martedì 1 aprile 2014

fatevi i gatti vostri n.551 "Gialli per gli amici dei mici"

Fin da ragazzo sono appassionato di gialli ma prima che Dante incontrasse zia Holly il mio repertorio spaziava dall' America all' Inghilterra con un ampia concessione alla Francia e all' opera di Simenon.
Un giorno lo zio mi buttò la un paio di libri ingialliti. Uno di Sciascia, l'altro di Scerbanenco. Due autori diversissimi ma con una identica capacità quella di avvincere il lettore fin dalle prime pagine. 
Per dovere di cronaca presento Scerbanenco in quanto i suoi primi passi nel noir furono mossi nel 1940.
Abbiamo  molti suoi testi nella nostra biblioteca cartacea:

Venere Privata
Milano calbro 9
I milanesi  ammazzano al sabato
Traditori di tutti
Nebbia sul naviglio
I ragazzi del massacro
il 100 delitti
il 500 delitti

se ne desiderate  qualcuno 
basta inviare una email col titolo che volete leggere  indirizzando  a

esserinoebalena@email.it

Un abbraccio da
Bob



GIORGIO SCERBANENCO

Kiev, 28 luglio 1911 – Milano, 27 ottobre 1969
Nato a Kiev nell'allora Russia imperiale da padre ucraino e madre italiana, Scerbanenco in tenera età si trasferì in Italia, dapprima a Roma, poi a 16 anni a Milano, al seguito della madre. Il padre fu ucciso durante la rivoluzione russa, la madre morì pochi anni più tardi. Costretto per motivi economici ad abbandonare gli studi (non completò nemmeno le elementari), Scerbanenco praticò molti e diversi mestieri, dall'operaio al conduttore di ambulanze, prima di arrivare al mondo dell'editoria. Collaborò a numerose riviste, tra cui noti settimanali femminili, come correttore di bozze, redattore, persino come titolare di una rubrica di "posta del cuore". Sempre ritenendosi di lingua madre italiana, l'essere considerato "straniero"[1] lo ferì incredibilmente durante tutta la sua esistenza. Morì nell'ottobre del 1969, all'apice del suo successo, in seguito ad un arresto cardiaco. Alla sua memoria è dedicato il più importante premio per la letteratura poliziesca e noir: il premio Scerbanenco.
Scrittore di incredibile prolificità e versatilità, Scerbanenco ha spaziato magistralmente in ogni campo della narrativa di genere: western, fantascienza, letteratura rosa, ma fu con il giallo che raggiunse una discreta fama, fino ad essere da taluni indicato come uno degli scrittori più importanti di questo genere. Non vi è dubbio, infatti, che sia da considerare tuttora il maestro ideale di tutti i giallisti italiani, almeno a partire dagli anni settanta. I suoi romanzi riletti oggi appaiono (al di là delle trame gialle spesso semplicistiche e delle 'trovate ad effetto' escogitate per mantenere alta la tensione), anche come uno spaccato umano e amaro dei nostri anni '60, che rivelano una Italia difficile, contraddittoria, persino cattiva, ansiosa di emergere ma disincantata, certo lontana dalla immagine edulcorata e brillante che spesso viene data degli anni del boom economico.[2] [3]
Il suo primo romanzo giallo fu Sei giorni di preavviso del 1940, in cui ideò la figura di Arthur Jelling; il successo arrivò però con la quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'Ordine e condannato al carcere per aver praticato l'eutanasia ad una vecchia signora, malata terminale.
Lamberti in seguito diventa una sorta di investigatore privato che collabora con la questura di via Fatebenefratelli a Milano, in particolare con il commissario di origini sarde Luigi Càrrua, poi promosso alla carica di questore.
La serie di Duca Lamberti, iniziata con Venere privata nel 1966, porta l'autore a un successo di critica[4] e di pubblico, grazie anche alle molte versioni cinematografiche e ai riconoscimenti internazionali. Nel 1968 Traditori di tutti viene riconosciuto quale miglior romanzo straniero dal prestigioso premio francese Grand prix de littérature policière.
Nel 2006 è stata realizzata una docufiction sulla sua vita, con interviste e testimonianze di chi l'ha conosciuto, ad opera del regista Stefano Giulidori. È stata presentata con successo al Noir in Festival di Courmayeur 2006. Nel 2007 l'editore Garzanti pubblica una antologia di racconti di alcuni tra i più noti scrittori noir italiani dedicata al personaggio più famoso di Scerbanenco, Duca Lamberti, intitolandola Il ritorno del Duca. Molte sue opere sono state pubblicate negli ultimi anni: nel 1994 escono I milanesi ammazzano al sabato, Noi due e nient’altro, Appuntamento a Trieste e Cinquecentodelitti. Nel 1995 sono stati dati alle stampe Lupa in convento, Cinque casi per l’investigatore Jelling, Le principesse di Acapulco, Le spie non devono amare, Al mare con la ragazza e Non rimanere soli. Nel 1996 escono ancora Ladro contro assassino, Millestorie, Storie del futuro e del passato. Nel 1999, infine, I Ragazzi del massacro, Al servizio di chi mi vuole, La ragazza dell’addio.
La scrittura di Scerbanenco mette fine al processo di americanizzazione che fino ad allora era stato necessario nella letteratura gialla per dare una certa dignità ad autori e pubblicazioni nostrane. Il suo stile, caratterizzato dal ritmo incalzante e dalla cura nei particolari, fu molto amato pubblico di allora e riuscì a riabilitare il genere poliziesco che in Italia fino ad allora dipendeva da stereotipi.
Le sue storie sono ambientate in una Milano dove dilaga la delinquenza e l'indifferenza.
fonte (wikipedia e biografia di G. Scerbanenco)

sabato 29 marzo 2014

fatevi i gatti vostri n. 550 " roba vecchia"

Questa l'avevo scritta io sulla base di  ricordi di scuola. Comparve nel nostro blog su splinder e partecipò anche a un concorso di raccontini ricevendo immeritati consensi.
Dato che non volevo farmi scudo di Paolieri per giustificare la noia che produce la mia pagina sulle novelle, stavolta me la gioco in prima persona. Ripubblico, dunque, "il sudicio" sia per chi non ci conosceva "illo tempore"   sia per chi avesse voglia di rileggerlo. Anzi, siccome dai commenti leggo che alcuni ascoltano  volentieri allego un file audio in cui il raccontino lo leggo io. Non sono un fine dicitore ma i fatti mi appartengono. Coi fatti anche tutto quello che essi han lasciato ne miei ricordi, così quello che non ci so mettere di tecnica  lo metto d'animo... e basta così sennò il discorso s'allungherebbe troppo. 
Un video non ce l'avevo e me l'ha creato alla svelta mia nipote Dani. Le sedie e le barche l'ho fatte a olio davanti al mare, diverso tempo fa, il gatto è Ito, quello col cappello io.

Bon vikkende
Dante

Il sudicio                                                                                        (Dante Davini Diversi 1982)
Arrivò a Livorno ai primi del sessantasei. Orfano di pastori della Garfagnana era stato affidato a parenti che abitavano vicino a me sull'angolo tra viale Caprera e la Venezia. S'era in quinta elementare, io e Dino Ciampi insieme nell'ultimo banco. Tra i primi della classe quanto a profitto, sul filo del temuto sette in condotta per il comportamento. Giovanni, aggiuntosi con ritardo, nel mese di gennaio, ebbe l' onore di un banco isolato,sistemato, per l'occasione, dietro il nostro.  Il colorito della pelle, le mani unte, le ginocchia con la "roccia", gli valsero subito il soprannome di "sudicio". Aveva ripetuto la quarta tre volte dopo essere giunto alla terza regolarmente, attraverso la frequenza di una policlasse rurale  in cui trovavano posto bambini  dai 6 agli 8 anni mescolati insieme. Chissà quanto starà in quinta?- osservò Dino a voce tanto alta  da farsi sentire, ma il nuovo arrivato gli mostrò un pugno rozzo e spellato che non lasciava spazio ad interpretazioni diverse dalla minaccia. Ero grosso e alto quanto lui ma, quando lo affrontai, dopo l'ultima campanella, mi riempì la faccia di cazzotti. Con due anni e qualcosa in più di me  picchiava con destrezza e cattiveria. Salvai la faccia solo quando lo attaccai con forti pedate alle gambe. Dai calzoni corti sortivano due stecchi orrendi, uno particolarmente storto che doveva aver ricevuto la carezza della poliomielite. Cadde malamente e Dino che aveva buon cuore si mise in mezzo a far da paciere. Io sanguinavo dal naso e dai denti lui tornò a casa trascinando la gamba sinistra. Diventammo amici, Dino lo aiutava nei compiti, io gli regalai una borraccia  dei soldati americani e un coltellino colla lama rotta. Fumava le nazionali, bestemmiava, toccava il culo alle bimbe della sezione femminile e sputava in terra di continuo ma a noi voleva bene. A marzo fu sospeso. La maestra l'aveva mandato dietro la lavagna e lui, con una naturalezza incredibile prese il recipiente di coccio con l'acqua, che stava sopra la stufa di mattoni rossi, versò l'acqua sulla cassetta della legna e ci pisciò dentro. Cacino,il figliolo di Melesecche, l'ortolana fu la spia. Dino lo sfece di botte ma ormai era fatta. Un mese a casa. Lo passò tutto da noi e gli servì più che stare a scuola. A Maggio era alla sufficienza. Agli esami di fine Giugno passò ed ebbe la licenza elementare. Morì d' Agosto sbagliando il suo numero preferito, il salto tra due tetti. Forse lo tradì quella povera gamba falsa. Corremmo all'ospedale, nonostante il divieto dei genitori. C'era già   il paravento pronto. Si agitava e con le ultime forze smanettava strusciando le dita contro il palmo . I parenti,sporchi ne loro abiti da lavoro, scuotevano la testa. Ci avvicinammo, Dino bagnò il fazzoletto nella brocca dell'acqua sotto al comodino. Capii e feci lo stesso col mio. Gli sfregammo ben bene le dita e il palmo delle mani. Ci sorrise e chiuse gli occhi tranquillo. Prima dell'esame di quinta, scherzando sul suo vecchio soprannome, Dino gli aveva detto che se uno bussa alle porte del Paradiso con le mani sporche...lo rimandano indietro.

giovedì 27 marzo 2014

fatevi i gatti vostri n. 549 " come riciclare un vecchio bidet "

Stiamo ancora ridendo per questa idea che non nasce da me, né da Dante o dai nipoti. Da tempo il bidet, corredo di un bagno ancora rigorosamente in stile anni 60, non viene usato per la sua primaria funzione. Io lo trovo antiigienico, Dante usa la doccia che abbiamo ricavato dalla vasca con una semplice tenda ad ombrello che lui ha fissato al muro sopra la vasca e che permette di risparmiare acqua e tempo.
Così l'uso primario del vecchio bidet è diventato quello di funger da  base d'appoggio per le cassette igieniche dei mici. 
Chi ha gatti sa bene che se non si voglion sentire odori per casa bisogna pulire spesso la sabbietta. Tra me e Dante arriviamo anche a 4 volte al giorno, del resto  c'è via vai di ragazzi e mamme per via delle ripetizioni e, per quanto modesta, mi piace che la casa profumi di pulito.
OK non tergiversiamo oltre:
Balena, con consueta  bolla ducale o dogiesca  o dogiale, come la chiama lui,  ha predisposto il riciclo del bidet in guisa di sua personalissima dependance







Col passare degli anni, a fine maggio ne compiranno 8, Balena si è stabilizzato. Nel senso che il suo peso resta costante sugli 11 kg. Le dimensioni potete vederle voi anche attraverso  il facile paragone con quelle, standard,  dei sanitari.
E' davvero GROSSO.

Un abbraccio da Holly

mercoledì 26 marzo 2014

fatevi i gatti vostri 548 " Ve ne ricordate?"

Ieri sera la wifi era completamente out. Rimedio questa mattina con il consueto post sul giallo italiano.

Il cappello del prete non credo sia stato visto da molti dei nostri lettori, noi ce lo siamo guardati in casa visualizzando a muro con un proiettorino da  attaccare al pc. Zio Dante lo ha trovato vicino a un cassonetto e con pazienza  lo ha rimesso a posto. Funziona bene ma la ventola si fa sentire in sottofondo. 
Il tutto faceva molto anni sessanta/settanta ma il film era davvero ben fatto e gli attori recitavano bene.

Continuando nella storia del giallo in Italia entriamo finalmente nel ventesimo secolo ma senza grandi onori
o lavori che possano eguagliare  i due storici lavori presentati nelle puntate precedenti . Mentre nel resto del mondo, tra i l 20 e il 40 si concretizza quello che sarà poi definito il periodo d'oro del romanzo poliziesco, dopo essere  rimasto in ombra per decenni, il giallo italiano ritrova nuova linfa grazie ai romanzi di Augusto De Angelis (1888-1944), creatore del commissario De Vincenzi della Squadra Mobile (Il banchiere assassinato, 1935).Il termine “giallo” che identifica questo genere letterario in verità trae origine dal colore che contrassegnava la collana specializzata italiana di genere, edita da Arnoldo Mondadori. In altri paesi si è parlato di “noir”, di ” roman policier” (Francia), di “detective novel”, ” mistery”, ” thriller”, ” suspense”, ” crime novels”, ” true novels” (paesi anglosassoni), “krime” (Germania)
Nella sua breve carriera, De Angelis  scrisse poco meno di una ventina di romanzi polizieschi, nei quali nella maggior parte è  appunto protagonista il commissario De Vincenzi,   un personaggio arguto ma molto umano, attraverso il quale l'autore si svincolò presto dai cliché dell'investigatore di stampo anglosassone, creando una sorta di Maigret italiano ante litteram.
Nonostante il buon successo dei suoi romanzi, tuttavia, De Angelis non poté goderne a lungo: la censura del regime fascista infatti impose il sequestro del romanzi noir nonché la chiusura della famosa collana dei gialli Mondadori, sia perché vedeva con sospetto il genere letterario noir cosiddetto d'élite, considerato come un prodotto della cultura anglo-sassone, sia perché, per motivi propagandistici e di ordine pubblico, tendeva a far scomparire il crimine dalle cronache e dalla letteratura.De Angelis ritenuto antifascista   patì le persecuzioni del regime tanto da morirne nel 1944.
Alcuni dei suoi scritti vennero pubblicati o ripubblicati postumi ad inizio degli anni sessanta, e da essi furono ricavate le serie televisive con taglio dello sceneggiato di stile teatrale-televisivo.
La prima serie articolata su tre storie ciascuna delle quali sviluppata in due episodi girati in bianco e nero, venne trasmessa nella prima serata della domenica sera fra il 24 marzo e il 9 aprile 1974, mentre la seconda serie - pure basata su tre diverse storie - andò in onda a partire dal 18 marzo 1977. Il ruolo di De Vincenzi fu affidato a Paolo Stoppa.


Le sceneggiature dei diversi episodi del seriale - ambientati, come i romanzi polizieschi da cui erano ricavati, nell'Italia degli anni trenta posta sotto il regime fascista - furono affidate ad un'équipe di autori specializzati in fiction di investigazione: Manlio Scarpelli, Bruno Di Geronimo, Paolo Barberio, Nino Palumbo.

Non ho disponibili in formato testo o simile alcuno dei gialli di De Angelis ma su you tube si trovano varie puntate andate in onda in Tv. 
Ecco il commissario De Vincenzi che, normalmente in forza alla squadra mobile di Milano, si trova a risolvere un delitto avvenuto a Cinecittà
 Vi auguro  una rilassante visione

un abbraccio a Tutti Bob








sabato 22 marzo 2014

fatevi i vostri n 547 "Il gatto e il padrone"

Di certo non credo che i gatti possano avere un padrone. Né,del resto, in questa novella, il cosidetto "padrone" vanta la proprietà del gatto. C'è in tutta la narrazione un gusto pittorico e un fotografare la realtà che mi fanno pensare a come Paolieri non abbia avuto il giusto posto negli scranni letterari d'allora e neppure d'ora.
Visto che l'audio vi è resultato gradito, finché posso, continuo a linkarlo.
Un abbraccio a tutti

Dante

la novella la ascoltate cliccando qui sopra


IL GATTO E IL PADRONE

Sotto la pergola di convolvoli e di pampani mescolati insieme bizzarramente, d'onde filtravano, sul terreno ghiaioso del giardinetto, vivi occhi solari in mezzo all'ombra celeste della giornata afosa, il «padrone», sonnecchiava sopra una vecchia sedia di giunco a spalliera.
Lo chiamavano il «padrone» di soprannome, forse perchè non era padrone di nulla, altro che di un gatto soriano, enorme, ormai anziano e non poco intignato.
Caso curioso, ma non infrequente, gatto e padrone si rassomigliavano.
Il gatto aveva nelle pupille grige tutta la fintaggine sorniona della sua razza, e il padrone aveva nelle iridi smorte degli occhi cinerei tutta la rassegnazione paziente di chi non ha mai fatto nulla, contentandosi d'aspettare la manna dal cielo.
E, naturalmente, l'aveva con quelli che lavoravano.
Parlava poco; ma se passava il medico, tutto trafelato, colla schiena rotta dai sussulti del barroccio d'un contadino, eccolo urlare: - Io, se fossi il padrone del pane, a quello, non gliene darei punto!
- O perchè? - gli chiedevano.
- Perchè è un vagabondo! Bella fatica!... andare a spasso tutto il giorno e far due segni, col lapis, sur un foglio di carta....
Dunque, il gatto e il padrone, si rassomigliavano.
Il padrone sonnecchiava sopra una vecchia sedia di giunco, a spalliera; il gatto dormiva in un'aiòla di giaggiòli.
Aveva stiacciato lo stelo di tre o quattro e così era riuscito a farsi un covo, d'onde, pigramente sdraiato con  tutt'e quattro le zampe intirizzite dalla beatitudine, seguiva i ghirigori fulminei che le rondini tracciavano nel lembo rettangolare d'aria turchina fra la gronda del tetto e il margine della pergola.
Nel silenzio dell'ora calda, afosa, era un gran ronzio d'api, di vespe e di calabroni.
Le campanule secche dei convolvoli pendevano all'ingiù come cose morte, i pampani avevano delle strane chiazze malate, di ruggine, in mezzo al verde e una lucertola smeraldina, arrampicata lungo un palo di sostegno, ansimava, sbattendo gli occhietti, come se fosse lì lì per scoppiare.
Ogni tanto di sopra, dalle persiane socchiuse, veniva il rantolo del tossicone dello zio moribondo.
Il medico, l'odiato medico, non ci si fermava nemmeno più.
Aveva detto la sua ultima parola, un parolone che faceva andare il sangue al capo del padrone quando si provava a ripeterlo, e così credeva esaurito il suo compito.
Invece d'esser contento perchè il medico non faceva più visite e il conto s'era fermato, il padrone s'arrabbiava perchè il dottore se la cavava con una parola latina, o quasi.
E cavava di tasca il foglio dove l'aveva scritta a lapis e la rileggeva, stentando.
- E...mi...ple...gia!
Tanto valeva che avesse detto «un accidente». Gli pigliasse anche a lui!
E ora quel sacco di panni sudici ansimava lassù, nella camera calda come un forno, facendosi ogni cosa sotto e stentando a morire.
- Quanto potrà campare? - aveva chiesto il padrone al medico, mentre se ne andava per l'ultima volta.
- E chi lo sa? un mese, un anno, due mesi, due anni.... ha avuto una paralisi dal lato sinistro, del resto è sano come e più di noi!
Il padrone faceva i conti; intanto aveva licenziato la vecchia Càtera.... Non si sa mai! e tirava a risparmiare anche il lesso per il brodo e le cucchiaiate del calmante.
Ogni mattina, levandosi, sperava che fosse l'ultima.
Scendeva col suo passo lento, d'uomo che non ha mai avuto preoccupazioni, la scala; andava in cucina, tirava l'acqua, metteva il paiolo a bollire, su poche frasche avanzate alla potatura, saliva in camera a veder che cosa ci fosse di nuovo, mutava il «toppone» al malato, aspettava che quello si appisolasse e ritornava giù, sotto la pergola, come il giorno innanzi.
Sotto la pergola tutto era uguale alla mattina prima, e il gatto, con un occhio attento ai voli delle rondini, pareva non si fosse mosso di lì.
Il gatto aspettava da sei mesi che una rondine cascasse giù, per mangiarsela.
Il padrone aspettava da sei mesi che lo zio morisse, per ereditare la casa, il campo, l'orto e seguitare a campare in quel modo, contentandosi di pochissimo, pur di non far niente.
Il contadino diceva: - Quando diventerete padrone davvero, di nome e di fatti?
- Quando a Dio piacerà! Io non ho furia.
Non aveva fretta, ma aspettava la morte, come il gatto aspettava la rondine, che cadesse al suolo.
La sera, quando l'ombra fasciava di silenzio la campagna e l'un'ora suonava mestamente dalla torre del borgo ricordando a chi si metteva a tavola di dire un requiem ai poveri defunti i quali, anche loro, esigono la loro cena spirituale, il padrone tendeva l'orecchio.
Ma nel silenzio rintronava uno scoppio di tosse, mentre dal nido sotto la gronda partiva l'ultimo cinguettio delle rondini che si accomodavano per dormire.
Allora, delusi, il padrone ed il gatto rientravano in casa.
Il padrone accendeva il lume a petrolio e, ritirato dal fuoco il tegame di zuppa rafferma, mangiava lentamente, coll'occhio atono fisso sulla parete bianca di faccia, buttando ogni tanto un pezzo di pane intinto alla bestia.
Poi spegneva il lume a petrolio e accendeva la candela.
Saliva la scala, entrava in camera del morituro; col gatto dietro.
Lo guardava dormire, rosso in viso, coll'occhio sinistro stravolto e la bocca torta, ma col respiro tranquillo.
Scrollava il capo e andava a letto.
Il gatto s'accomodava sulla pedana sfrangiata, mentre di fuori, appena spenta la luce, dalle imposte socchiuse entrava la melodia lontana dei grilli.
Venne l'autunno, rinfrescò, e una mattina il padrone tese invano l'orecchio agli scoppi di tosse dello zio.
Entrò in camera.
Era morto.... morto bene.
Buttò all'aria tutti i cassetti, voltandosi, ogni poco, a vedere se il morto avesse aperto l'occhio buono e lo guardasse; ma non trovò nulla.
Era morto intestato. Tanto meglio! Perchè l'unico parente, e il più stretto, era lui.
E dispose ogni cosa per il funerale; un funerale modesto. Carro di terza classe e lanternino dei poveri.
Ma, con sua grande sorpresa, verso il crepuscolo vide arrivare ghirlande di fiori, tutti i contadini coi torcetti, i mortuarii in cappa bianca e perfino la Misericordia, colla «banda» e in cappa nera....
Quelle disposizioni le aveva date la Càtera, lasciata erede con testamento depositato presso un regio notaio, di tutto, della casa, dell'orto e del campo!
Piovigginava.
Le luci rosse del trasporto si perdevano, come lucciole mostruose, dietro la siepe sull'orlo della quale spuntavano, invece, le stelle.
Il padrone seduto, sotto la pergola umida, sulla vecchia sedia di giunco, aveva l'aspetto d'un cencio inzuppato dall'acqua.
Il gatto, sulle quattro zampe, guardava su, verso il nido vuoto, d'onde le rondini erano partite.

giovedì 20 marzo 2014

fatevi i gatti vostri n 546 " un pezzo di sciarpa rosa"

Stavolta non vi presento uno dei miei lavoretti domestici, una ricetta o un riciclo casalingo.
Quella che vedete nella foto è un metro di sciarpa rosa, che ho appena realizzato.





Insieme a tantissime altre volontarie mi son presa l'impegno di costruire una sciarpa enorme.
Il messaggio che questa sciarpa manda è quello della prevenzione 

Il Comitato A.N.D.O.S onlus di Chioggia è il promotore dell'iniziativa. L' A.N.D.O.S. si è costituito l’otto marzo 1999, una data che non a caso è stata scelta da parte delle prime socie, con quella della festa della Donna.
Il nostro Comitato, che conta attualmente 80 socie, è nato per iniziativa di donne operate e curate per neoplasia della mammella che hanno sentito la necessità di condividere la propria esperienza con altre donne, ma anche di testimoniare, di aiutare, di informare, affinché nessuna si senta sola e spaventata di fronte alla malattia.

Per farsi conoscere meglio in città quest’anno l' ANDOS ha  invitato tutti/e a partecipare alla creazione della più grande sciarpa rosa mai realizzata in città. Una sciarpa, da realizzare entro fine marzo con tutti gomitoli rosa, che avvolga idealmente la città di Chioggia, ottenuta da tantissimi pezzi realizzati da mani abili o incerte, mani di donne o di uomini giovani, adulti o anziani.

In tante altre parti d' Italia si stanno confezionando sciarpe rosa

donne sempre unite nella solidarietà
un abbraccio a Tutte
Holly

martedì 18 marzo 2014

fatevi i gatti vostri n. 545 " un vero noir di fine secolo" libro & film

Prosegue il nostro percorso nella storia del giallo italiano e stavolta presentiamo quello che a pieno diritto a parer nostro viene definito il primo noir italiano.


Pubblicato a puntate nel 1887 e in volume nel 1888, "Il cappello del prete" èstato il romanzo più famoso di Emilio De Marchi, subito tradotto ancheall'estero. Ambientato a Napoli, narra le vicende del nobile squattrinatoCarlo Coriolano, barone di Santafusca che, ridotto alla rovina dai debiti digioco e da una vita oziosa e dissipata, uccide il ricco prete usuraio donCirillo per impossessarsi dei suoi soldi. Ma al suo "delitto perfetto" mancaun dettaglio chiave: l'occultamento del cappello del prete. Diventato unindizio pericoloso, il tricorno tormenterà il barone come una sorta diallucinazione ricorrente, fino ad arrivare, dopo una serie di peripezie,davanti al banco del tribunale per inchiodarlo alla sua colpa. Romanzooriginale, definibile un "giallo psicologico", "Il cappello del prete" restaancora oggi un esempio di letteratura d'intrattenimento di alto livello, incui De Marchi riprende la lezione della grande narrativa europea - daDostoevskij a Poe, da Manzoni al verismo - alternando con maestria il tonoleggero del bozzetto ottocentesco con il registro cupo del romanzo gotico.

Qui potete scaricare il libro

Nel 1943 Ferdinando Maria Poggioli girò un adattamento cinematografico Il cappello da prete. Il film si discosta notevolmente dal libro di De Marchi. Tanto per cominciare, probabilmente per questioni di censura, Don Cirillo non è un vero prete ma un seminarista che ha interrotto gli studi per motivi non meglio specificati [2]. La figura del Barone Carlo Coriolano di Santafusca, nel film, è trattata con una certa benevolenza: è un personaggio arrovellato e dolente vittima di se stesso. Nel libro invece è descritto come cialtrone spendaccione e cinico.

Oltre ad altri importanti particolari riguardo alla morte di Don Cirillo fondamentale è la modificia del finale, che vede il Barone esprimersi in una confessione in terza persona di stampo catartico ed autopunitivo, confessione a cui segue lo sprofondare nella follia sancito da una liberatoria risata. Finale concettualmente ben diverso da quello del libro. Bravissimo Roldano Lupi, che interpreta un allucinato e sofferente Barone di Santafusca; perfetto Luigi Almirante che incarna un Don Cirillo ambiguo e avido. Bravi anche i comprimari Luigi Pavese, Loris Gizzi e lo sfortunato Elio Marcuzzo. Il film uscì in prima proiezione pubblica il 10 novembre 1944 con il titolo Il cappello da prete. [fonte: Wikipedia]

qui sotto potete vedere la versione televisiva del 1970, con la regia di Sandro Bolchi
è suddivisa in tre sezioni

spero che il tutto sia di vostro gradimento (ingrandendo a tutto schermo la definizione del filmato resta molto buona)
Bobby