ma l' ho stiacciata e ora un mi posso lavà r culo pe problemi suddetti legàti ale mani"


Bona giornata da

Zanza


PIÈCE WESTERN CHE CONCILIA AUTORIALITÀ E BLOCKBUSTER E PROSEGUE IL PROCESSO DI POLITICIZZAZIONE DEL GRANDE CINEMA DI TARANTINO.
Recensione di Marzia Gandolfi
giovedì 28 gennaio 2016

Lungo i sentieri rocciosi del Wyoming, una diligenza corre più forte del vento. Un vento che promette furia e tempesta. Ultima corsa per Red Rock, la diligenza si arresta davanti al Maggiore Marquis Warren, diligence stopper e cacciatore di taglie nero che ha servito la causa dell'Unione. Ospitato con riserva da John Ruth, bounty hunter che crede nella giustizia, meno negli uomini, Warren lo rassicura sulle sue buone intenzioni. Il viaggio riprende ma il caratteraccio di Daisy Domergue, canaglia in gonnella condotta alla forca, lo interrompe di nuovo. La sosta imprevista incontra e carica tra chiacchiere e scetticismo Chris Mannix, un sudista rinnegato promosso sceriffo di Red Rock. Incalzati dal blizzard, trovano rifugio nell'emporio di Minnie dove li attendono un caffè caldo e quattro sconosciuti. Interrogati a turno dal diffidente John Ruth probabilmente nessuno è chi dice di essere.
Secondo western e ottavo film per Quentin Tarantino, The Hateful Eight è ossessionato dalla nozione di identità, reale o supposta dei suoi personaggi e di una nazione perennemente indecisa fra opzione morale e violenza brutale. Ma Tarantino non è Spielberg. Se l'uno riduce in forma di dialogo il potere (Lincoln), l'altro lo esplode con un colpo di fucile e lo schizza sul muro. 'Allungato' sullo schermo, l'autore americano prosegue sul sentiero battuto da Django e sorprende sulla strada per Red Rock una diligenza in fuga dai fantasmi della guerra civile.
Se Come sposare un milionario dimostra che il Cinemascope funziona anche per le gambe di Marilyn Monroe accomodate su una chaise-longue, The Hateful Eight assicura che l'Ultra Panavision 70, glorificazione dello spazio orizzontale, può 'servire' otto bastardi in un interno. Perché Tarantino sceglie di ripristinare un formato abbandonato nel 1966 non tanto e non solo per distendere i paesaggi del Wyoming ma per filmare le interazioni degli attori dentro uno spazio chiuso. Riparati in un rifugio e disposti come pedine su una scacchiera, gli otto hateful di Tarantino agiscono in primo piano e sullo sfondo.
I due livelli di visione permettono allo spettatore di non staccare mai gli occhi dai personaggi e dalla relazione che ciascuno di loro intrattiene con l'altro, in un clima di paranoia che monta. Spinti da un vento polare in un ricovero alla fine del mondo e separati dal mondo, i nostri non smettono di mostrarsi a vicenda documenti, lettere, mandati, ordini di missione, avvisi di ricerca per provare che sono esattamente chi dicono di essere. Ma i dubbi restano e maturano tra una tazza di caffè e un bicchiere di cognac. Sceriffi designati, cacciatori di taglie, cowboy nostalgici, generali in pensione, gangster nomadi, burocrati forbiti, ex soldati incazzati, bianchi, neri, messicani, confederati e unionisti, non manca davvero nessuno nella pièce western di Tarantino, magma incandescente degli Stati Uniti nascenti che scalda i rancori e cova una diffidenza post guerra civile.
La tensione sale lenta dalle piste innevate e si addensa nel rifugio, accomodandosi su poltrone 'macchiate' e avvolgendosi intorno al maggiore di Samuel L. Jackson che alla maniera del dottor Schultz di Christoph Waltz, rivela la sua natura tarantiniana, dominando la parola e le armi. Mediatore tra il film e lo spettatore, Jackson distrae l'occhio mentre l'azione continua e 'avvelena' l'ambiente, caricando di indizi e pallottole le colt. L'intrigo avanza con la meticolosità di un'istruttoria giudiziaria in cui il silenzio è d'oro e la parola parla per ridistribuire i ruoli simbolici dell'avvocato, della vittima, del sospettato. Il film di Tarantino finisce allora per assomigliare a un tribunale che blatera di impiccagioni, omicidi legali, legittima difesa, normalizzazione della violenza, messa a punto della giustizia. Ma di quale giustizia si tratti, al d là del Cristo misericordioso seppellito dalla neve nel piano iniziale, lo comprendiamo presto al cospetto di un branco di iene riunite per 'deliberare' chi meriti la vita. Evidentemente nessuno.
Così la seconda parte di The Hateful Eight, disposta con pazienza e congegnata con un'inusitata forza di concentrazione per l'autore, si abbatte sul film consacrandosi interamente alla messa in scena. Svelamenti di identità, dislocamento dei punti di vista, flashback e voce off frugano nel cuore del già filmato, triturando come d'abitudine e avvicinando gli otto squilibrati alle reservoir dogs. Al diritto e alla verità (di facciata) predicata nei primi capitoli replica nei successivi l'artificio e il godimento di un linguaggio conosciuto, abortendo la catarsi e vomitando letteralmente il 'concentrato' del genere.
Introdotto (nella versione in 70 mm) da un'ouverture, ripartito in cinque capitoli e interrotto da un (vero) intervallo che sgranchisce le gambe e ritarda il piacere, The Hateful Eight ribadisce gli attori di culto (Samuel L. Jackson, Tim Roth, Kurt Russell, James Parks), convoca Jennifer Jason Leigh e Channing Tatum e attesta Walton Goggins e Bruce Dern, che si accordano magnificamente per soddisfare l'intenzione politica di Tarantino. Politica che agiscono nell'arena e sulla partitura originale (e ostinata) di Ennio Morricone, conciliando autorialità e blockbuster.
Parlano allo sfinimento gli hateful eight e quando esauriscono le parole, caricano i colpi e si sparano addosso. Tarantino insiste sul cambio di marcia realizzato con Bastardi senza gloria e sulla politicizzazione del suo cinema, svolta in superficie dalla contaminazione di immaginari e iconografie, innescata al fondo nei dialoghi e portata alle stelle da personaggi che hanno (anche) qualcosa di serio da dire. Dopo aver rinfacciato al western americano classico il suo razzismo e restituito colpo su colpo i torti cinematografici inflitti da D.W. Griffith (Nascita di una nazione), Tarantino guadagna al suo eroe nero un diverso ruolo sociale. Samuel L. Jackson, 'negro di casa' infame in Django Unchained, scende in campo e guadagna sul campo (di battaglia) la sua libertà. Diritto legittimato da una lettera di Lincoln (macguffin millantato e martellante) e speso a uccidere bianchi, incassare ricompense, regolare conti. Cattivo tra cattivissimi non sfugge nemmeno lui alla 'giustizia' tuonante di Ezechiele 25:17 e alla canaglia che non aveva proprio considerato. Nondimeno, più pietoso di un dio vendicativo, Tarantino riconcilia vita e morte sotto la neve. Precipitazione pura e sudario, la neve crepuscolare di Sergio Corbucci (Il grande silenzio) e André de Toth (Notte senza legge) cade su un drappello di miserabili, lascito della Guerra di Secessione nel corpo sociale americano. Tempestosa o inerte copre il nero e il bianco. Non prima di aver (r)accordato dentro l'ultimo quadro la struttura (letteraria) di Lincoln con quella barbara dell'impiccagione, la trattativa con l'azione pura, i principi democratici con le devianze reali. Sipario. 


Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Tra le nevi del Wyoming, poco dopo la fine della Guerra di Secessione, una carovana corre verso Red Rock e, per l'avvicinarsi di una spaventosa tempesta, si ferma all'emporio di Minnie. Alla spicciolata, come su un palcoscenico, entrano in scena i personaggi di questo 8° film di Tarantino: un paio di cacciatori di taglie, uno è John "The Hangman" Ruth che cattura i ricercati e li consegna vivi per l'esecuzione, l'altro, il Maggiore Warren che invece li ammazza perché così danno meno problemi; Daisy Domergue, una fuggitiva in manette, abbrutita e massacrata di botte; O. B. Jackson, il conducente della diligenza che arranca nella bufera di neve; il sudista Mannix che dice di essere il nuovo sceriffo di Red Rock; Mobray, il boia inglese dai modi forbiti; un vecchio generale del Sud; un cowboy che per Natale vuole tornare a casa dalla mamma; un messicano, dall'incerto ruolo. Dopo una prima ora di presentazione, in cui i personaggi, in perfetto stile Tarantino, parlano a ruota libera, delineando i caratteri - tra provocazioni, sfide, alleanze e rivalità - il conflitto esplode. Mentre lascia in sospeso il fantasma della lettera di Lincoln ricevuta (forse) dal nero Warren, con tutte le sue idealistiche speranze, Tarantino spiega la Storia agli adolescenti di oggi come fosse un costante percorso di vendetta, un apologo incattivito sulla società, nell'impossibile mescolanza di individui che mai potranno convivere pacificamente, mentre le riprese in 70 mm scorrono sui visi degli attori, in primo e secondo piano, come fossero i vasti panorami esterni dell'inizio. Musiche originali di Ennio Morricone che usa alcuni brani rimasti inediti della colonna sonora del film La cosa di Carpenter.

lunedì 5 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1802 "Non Rompete...Le Scatole A' Cinesi e Le Palle A' Livornesi"



Il bar Nado è ancora in rosso e ci mancherebbe! Finacché si chiamerà Nado questo bar resterà in rosso, non solo per  via dele zone covidde ma per la sua storia. Poi, purtroppo presto, doventerà Giallo ma da giallo semmai sarà il Bar Zhanghe. 

Il cinesino si è sentito ma non si è più visto. E' in quarantena in Francia, dove si trovava per lavoro, perché è venuto in contatto, per ben due volte, con persone che avevano contratto il virusse. In compenso è venuta a trovammi la sua moglie che da prencipio non avevo neppure  pensato esistesse. Luilì non mi era dispiaciuto al primo incontro e poi quel misto di europeo e di asiatico gli stava bene, insieme al nome italianissimo, nzomma mi risrbavo d'esse un po' meno timida la prossima volta che l' avrei ncontrato e magari d' isolallo pe  rompe sto cazzo d' astinenza cor uno che armeno fisicamente mi garbi. Una mattina nvece, mentre stavo aprendo il barre si è presentata una signora bionda  carina più o meno dela mi età sportiva modello Unzicker da giovane, con un bimbetto per mano. Quando ha detto in toscano:  "Sono la signora zhang" mica avevo capito ed ho ripetuto: "Zanni? (a Livorno ce ne sono)mi scusi signora ma un mi ricordo in che occasione ci siamo conosciute". Poi quando mi ha spiegato: "sono la moglie di Steve Zhang col quale avete fatto il contratto di compravendita del bar, tutto mi si è chiarito. La signora Zang all' anagrafe Francesca Toparelli viene come il su marito da du genitori di nazionalità diverse, la mamma è del Canton Ticino come la mamma del suo marito (che difatti m'aveva detto d'èsse battezzato Stefano) ma il babbo udite udite 

 è di Pisa. 

Anatema degli anatemi Il Bar Nado in mano a un cinese sposato co na mezza pisana. Ho pensato che se ci fosse stato il babbo gli sarebbe preso un coccolone. Ovviamente al di là dei campanilismi che io tengo in vita con fede e vigore, Francesca si è dimostrata alla mano e abbastanza simpatica, ovviamente non sapeva che gli avevo adocchiato il marito con sfacciata concupiscenza ma io del resto non sapevo che quel bel ragazzo fosse sposato con questa piacente biondina quindi alla fine l' unica che sapeva tutto e si teneva la delusione per sé, ero io.

Francesca mi ha raccontato di essere cresciuta a Lugano con la mamma che il marito se lo levò dalle palle non appena l' indole pisana di lui si rivelò nela sua micidiale essenza. Mi ha però confermato  di aver sempre passato le estati cor su babbo Luciano che aveva una attività di ristorazione dale parti di Tirrenia. E qui ho capito come mai il marito che lei conosce fin dalle elemntari fatte nzieme in isvizzera conoscesse così bene il panorama commerciale della nostra zona e soprattutto il nostro commercialista che ce lo aveva presentato come potenziale acquirente

Ci verresti Te costì a mandà avanti il barre? Le ho chiesto.

No no, ho una bimba di due anni più piccola di questo a Lugano e devo fare la mamma, lavoro per mezza giornata nell' ufficio di mio marito. Si tratta di un investimento che lui cura per una Società Anonima. 

Qui devo chiarire che la societa anonima svizzera è un po quello che è una srl dale nostre parti.

Intanto per omaggio ala coerenza le società aninime svizzere il nome ce l' hanno.

Quella in questione che acquisice il bar si chiama Tirrenia SA (una fantasia da pisciassi addosso) l' anonima sta nel fatto che non si sa il nome di chi detiene le azioni della SA. Quindi Federico potrebbe anche avere 2 azioni sole una per sé e una per la moglie e magari il 98% delle altre appartenere a una sola persona o a più persone dele quali non si sa il nome.

Così le ho rivolto na domanda che io er mi babbo ci si faceva da tempo: "ma dietro una di codeste SA svizzere ci potrebbero anche esse anche  la mafia o la ndrangheta?"

Lei mi ha risposto un po' seccata: "non facciamo affari con quella gente ma dovresti capire che in regime di anonimato io posso dare a te il 98% delle azioni e ti reputo persona perbene e poi tu le passi a una persona dubbia. E io come cazzo posso saperlo?"

La parte pisana si è rivelata appena le è uscito il "cazzo" di bocca ma nel contempo a me è entrata una lucina nel cervello. Sè è possibile fare così allora non cè nulla da fare, le mafie possano infiltrassi ovunque perché niente vieta a una SA svizzera di comprare in Italia e non si sa mai di chi sono i capitali dietro. Poi la Sa svizzera trova un rappresentante italiano un tal Mario Rossi presempio  che apre alla camera di commercio di Livorno lavora e paga le tasse ma chi tira i suoi fili è un papavero di Palermo o di Reggio Calabria attraverso la scatola svizzera ed ecco che il Bar Nado pole doventare una lavanderia di denaro. 

Perché ? Perché Mario Rossi pole ricevere diciamo migliaia e migliaia di euri brevi manu da un qualsiasi portaborse italiano, soldi che possan venire dalla droga dale puttane, dal gioco, diciamo che n' hanno portato 50000 euri. Lui lavora normalmente ma oltre al lavoro normale batte scontrini o registra fatture che vanno a coprire anche quei 50000 e mano a mano versa quer contante in cassa e poi in banca. Ci paga l' iva, ci paga le tasse ma adesso circa trentacinquemila sono stati lavati e asciugati. Io ho detto una cifretta relativamente piccina ma un ci vole tanto pe fare una proiezione. 

Chiedo ancora a Francesca: "Ma qualche nome di chi avrà queste azioni un si potrebbe sapere?"

"Ammesso che io li conoscessi ma non è così, come potresti mai sapere a chi possono cedere  azioni sulle quali c' è scritto solo Tirrenia SA?"

"Sì ma ci sarà un registro di chi le ha vendute e comprate? Mica le venderanno al mercato nzieme all' ova l' azioni in Isvizzera no?"

"Ci sono azioni quotate in borsa in qualche modo tracciabili ma anche azioni che io ti posso regalare perché sei mia amica o in cambio di qualcosa che mi dai tu e poi scusa (e qui ha ripreso l' aria di sufficenza) se uno è in odore di malavita mica le piglia personalmente, le fa prendere a un prestanome o a una catena di prestanomi e già al terzo passaggio non arrivi più alla testa del serpe."

Abbastanza sveglia la Toparelli! No che ci voglia na laurea a Harvarde ma in du parole m' ha spiegato come lo mettano n culo all' Italia e gliel' ho detto.

Ma sbagliavo anche lì perché la diligente managerina mi ha replicato

" Nculo a te di certo  e anche  a me, se vivessi n Italia di  ma al vostro Stato mica tanto perché vedi l' Agenzia dell' Entrate su quelle lavanderia ci piglia un fottio d'iva e di tasse bone. Difatti in tivvu ti parlano sempre dell' evasione dell' idraulico, del salumiere, del professionista ma dei fiumi immensi di denaro sporco che circola un te lo dicano perché se l' Italia dovesse rinunciare dala sera ala mattina a quell' entrate e verrebbe ir mal di capo anche a Draghi.

Ormai s'era sciolta e parlava pisano come se un si fosse mai mossa dala torre tanté che a un certo punto vedendo r bimbo che zampettava m' ha chiesto:

"me lo fai portà a piscià per piacere? Perche quando fa così in du menuti se la fa ne carzoncini"

Mentre faceva piscià r su bimbo m' è passto pel capo  un pensiero osceno associando quel cino svizzero così perbenino a leilì e me li so immaginati a letto gnudi co lei che gli diceva magari rafforzando l' enfasi co na  bella bestemmia indove lo voleva e quanto e per quanto tempo. 

Poi mi so vergognata di me stessa e quando è tornata l' ho guardata con altri occhi. Nfondo era na bella ragazza dela mi età cor un bel marito e du be bimbi e siccome un pisano furbo ancora lo devo conosce ho attribuito tutto r dienneA  ala parte dela mamma.

"Senti- n'ho chiesto- ora che siamo n confidenza ti faccio na domanda che fra me er mi babbo ci tiene sule spine: Noi si so avuti 50000 euri in fase di compromesso e al subentro se ne dovrebbero avé altri 150000 ma se un subentra nessuno quando si pigliano?"

"Penso che in capo a una settimana mio marito sia di ritorno dalla Francia e provvederà al saldo. Per il subentro abbiamo varie opzioni. Una era di lasciarvi il bar in gestione, se volete. Oppure metteremo dei gestori probabilmente cinesi ma forse anche italiani non so che idee abbiano nel consiglio della SA".

"Ah perché c' è un consiglio?"

" Certo la SA è retta dagli azionisti ma serve qualcuno che decide e io ovviamente non so se è un azionista di maggioranza, di minoranza oppure se ha tutte le azioni, bè proprio tutte no perché un piccolissimo pacchetto nominale lo ha mio marito giusto perché potesse interessarsi delle acquisizioni in Italia per conto della Tirrenia."

"Boia dé e sei un numero Francesca! M' hai fatto una lezione d'economia sotterranea in du menuti!

"Non c'è di ché"

E ci siamo salutate

A dire il vero di dubbi me ne so rimasti peggio di prima ma un posso dire che sia stata fumosa nello spiegammi.

In pratica in una botta sola ho perzo ogni possibile illusione sul bel mezzocino.

 Rischio di vedé il barre in mani Pisane oddio svengo.

O in mani poco pulite oddio mi sento male!

Ora capite perché ero stressata e une scrivevo mai perché oltre a questi problemi

sto facendo cola bici der Ciampi il recapito dei cibi d'asporto che la mi mamma prepara, l' aiuto in cucina, fo da mangià pe mi fratelli che forse mi pare sappiate già avrebbero ntenzione di sposassi appena  il virusse ci dà pace.

Ho scritto tanto ne prossimi giorni vi dirò dele mi amiche, der mi babbo, dela mi mamma e di quella ca'ata di Dino che per ora dorme fra le zampe dela su bella anche lui in quella Svizzera che prencipia a stammi sule palle che un ho.

Baci a Tutti

Bona Pasquetta

Zanza Zanzetta


il film è per bimbo di Eliana ma è bello io l' ho visto e me lo ricordo e se vi garba l' azione lo potete guardà tutti. In cineteca trovate scritto indove lo trasmettano, qui di seguito nvece ir commento di my movies


Indagine tra vecchi compagni di scuola
Giancarlo Zappoli     * * * - -
Locandina The City of Violence

La morte violenta di un ex malavitoso spinge un amico 

d'infanzia (ora poliziotto a Seoul) a tornare nella città 

di provincia dove è nato. Sono passati dieci anni e il 

poliziotto trova i compagni di un tempo che ora hanno 

delle vite molto diverse. C'è che vive la frustrazione 

di avere un fratello non del tutto a posto 

psichicamente e chi invece si è fatto strada nel mondo 

della criminalità organizzata divenendone il boss 

ma trattando affari più grossi di lui. Il poliziotto decide 

di indagare sulla morte dell'amico e scopre un mondo 

di violenza in realtà già presente negli anni della loro adolescenza ed ora 

esasperato.
Potrebbe sembrare una storia già vista mille volte quella di Seung wan-Ryoo 

ma l'astuzia sta nell'averla trasformata in un omaggio orientale a Tarantino

 il quale aveva omaggiato con Kill Bill proprio l'Oriente. Ecco allora che 

la violenza è totalmente coreografata grazie anche a un'attenzione cinofila 

al western all'italiana di cui si riprendono tutti i 'luoghi' narrativi consacrati. 

Si potrebbe pensare a un semplice gioco citazionista e invece c'è di più.

C'è la voglia di divertirsi con tutti i mezzi che il linguaggio cinematografico 

mette a disposizione riuscendo sempre a non dimenticare la vicenda di 

base ma trasfigurandola ogni volta in divertimento visivo. Certo, una parte 

significativa del cinema coreano sembra dedita esclusivamente

all'esaltazione della violenza. In questo caso non è così: tutto si trasforma

in un gioco esteticamente raffinato e alla fine lo spettatore è consapevole 

di aver giocato con la scatola magica del cinema come quando da piccolo 

usava le pistole giocattolo facendo 'bum' con la bocca.

domenica 4 aprile 2021

Fatevi i gatti vostri 1801 " Il teorema delo zero - Bona Pasqua "

IL Teorema delo 0 detto anche teorema Banti- Davini- Diversi si deve alla fertile inventiva di Don Luigi Banti e alla sistematizzazione operata dallo scrivente. Venne formulato nel lontano 1973 al Bar Nado, in Livorno e recita: 

"A chi un è buono a fa l'  "O"  cor culo Zero in matematica".

L' auguri pe oggi sono nel video qui sopra, ovviamente tutta la redazione all' unisono augura a Voi e Famiglie

una Pasqua fatta di orge  alimentari, sciampagne  e rutti nela meglior tradizione cristiana dalla quale traggo il  pensiero del giorno, sempre nella vulgata di Don Luigi : Cristo è risorto noi dipende dall' umore del Padreterno.

Dante

Faustino da Jesi, che cito nel video, mi chiede di aiutare lui e gli amici musici con dele canzoncine popolari delle quali non sanno la trascrizione musicale (in gergo tecnico "tablatura" per armonica a bocca" ecco dunque il testo del valzer richiesto da Faustino che nella versione livornese si chiama "La fava di zucchero". Mi fa piacere che qualcuno nonostante sta situazione di merda s' ingegni pe ballà. Attenzione a na cosa sola: secondo accreditati virologi il covidde si piglia anche a stringe dele belle poppe e de be culi ma mi sa che è na poiezione dela loro nvidia., de virologi ntendo.


armonica cromatica in C  10 fori

La fava l' ho di zucchero

3     4   4   4   6  -5  4   -5

ma di zucchero non è

6    -5   4    4   6   7    -7

Se vuoi sentire ir manfano

-7     7     6    6  5  -5  5 -5

vieni a letto nziem' ammé

6   -5   5   -4 -4  4  5

(poi le note sono sempre le medesime)

Nel culo te lo metterò

Nella topa no perché

se poi  ti  nasce un cucciolo

me lo  butti nculo a me.


Vanculo brutto stupito

co ste storie fai caà

dieni diritto il bischero 

o luilì s'ammoscerà


Se vuoi la topa, pigliala

Poi Sarà quel che sarà

Ma n  culo vai a mettilo

ar tegame  di to’ ma’!

========///////=========

La seconda richiesta era "la moto Morini"

ho  comprato la moto morini pa pa

8    8   8 7       8 8 7   8 -7 -6 -6 -6 

l' ho comprata amore per te    pa pa pa               

7    7   7     - 7    7 -6 6  -5  5   5  5    5

ma tu hai smesso di farmi i pompini

8          8   8     7    8 8 7   8    -7    -6 

e la moto Morini la tengo per me

8  8  8 -8    8-9  -8  8 -7 7    -6   6

eeeeeeeeee tiramelo for

7allungato  7 7  -7  7     6

pigliamelo in man 

 7     7 - 7    7      6

succhiamelo in punta  smak smack (rumore di succhiotto fatto due volte)

7     7 - 7    7  -6   -5

la canzon che io dedico ate  pa  pa zum

7    - 7   -8  -7   7  -6  6 -5 4  4    4       4

ripetere a volontà fin quando c'è inventiva in merito a marche di moto ed azioni carognesche di una donna.

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Infine "allora  più in giù"

occhio che è difficilotta nel finale altissimo


Io le toccai i capelli

7    7     7 7  -7 -7  7  

Lei mi disse non son quelli    

6   -6    7   7   7    -7    -7 7

va più giù che c'en più belli

6     -6   7    7    -6  6   -6   -5

oh  oh  oh 

-8    -7    7

amor se      mi   voi bene  

8     8 8        8    -8 -9 -9

più n giù tu devi andar

-8       8    -7  7  -6    6

e   allo ra più ngiù più ngiù più ngiù

7    7    -7     7      6    6      6    6     6

e   allo ra più ngiù più ngiù più ngiù

7    7     -7      7       -6  -6     -6       -6

allora più ngiù più n giù più ngiùùùùù

7          7     -7     7    -8 -8 -8  -8       8

Poi l' ovo di Pasqua ci porta, come sorpresa, un filmettino per chi dopo l' imbuzzata del pranzo si volesse stiantà sur divano cor un cognacchino accanto pe agevolà la digestione.

Commento da my movies

TERRY GILLIAM RITORNA AL SUO PECULIARE UNIVERSO 
DI FANTASCIENZA,  AGGIORNANDO I TEMI 
ALL'ERA DEI SOCIAL  NETWORK.
Recensione di Emanuele Sacchi
lunedì 2 settembre 2013

Qohen è uno degli sviluppatori più produttivi della Mancom ma si è alienato sempre più dal mondo esterno. A tenerlo in vita e dargli la forza di andare avanti è solo l'attesa di una fantomatica chiamata che gli indicherà il suo destino. Finalmente il misterioso Management, capo della corporation, accetta di parlare con Qohen, affidandogli la risoluzione dello Zero Theorem, un algoritmo impossibile sull'assurdità dell'esistente.
Accettare di tornare al cinema dopo il fallimento di progetti durati una vita. Accettare gli insuccessi senza abbandonare la propria Idea, quella di interpretare il mondo confuso e infelice in cui viviamo con gli strumenti del fantasy e della fantascienza di un'altra epoca, dimostrando come possano ancora essere attuali. Terry Gilliam è tutto questo, un incassatore come neanche John Mugabe sul ring contro Marvelous Hagler. Uno che trova il coraggio di tornare su canovacci per i più obsoleti, senescenti e uncool, come Brazil e L'esercito delle dodici scimmie, e provare a realizzarne un'ulteriore appendice, con un budget inferiore a disposizione e con il disincanto pessimista che ha preso il posto della rabbia eversiva di chi vuole cambiare le cose.
Il punto di vista è, inevitabilmente, quello di un autore di un'altra generazione, come lo è quello di Eastwood o lo era quello dell'ultimo Altman. Ma Gilliam non fa nulla per nasconderlo, quando invita a partecipare al suo videogioco vintage riadattato alla contemporaneità; il suo è un occhio nostalgico e disincantato sulla dissoluzione delle nostre vite, cominciata tra gli '80 e i '90 e proseguita nel terzo millennio, erodendo in maniera crescente speranze e scampoli di libertà, incastrando sempre più questi ultimi tra i pertugi concessi da lavori veri e fittizi, quando non autoindotti. Su quest'ultimo punto e sul ruolo della connettività 24/7 Gilliam lancia uno dei suoi strali più avvelenati, sintetizzando nella necessità di un continuo upload dei propri dati e del proprio lavoro la schiavitù imperante della deadline: droga, stimolo e spauracchio, causa ed effetto, mezzo e fine.
Qohen, agorafobico, vive in una chiesa che pare un museo, circondato da vestigia di un'altra epoca, o meglio di altre epoche, in un cortocircuito di generazioni perdute che sembrano tendere al Caos ultimo, all'Entropia galoppante; il pessimismo di Brazil si è trasformato in accettazione acritica del secondo principio della termodinamica. Qualunque cosa possiamo sforzarci di fare, il caos crescerà inesorabilmente. E la scelta di Qohen come soggetto-cavia della Mancom - geniale sintesi di un'agenzia di lavoro interinale e di un super-social network - è dovuta unicamente alla sua speranza, al residuo di un desiderio di unicità che ancora alberga in un essere umano che si oppone a una normalizzazione subdola, che passa da una policromia accecante, da sorrisi forzati e da un information overload che ottunde e segue l'uomo, anziché esserne seguito. E a costo di risultare ovvio o datato, Gilliam affronta di petto lo smarrimento delle identità ("chiama tutti Bob perché non può sprecare neuroni preziosi a ricordare i nomi della gente") che si fa paradossale in un mondo teoricamente ossessionato dall'esibizione e moltiplicazione dell'ego nella Rete. Ma la variabile vincente dell'algoritmo di The Zero Theorem sta forse nel cast, in un Christoph Waltz che per una volta trattiene i trucchi e i cliché del mestiere, in Thewlis, Swinton e Matt Damon che con dedizione si ritagliano ruoli consapevolmente caricaturali e nella rivelazione Mélanie Thierry, recuperata dall'abisso delle promesse mancate. Dall'accettazione della propria non-unicità - essere "creep" e non "special" - parte forse l'unico sentiero possibile verso una serena e consapevole (in)felicità. 

sabato 3 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1800 " Il volume dell' Ovo "

Nei battibecchi giovanili che animavano le mie giornate con Dino Ciampi, ricorreva assai spesso il reciproco dispregio della forma mentis dell' altro. "Hai una mente geometrica" mi accusava Dino, "costretta dentro ai lati e agli angoli di poligoni cubi e piramidi per quello incontri difficolta con la musica".

Partiva, lo ammetto, da una posizione di vantaggio, quella di amare la musica e riuscire eccellentemente nel suo studio e nella pratica e di fregarsene bellamente dei propri insuccessi scolastici in matematica. Invece io andavo sì benone in matematica ma avrei voluto esser altrettanto bravo in musica. Purtroppo a dispetto delle mie brame arrancavo, stonavo, perdevo il tempo, suscitando la sua perversa ilarità che cresceva in maniera direttamente proporzionale alla mia sofferenza.

Nelle altre materie eravamo più o meno equivalenti, appena meglio io in italiano e latino, un quarto di punto in più a lui per greco e filosofia. Prestazioni che comunque vedevano risultati alterni per entrambi. Il suo handicap era la sola matematica nella quale   non era propriamente un asino, galleggiava tra il 5 e il 6 e a fine anno riusciva sempre a conquistare il sei stiracchiato. Agostino, tal era il nome del professore, del quale vi ho parlato pochi post or sono, gli diceva: "Figlio mio lungo come sei (passava già il metro e 90) sai la fatica che fa il sangue ad arrivarti al cervello? Dovresti metterti a testa in giù durante le mie ore". Dino lo malediva e continuava a fregarsene di lui e della sua odiosa materia.

Alle sue illazioni in merito alla mia mente geometrica rispondevo a Dino che in fondo la musica doveva avvalersi della matematica visto che per lo più  trattava di divisioni temporali valori frazionari delle note e così via. Lui però in quel campo aveva assai più argomenti il più convincente tra i quali era:

"Sarebbe come dire che lo scrivere si riduce all' uso dell' alfabeto. Certo le parole son fatte di lettere dell' alfabeto ma c'è chi lo usa pe scrivere 'w la topa' sui muri e chi ci ha scritto la divina commedia".

Bah io una certa considerazione la tributavo anche al primo dei due letterati perché all' epoca il mio interesse era molto più concentrato su quell' altra roba pelosa che non sulle tre cantiche del mio omonimo.

Appena mi vedeva in difficoltà con la replica lui incalzava "con quelle noterelle come le chiami tu, Mozart ha creato qualcosa di divino".

"Sì invece Archimede coi numeri ci contava le seghe che si faceva? Datti pace Dino son due cose differenti ma  ugualmente belle"

"Sì ma io se m' impegno a un sette a matematica ci arrivo. te a fare una canzone perfetta tutta da solo cola tu armonichina ci arrivi? Nemmeno se la ributti a bagno".

Si riferiva a un fatto che vi narrai a suo tempo: forse a seguito di una di quelle baruffe sui miei insuccessi musicali buttai la mia armonica nel fosso reale e poi stiedi sott'acqua un pomeriggio per ripescarla col resultato che l' armonica s'era tutta impiastrata di acqua salsa e melma e i miei polmoni subirona una batosta che mi fece passare l' estate del 67 a smaltire una bruttissima polmonite della quale porto ancora qualche segno.

Il momento che ricordo con più divertimento fu però quando Agostino gli propose il quesito dell' uovo: "Ciampi hai un uovo e devi calcolarne il volume come fai?". 

"Chiedo a Caterina di infilasselo nela topa e poi mi faccio dire il volume" rispose l' infame ed ebbe 3 giorni di sospensione. Caterina era piuttosto bravina ma attraversava quel periodo in cui le ragazze s'interessano all' uccelli senz'ali e s'era fatta fama di una discreta disinvoltura in queste  sue ricerche.

Poi il prof. lo chiese a me ma non ero un infame e sebbene avessi già in mente il metodo spalleggiai il mio fratello di latte e risposi:  "Lo chiedo a Caterina che è brava in matematica e...anche  coll' ova." 

Ed ebbi i miei tre giorni di sospensione. Così Agostino che era uomo intelligente e di spirito si rivolse a Caterina e disse: "Hai diritto di replica Caterina come calcoli questo benedetto volume dell' uovo?"

 e Caterina seria seria rispose: "Lo infilo nel culo al Ciampi e gli chiedo il volume se non corrisponde a quello che mi aspetto faccio lo stesso con Dante." E fu sospesa per 3 giorni che impiegò così: Il primo giorno si messe nzieme a Dino e lo mollò subito perché lui si lamentò che leilì puzzava di sudore all' ascelle e di pesce laggiù e ciò lo sconcentrava sur e gli faceva venì da rigettà. Il secondo giorno lo passò con me che non mi sconcentrai anzi riconobbi sì che sapeva un po' di bestia ma la cosa non mi disturbava anzì penzai presuntuosamente che fosse segno che gli garbavo e che l' ormoni gli si movevano in aerosolle. Seppi poi, però,  dale comuni amiche, che mi movevo male e sembravo uno che un l' avesse mai vista o che finora si fosse accoppiato cole pecore e colle capre per il poco verso che avevo a trattare cor una donna. Difatti,come avrete capito, Caterina il terzo giorno lo passò a sparlare di noi colle sue amiche.

Sicuramente vi sarà restata  la curiosità sul volume dell' ovo e allora se siete arrugginiti coi calcoli Archimedici ve la levo io sta curiosità;

pigliate un cilindro graduato e riempitelo fino a un certo punto, poi metteteci l' ovo che affonderà innalzando il livello dell' acqua, guardate a che livello è arrivata l' acqua e sosttraete da questo valore quello iniziale se il cilindro è in ml. sappiate che un ml corrisponde a un cm3.

La nonna sta meglio ma Holly ha decretato che finita l' emergenza lei la Pasqua la fa da sola o meglio con me e i gatti e Dani se gli pare. Bobby ci avrebbe fatto piacere vedello ma un viene.

Bon Sabato santo

Dante

Le richieste si so finite e allora mentre penzate se volete qualcosa d'altro vi si mette naltro episodio di Scott e Bailey

presentazione da Sorrisi e Canzoni tv




venerdì 2 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1799 "Eh sì! Col culo degli altri son buoni tutti!"

A tutti coloro che sono andati in tv a dire che i vaccini sono sicuri mando i mei auguri dal profondo del cuore e  sorretti da tutta la mia potenza nel vaticinio da strega  affinché abbiano personalmente i sintomi che sperimenta attualmente mia nonna o che li abbia un loro parente strettissimo, possibilmente genitori o figli, perché, come dice mio zio Dante: 

"a provare l' anal col culo degli altri son buoni tutti." 

La frase è in origine un po' diversa ma resa in quel modo puzza  di omofobia è l' ho opportunamente cambiata in modo di renderla più generalizzabile ed adattabile a chiunque.

Breve spiegazione della mia concitazione dei giorni scorsi: la nonna ha fatto il vaccino. A dire il vero lei non voleva farselo e zia Holly pur non essendo una antivax aveva concordato col medico curante che per la nonna e anche per se stessa avrebbero fatto un Johnson e Johnson appena gli fosse arrivato. Senza avvertirci, la mia mamma e mio zio, che sarebbe il fratello maggiore della mamma e della zia hanno fatto la prenotazione per la nonna e la mamma che non è mai presente quando serve, stavolta si è presa la briga di accompagnarla. Morale della favola dopo qualche ora da quando era a casa la nonna ha cominciato a star male, aveva vomito e le era salita la febbre ma ormai la mamma era irreperibile, persa in chissà quale dei suoi impegni del cazzo, lo zio, sebbene lavori in smartworking, non poteva e lo si può capire, nonostante sia il maggiore ha deciso di far figli a cinquant'anni e adesso con due bambini piccoli e la moglie che non sta bene si muove male. Così la nonna ha chiamato la zia, pur sapendo che mentre sei fuori in barca è un casino fermarsi . Comunque la zia che era in barca con me  bestemmiando e scagliando anatemi all' indirizzo della sorella che non le aveva detto nulla e del fratello anche lui muto, ha fatto il possibile, ha chiamato il medico ed  è andata a prendere zio Dante poi ci ha portati sotto casa della mamma in barca lei è volata dalla nonna  ed ha lasciato noi a finire il giro. Non sto a descrivervi cosa è successo e quante la zia ne abbia dette all' indirizzo della mia mamma. Immaginate che "peripatetica decerebrata" è l' unico modo che mi viene in mente per rendere letterario l' attributo più lieve che ha usato. Poi se l' è presa con l' altro fratello. Alla sua mamma ha detto solo "cerca di non morire perché con te devo urlare per un mese fino a sfondarti le orecchie".

Mi sono trovata in mezzo, depreco la scelta affrettata e rischiosa della mamma e dello zio sebbene non ci veda malizia ma solo pressapochismo che del resto li accompagna spesso nelle decisioni. Trovo davvero stupido il fatto che non abbiano parlato con zia Holly ma so il perché. Essendo Holly  l' unica con palle in famiglia, sapevano che lei avrebbe detto di no e di aspettare di farlo dal dottore.

In realtà la nonna non stava uscendo e non aveva contatti promiscui, alla spesa pensava zio Dante quindi sta fretta poteva solo spiegarsi col fatto che la mamma e lo zio progettavano la Pasqua e siccome lui ha i bambini che vanno all' asilo devono aver pensato che era meglio mettere al sicuro la nonna.

Sono rimasta io a dormire dalla nonna e ad assisterla durante il giorno mentre la zia e zio Dante facevano il giro. Ci vuole lei o io al comando a barca carica, perché lo zio ha sì il brevetto da comandante ma non per trasporti commerciali in laguna. Altro assurdo, uno yacht in Adriatico nel Tirreno o anche in laguna stessa sì, un barcone da carico no. O meglio vuoto può condurlo. Così appena finiscono le consegne lui lascia zia Holly sotto casa della nonna e riporta la barca all' ormeggio talvolta da solo, talvolta portando anche me che almeno a cambiarmi a casa mia devo andare. Immaginerete come far questo a Venezia implichi una organizzazione perfetta e un dispendio di tempo triplo rispetto ad ogni altra situazione. 

La nonna finalmente  stamattina non ha febbre ma continua a non star bene, le gira la testa e le viene da vomitare in più sente male e dice di non vedere bene da un occhio.

Ovviamente  nessuno dei medici interpellati mi ha dato una risposta chiara ed univoca. Vediamo gli sviluppi, aspettiamo domani. Vigile attesa. Il medico curante ha detto che è oberato di lavoro e che lui aveva consigliato di aspettare un attimo finché avesse avuto il Johnson comunque ha assicurato se fossimo andati a prenderlo e riportato sarebbe venuto e così ho fatto. La nonna non aveva patologie che sconsigliasseo in modo assoluto l' astra zeneka ma ha il colesterolo molto alto, e il cuore che le ha fibrillato già qualche volta. Comunque secondo lui ce la farà benone ma non ci sa dire con certezza  se sia opportuno fare la seconda dose quando sarà il momento. Il fatto è che in merito a questi vaccini pochi sanno qualcosa di certo e moltissimi sano poco anzi pochissimo.

Vi ringrazio per esservi preoccupati per me. Sono d'accordo con Zanza che da lunedì mi darà il cambio in redazione ma non era il blog a crearmi stress o concitazione, come avrete capito.

Buona giornata a tutti

Dani

ecco il film, dovrebbe essere una chicca, la presentazione è da my movies


LUCIDAMENTE INTIMO, 
IL PERCORSO DI VITA DI 
UN PERSONAGGIO 
INDIMENTICABILE.
Recensione di Giancarlo Zappoli
venerdì 20 maggio 2011

Cheyenne è stato una rockstar nel passato. All'età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l'uomo aveva un'ossessione: vendicarsi per un'umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.
"And you're standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home - is where I want to be/But I guess I'm already there/I come home - she lifted up her wings/Guess that this must be the place".
("E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa- è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto".)
Il testo della canzone dei Talking Heads che dà il titolo al film e riveste un ruolo in una delle scene più importanti e intense rappresenta una sorta di sintesi di questa opera in cui Sorrentino torna al lucido intimismo degli esordi sotteso costantemente da una ricerca che si fa percorso di vita. Cheyenne, rocker ormai in disarmo ma che un tempo fu celebre e di quella celebrità gode ancora i frutti economici, è un uomo che quotidianamente si trasforma in maschera. Quasi avesse bisogno di aggrapparsi a quel passato di gloria che ora non rinnega ma rifugge. Accanto a lui da 35 anni una donna solida che sa come essere sorridente argine alla sua pacata depressione. Al suo fianco un costante peso. Che sia il carrello della spesa o il trolley da viaggio (di cui sentirà magnificare l'innovatività creativa) Cheyenne si trascina dietro un bagaglio di situazioni irrisolte. Prima fra tutte la dinamica dei rapporti con la figura paterna. È un Edward Manidiforbice dei nostri giorni Cheyenne/John Smith. Un essere umano che il padre ha creato e, al contempo, limitato trasmettendogli inconsciamente un'ossessione che il figlio scoprirà solo dopo la sua morte. Il castello in cui Edward/Cheyenne si è rinserrato è il suo aspetto esteriore che al contempo lo lega al passato ormai amato/odiato e lo separa dal presente. Sean Penn è straordinario nel disegnare, ancorandolo alla realtà, un personaggio che potrebbe ad ogni inquadratura dissolversi nel grottesco o nella caricatura. Quest'uomo che fa di tutto per essere riconosciuto e, al contempo, nega pervicacemente con tutti la propria identità ha la complessità di quelle figure che si imprimono con forza nell'immaginario cinematografico. Un personaggio che, anche se lo nega ("Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico non in India") compie un lungo viaggio per ri/trovare un posto dentro di sé. 


Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Inutile negarlo, la trovata geniale del 5° film di Sorrentino è il travestimento di Sean Penn: il 50enne ebreo Cheyenne, ex star del rock, rossetto, volto imbiancato, occhi bistrati, capelli lunghi scarmigliati, unghie laccate (ricorda Robert Smith, leader dei Cure). Vive in una villa alla periferia di Dublino, trafitto da una noia depressiva, nonostante Jane, sua moglie da 35 anni, concreta e spiritosa. La morte del padre che non vedeva da 30 anni lo riporta a New York a proseguire le indagini paterne su un criminale di guerra tedesco, nascosto da 60 anni negli USA. Lo troverà? In modi poco verosimili, ma con immagini sorprendenti (fotografia di Luca Bigazzi), il 1° film in lingua inglese di Sorrentino diventa un racconto di viaggio che attraversa luoghi e personaggi già visti in tanti film hollywoodiani, ma reinventati da uno sguardo nuovo e inventivo. Scritto con Umberto Contarello, prodotto da Indigo/Lucky Red/Medusa al costo di 28 milioni di dollari. Più rilevante del solito è la musica di David Byrne: il titolo del film è anche quello della canzone (1982) del leader dei Talking Heads e la sua presenza nella parte di sé stesso ha contribuito al successo del film. 6 David di Donatello: sceneggiatura (Paolo Sorrentino, Umberto Contarello), fotografia (Luca Bigazzi), musiche (David Byrne), canzone ("If it falls, it falls" - D. Byrne, Will Oldham), truccatore (Luisa Abel), acconciatore (Kim Santantonio).


giovedì 1 aprile 2021

fatevi i gatti vostri 1797 "ci vorrebbe a me una settimana di 8 giorni!"

Corro corro corro come una matta e sono 3 giorni che non riesco a far niente per me, neppure a lavarmi i capelli, ci vorrebbe a me una settimana di otto giorni e una giornata di 25 ore!  Il film che almeno nel titolo ricalca così bene la mia situazione, era stato richiesto da qualcuno di voi, quando accennai che in elenco avevamo questo e non quello, già evaso, che ci aveva chiesto Murasaki. Statemi bene spero presto di potermi dilungare un po' di più

un abbraccio da 

Dani

L'AVVENTURA LIVE DEI FAB FOUR: UN VIAGGIO CHE APPRODA SUL TETTO DI CASA PASSANDO DAL TETTO DEL MONDO..
Recensione di Marianna Cappi
giovedì 15 settembre 2016

Tra il 1962, anno in cui ancora suonavano quasi solo tra Liverpool e Amburgo, e il 1966, quando si guardarono in faccia e si dissero basta, basta con i tour, basta con quella follia ormai fuori controllo, passarono solo quattro anni, eppure tanto (poco) fu sufficiente per i Beatles per dar vita ad un fenomeno sociale senza precedenti, che radunò in ogni parte del mondo folle di dimensioni mai viste.
Ron Howard racconta la storia di quella straordinaria ascesa con un film che attinge ad un repertorio scelto con cura, spesso inedito, che non smarrisce mai la dimensione concentrata, volutamente ridotta, nonostante tra i temi ci sia anche la nascita del fanatismo di massa, come lo conosciamo oggi. Come l'equipaggio dell'Apollo 13, il punto di vista dei Beatles resta ciò che interessa al regista, mentre il resto del mondo è l'interlocutore, l'altro soggetto di un dialogo che per qualche tempo suona straordinariamente brillante (i ragazzi di Brian Epstein si divertirono per qualche anno tanto a suonare che ad essere venerati: il circolo era virtuoso) ma poi si esaurisce, quando John, Paul, George e Ringo non sentono più la loro voce (l'occasione-simbolo è il concerto allo Shea Stadium di New York nel 1965, di fronte a più di 55mila persone) e scelgono di chiudere la conversazione.
Fin dall'inizio dell'avventura live, in ogni caso, Howard ricorda che la stampa non faceva altro che domandarsi quando sarebbe finita e come. Quando sarebbe scoppiata la bolla? Quanto poteva andare avanti la Beatles mania, a quel ritmo mai visto? In fondo, lui stesso vuole arrivare lì, a quel ritorno sul tetto dell'ufficio di Londra, che è il momento più bello del film, e anche quello più autoriale, perché è un happy end scelto, fermato nel tempo, coerente con la scelta di raccontare la parabola delle esibizioni dal vivo del gruppo, che lì si arrestano per sempre, ma non con il sapore della fine reale dell'avventura beatlesiana. A quel punto i Fab Four non sono più una cosa sola, un essere con quattro teste acconciate allo stesso modo, non sono più i ragazzini sfrontati che avevano una risposta per tutto e per tutti, e che grazie al loro cameratismo e al loro umorismo sono arrivati dove altri non si erano mai sognati di arrivare: sono cresciuti, cambiati, ognuno ha preso la sua strada, fatto la sua famiglia, e la musica è tornata ad essere il loro unico interlocutore.
The Beatles. Eight days a week racconta questo approdo sul tetto di casa, raggiunto passando dal tetto del mondo, con apparente semplicità di modi, e persino con parsimonia nell'uso del repertorio. Riducendo le interviste video al minimo indispensabile e facendo lo stesso con le voci di contorno, il documentario lascia la parola ai quattro protagonisti e riavvolge con loro il filmino dei ricordi, raccordando finemente sull'asse clip proveniente da momenti e formati diversi e costruendo anche visivamente, senza distrazioni, quel dialogo tra loro e con il pubblico, che è la direttrice di questo sguardo.