lunedì 26 ottobre 2020

1645 Lo scorpione fra Marte e Plutone

Oggi finisco 29 anni e come me il Tafano mio gemellotto paiotto. Entro in 30, speriamo d entracci tutta. Il mi segno è lo Scorpione che è dominato da due pianeti che sono Marte e Plutone. Il primo è il dio della guerra, che in questo caso indica la volontà mentale e calcolatrice del segno. È una forza non istintiva ma dettata dall’intelletto e sempre mirata verso uno scopo ben preciso. Allo stesso modo Plutone ne governa l’inconscio, la passione primordiale: non a caso è il dio dell’oltretomba, dell’oscurità.

Proprio grazie a questi due pianeti, i nati sotto il segno dello Scorpione amano dominare. Perseguono posizioni di potere e per raggiungerle possono anche utilizzare sottigliezze e inganni. Queste però, corrono il rischio di essere scambiate per metodi di sottomissione. La sessualità, intrinseca in questi due pianeti, rende lo il segno dello Scorpione pieno di charme, tanto da farlo risultare carico di attrattiva nei confronti di un eventuale partner.In pratica ho copiato sta roba sul segno solo pe queste due ultime righe ma sarà vera sta roba su segnì. Sarò piena di charme? Per ora so piena di brufoli sulla bazza che me li fa veni il portare sta mascherina tutto il giorno.

Baci

Zanza

Come musica di sottofondo ala mi festa  oggi mi voglio regalà quarcosa di bono e ce l' ho grazie a Murasaki che mi ha richiesto il filme d' oggi:  Let It be. Lo trovate in cineteca da subito,  commento di mymovies qui di seguito

IL FAMOSO CONCERTO 

DEI BEATLES SUL 
TETTO DELLA APPLE 
RECORDS.

Il film racconta il concerto di 40 minuti circa dei Beatles tenuto il 30 gennaio 1969 sul tetto del loro quartier generale, la Apple Records, al numero 3 di Savile Row, a Londra.
Il documentario mostra diversi filmati dei preparativi fino all'epilogo finale ovvero quando un gruppo di poliziotti londinesi, chiamato a reprimere i rumori e le grida dei numerosi fan raccolti attorno alla casa, invase il tetto per fermarli.
Il titolo del film è tratto dalla canzone omonima degli stessi Beatles, "Let It Be".
Il concerto fu l'ultimo dei Beatles che si sciolsero definitivamente nel 1970. 

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Documentario sui Beatles negli ultimi giorni del loro sodalizio e durante la preparazione di un album. Oscar per la colonna sonora. Si vivono alcuni momenti magici che fanno tornare indietro nel tempo e altri in cui si ha la netta sensazione che quel periodo d'oro non tornerà più.

domenica 25 ottobre 2020

fatevi i gatti vostri 1644 "La praticità dell' ingresi"

A dire il vero non ho mai pensato che la guida a destra le divisioni duodecimali l' oncia la yarda et similia rappresentassero la summa della praticità. Ma ieri mi sono dovuta ricrede. E' arivata al barre, ierisera, Marti, pei distratti ricordo che è da quest'estate la fidanzata di Bobby, dalla nascita invece è sorella dei Federica insieme alla quale forma il duo delle trombanti "Daria e Marina" artificio onomastico che si deve alla geniale inventiva di Don Luigi  che era anche zio der su babbo e che le nominò così per avere l' accoppiata "Tromba Daria e Tromba Marina". Entra dunque Marti, perché confidenzialmente la si chiama così, e guasi m' urla "Bobby viene via" 

"O di dove" la interrogo  io ancora incredula per quel che ho subito immaginato.

Allora lei mi spiega che con estrema lungimiranza l' amministrazione dell' università ha convocato molti docenti stranieri, tra i quali Bobby, offrendo loro la possibilità di prendere una sorta di congedo collaborativo per un periodo di tre mesi rinnovabile dietro accordo delle parti. Congedo collaborativo vorrebbe dire che al nostro Bobby permettono di andare a casa, gli danno metà stipendio fisso e gli pagano a gettone lo smart working che farà. 

Decisione da prendere prima che si arrivi all' inevitabili restrizioni che si ripercuoteranno anche su aeroporti e viaggi. 

Dato che Bobby al momento, proprio per la pandemia, ha pochissimo lavoro d'aula e molto invece di assistenza ai laureandi non ci ha pensato su troppo ed ha accettato. Ancora non si sa quando potrà partire ma non sarà una cosa distante nel tempo. Ora poi dovranno decidere se sarà Marti a chiudersi in casa con lui a Venezia o lui qui a Livorno da lei, ma in onniccaso potranno passare parecchio tempo insieme. Alché io le ho chiesto: "ma perché un vi sposate così un vi rompe le palle nessuno?" Ma Martina m'ha mandato n culo.


Bona Domenica a tutti


Il filme di oggi  è un film davvero cult che consiglio tutti di vedere

la recenzione (non mi scrivete che si scrive coll esse lo so dammé ma a Livorno sona meglio cola zeta) Lo troverete digià sistemato in cineteca solo da prendelo dalo scaffale e da attaccallo al televisore ar pc o al proiettore se vi piace fa come me che lo proietto sula tela.

    * * - - -
Locandina L'occhio selvaggio

Paolo (interpretato da un convincente Philippe Leroy)

è un cinico documentarista che si sposta da un

continente all'altro alla ricerca di scene sensazionali 

da filmare. Ogni qual volta non riesce a trovare nulla

di veramente eccezionale, non si fa scrupoli a 

deformare storie ordinarie o inventare ex novo eventi 

mai accaduti. Con L'occhio selvaggio, il bolognese 

Paolo Cavara (anche sceneggiatore insieme a Fabio 

Carpi e Ugo Pirro), confeziona un film critico

(e indirettamente autocritico) 

sul ruolo del documentarista. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, 

Cavara, ancora studente, si dilettava come operatore/documentarista 

subacqueo. Un'attività che svolgeva in modo impeccabile e che gli 

permise di girare il mondo al seguito di svariate spedizioni scientifiche.

 Ispirato al lavoro di Gualtiero Jacopetti, con cui lo stesso Cavara 

firmò le regie di lavori come Mondo Cane (1961) e La donna nel mondo 

(1963), L'occhio selvaggio è un film impreziosito dall'eccezionale 

caratterizzazione di un protagonista riuscito nella sua esplicita sgradevolezza.

sabato 24 ottobre 2020

fatevi i gatti vostri 1643 " Il ritorno del Gatto Felson"

IL Gatto Felson (al secolo Paul Newmann nei panni del giocatore di Biliardo Eddie Felson) caro a Balena che scrisse la prolusione al post su lo Spaccone, ritorna con questo film che a metà degli anni '80 è stato per gli appassionati del genere ciò che era stato Lo spaccone negli anni 60 o guasi....

Il babbo e il Ciampi hanno già le poltroncine pronte Riccardo e il Mosca han detto che arivano. Io ho allestito una saletta proiezioni all' interno della sala musica del bar Nado. Ricordate che circa 3 anni fa facemmo dei grandi lavori, tutti in economia e autarchia e creammo nel retrobottega e magazzino del bar una sala musica insonorizzata? Per lungo tempo fu l' arena delle nostre performances musicali invernali ora purtroppo langue allietata sporadicamente solo dal pianoforte di Dino e qualche volta dalla batteria del mi babbo. Manca la chiatarra basso del mi fratello Riccardo, il sax di Samatta, le trombe e tromboni dele trombanti e soprattutto manca l' armonica con dietrallei attaccato Dante. Dante si è ritirato pian piano quasi lo facesse in punta di piedi per non farcene accorgere, se lo chiami è presente, se lo inviti suona, insomma non si tira mai indietro come è suo carattere ma non c'è più stata una volta, dico una volta che abbia proposto qualcosa. Anche Dani mi conferma che è infaticabile e disponibile come sempre ma non appena ha un momento da solo si isola e lo trovi alla barca, al camper, a riparare una delle sue innumerevoli biciclette o macchine per scrivere o orologi. Non ha gran voglia di scrivere a meno che non lo si solleciti ripetutamente. Quando gli si chiede conto del cambiamento risponde che non è cambiato affatto è solo un po' meno disponibile alla socialità perché il tempo passa ed ha bisogno di riflettere e ragionare con sé stesso visto che questi son gli ultimi anni che ha a disposizione per far ciò. 

In fondo ha ragione, capisco questo bisogno ma la cosa mi mette tristezza perché oltretutto anche Dino è sempre più assente e ogni cosa bisogna digliela tre volte.

Samatta al bar viene quasi tutti i giorni ma non ha voglia di suonare. Lei viveva di viaggi magari anche a costo di far pari tra spese e incassi ma si muoveva accettava serate ed era un vulcano di idee. Il covid l' ha messa a zero coi soldi e nell' impossibilità di far la vita che le piace. Le trombanti invece son prese dalle pene d'amore. Daria continua a maledire George e a cercarlo poi appena lo vede litiga di nuovo prendendosela poi con se stessa e la propria stupidità.

 Marina è sulle nuvole lei è tutta presa dalla storia con Bobby ma sperava di poter andare a Londra mentre la situazione non glielo permette e anche Bobby rischia di rimanere bloccato. Così sta sempre attaccata ai messaggi del cellulare e quando chiude il cellulare viene a piangere sulla mia spalla.

In assenza di musica ho sistemato la saletta con qualche posizione a sedere uno schermo e un proiettorino da un centinaio di euri che mi ha voluto regalare Armando il babbo di Samatta. A vedere il filme viene anche lui. L' impianto audio è perfetto, s'addopra quello che si usava pe fa musica. Il filme forse ala televisione si vedrebbe anche con definizione migliore ma volete mette il fascino dela tela a confronto coi leddi?

Bon sabato da

Zanza


Il filme è bell e pronto in cineteca qui sotto ho messo una lunga e nteressante recenzione di Sentieri Selvaggi


Il colore dei soldi, di Martin Scorsese

Ancora oggi mi chiedo quali siano i requisiti per diventare un professionista o anche solo un artista hollywoodiano. Come si sopravvive al conflitto costante fra espressione personale e imperativi commerciali? Che prezzo si deve pagare per lavorare a Hollywood?  Martin Scorsese

Verde il colore del tappeto da biliardo, verde il colore dei soldi. Il film di Scorsese a metà degli anni ’80 spaccò letteralmente la critica e le accuse più ricorrenti furono quelle di opera “alimentare” fatta per compiacere le lobby del sistema dopo il fallimento di Re per una notte. Ma Il colore dei soldi non è una furba operazione di marketing, a 25 anni dal capolavoro di Rossen Lo spaccone, atta a tirare la volata a Paul Newman nei panni di Eddie Felson (l’attore vinse finalmente il suo Oscar nel 1987 come migliore attore protagonista). Anche se lo stesso Scorsese prese le distanze, dichiarando di avere girato molto velocemente su soggetto (il libro The Color of Money di Walter Tevis) e sceneggiatura (Richard Price) altrui, l’opera è un lucido compendio dell’atmosfera degli anni ’80 fatta di ambivalenze e contraddizioni, di vecchio e nuovo che si mescolano fino a invertire i ruoli.

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il colore dei soldi paul newmanDa una parte l’esibizione del successo, l’ottimismo del desiderio, l’avidità come motore delle esistenze, la sessualità disinibita; dall’altra una certa stanchezza senile, la disillusione dietro il fuoco d’artificio dei sogni, la consapevolezza dell’importanza della fortuna nei destini umani, la faccia triste dell’America che dietro le manifestazioni muscolari nasconde una progressiva fragilità identitaria. Eddie Felson/Paul Newman rivede sé stesso da giovane incontrando il borioso Vincent Lauria (Tom Cruise) e la fidanzata Carmen (Mary Elizabeth Mastrantonio): tutta la prima parte del film si sviluppa attraverso l’alleanza tra Eddie e Carmen in maniera tale che il talento sportivo di Vincent si accoppi a furbizia e spirito imprenditoriale. E, attraverso la metafora del biliardo, si potrebbe traslare il discorso di Scorsese sul vecchio attore che insegna al giovane emergente i trucchi e i segreti del mestiere: basso profilo, falsa modestia, effetto sorpresa, capacità di osservazione e interpretazione delle mosse umane. Ma il triangolo amoroso si spezza quando Eddie si trasforma in Vincent e Vincent comincia a comportarsi come Eddie in un processo di maturazione che procede per rette inversamente parallele. Eddie ci prende talmente gusto che afferra la sua Balabushka e si tuffa nell’agone sportivo riassaporando sapori e odori delle vecchie sale da biliardo.

il colore dei soldi tom cruise mary elizabeth mastrantonioTutto il segreto del film è qui. Non è una parabola di redenzione come per il Jack La Motta di Toro scatenato, né il percorso decadente dell’ alienato Travis Bickle di Taxi Driver: Eddie e Vincent sono la stessa persona in diverse fasi della vita, specchio fedelissimo di un decennio che proprio mentre esibisce i suoi attributi si accorge intimamente del crollo dei propri ideali. La scena esemplificativa è quella di Eddie che ritornato a giocare a biliardo incontra il grasso Amos (Forest Whitaker) che assomiglia al classico pollo da spennare: ma l’apparenza inganna è il truffato sarà proprio il povero Eddie che commette lo stesso peccato di superbia di Vincent.

Memorabile lo scontro dei tre protagonisti sulle scale con un continuo scambio delle posizioni di dominanza: il passaggio di buste di soldi di mano in mano sembra un patetico atto di ignavia. L’abilità registica di Scorsese fa si che anche partite lente e noiose vengano vivacizzate da panoramiche a schiaffo, grandangoli, velocissime carrellate, riflessi rivelatori su una palla scura. La musica riflette la doppia anima del film: da un lato la pop music anni ’80 (Phil Collins e Robert Palmer su tutti), dall’altro il sound vellutato di Gil Evans, Eric Clapton e Mark Knopfler, fino al Va’ Pensiero di Verdi nella metaforica scena della prova delle nuove lenti da presbite.

Scorsese dice di essersi ispirato a Il sorpasso. Il colore dei soldi in realtà sembra più un resoconto di un America senza più punti di riferimento che per auri sacra fames è disposta a vendersi l’anima e tentare la fortuna. Del film di Risi manca la satira politica e la conclusione tragica: Scorsese propone invece un finale aperto in cui il protagonista è pronto a tornare in gioco con la solida certezza di Arthur Bloch: nessuna pianificazione, per quanto attenta, potrà mai sostituire una bella botta di culo.

Titolo originale: The Color of Money

Regia: Martin Scorsese

Interpreti: Paul Newman, Tom Cruise, Mary Elizabeth Mastrantonio, Forest Whitaker

Durata: 117′

Origine: Usa 1986

Genere: drammatico

venerdì 23 ottobre 2020

fatevi i gatti vostri n. 1642 "voglia di nonnesimo"

Eccoci al venerdì!  Un' altra settimana si avvia alla fine e siamo tutti qui a guardare quale sarà l' evoluzione del covidde. Una speranza di ripresa commerciale del bar è da scordarsela. Per fortuna i muri sono nostri ma le gabelle su diecimila voci inerenti la vita di un esercizio pubblico ci sono. Il mi babbo, da dicembre prossimo, avrà la pensione e la mamma forse a marzo. Lavorano ambedue da na vita. Lui da 53 anni lei da 45. Io e Riccardo, il tafano, che siamo gemelli paiotti (un maschio e na femmina è ovvio che non possano essere omozigoti) siamo nati quando i nostri genitori erano grandicelli. Si fa per dire. la mamma aveva 32 anni e Ampelio 37. In quell' epoca l' età per fare figli si era digià belle alzata rispetto alle generazioni precedenti. Il Mosca arrivò 4 anni dopo. Secondo la mi mamma che è presa dalla vogliia di nonnesimo, da non confonde cor bieco nonnismo, sarebbe ora che anche Riccardo e Valentina pensassero a fagli un nipotino prima che lei sia troppo vecchia pe godesselo. Quanto a me scuote r capo e dice: "te costì ho sbagliato a farti sta da piccina sulle ginocchia di Dino e Dante, farai la stessa fine di lorolì". Quando attacca con questa solfa mi tedia da morì ma oramai mi si abituata. Il filme di ieri non saprei dire fino a che punto mi sia piaciuto e fino a che punto no. Nel complesso la storia era bella ma trattata con occhio maschile. Ovvio che quando c'è la passione che essa  sia omo o eteroda vita a congiungimenti a bollore e si fanno e s' accettano situazioni che in altri momenti non ci passano nemmeno pella testa. Restano però cose intime che appena le metti in vetrina doventano stantìe e almeno a me non destano più grandi interessi. Voglio dì che il filme anche se loro due lì avessero chiuso l' uscio di camera prima di leccarsi la topa avrebbe retto  lo stesso. Comunque sono più o meno d'accordo cogli altri lettori: bella storia, film discreto, nulla di più. Oggi invece un filme particolare che ho faticato a trovare: l' omo che non c'era. Il commento è di mymovies il filme lo trovate digià in cineteca.
Bona giornata 
 Zanza




UNA SCENEGGIATURA EGREGIA PER IL NOIR SECONDO I COEN.
Recensione di Giancarlo Zappoli

Siamo nel 1949 a Santa Rosa in California. Ed Crane è barbiere triste, senza nessuna prospettiva. Sospetta che la moglie Doris abbia una relazione. Per reagire in qualche modo decide di investire denaro nel nuovo business del lavaggio a secco. Estorce quindi la somma di 10.000 dollari all'amico Dave, che poi è l'amante della moglie e, in un raptus, lo uccide. La moglie è l'indiziata numero uno, e il barbiere si trova in una situazione senza uscita. Anzi l'uscita, alla fine c'è: la peggiore. I fratelli Coen tornano, dopo Fratello, dove sei?,con un film altrettanto importante ma meno accattivante per il pubblico. Una sceneggiatura egregia che avrebbe meritato un Oscar. Rigorosi, attraverso un umorismo sottile e uno splendido bianco e nero, confermano la passione per il cinema noir. La provincia, le manie dell'epoca, il razzismo, il racket del gioco, tutto è rappresentato ad arte. Grande interpretazione di Thornton qui alla sua prova di maturità. Sempre efficaci James Gandolfini e la moglie del regista, Frances McDormand (Oscar per Fargo). 

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Per uscire dalla mediocrità e cambiare mestiere, il barbiere Ed Crane progetta di procurarsi diecimila dollari ricattando con una lettera anonima l'amante di sua moglie. Il suo piano innesca una serie di effetti imprevisti e letali. Personaggi, atmosfere, rimandi criptici, fotografia (girato a colori e stampato in BN con un prezioso chiaroscuro di Roger Deakins) fanno del 9° film dei fratelli Coen un noir e un omaggio al noir. È, però, qualcosa di più, a partire dall'elegante, silenzioso, tabagista e moralmente squallido protagonista (Thornton capace di essere passivo senza scomparire) che si propone di essere qualcuno e di continuare a non esserci per gli altri, invisibile e insospettabile. Il nesso col principio di indeterminazione del fisico Heisenberg, citato dall'avvocato difensore, è evidente. Imperniato su un personaggio insignificante, è un film ricco di significati. Qualche ingorgo nell'ultima parte dai molti finali. Premio della regia a Cannes 2001.


giovedì 22 ottobre 2020

Fatevi i gatti vostri n 1641 " Adele aveva un gran bel par di mele "

"Dammi un' ideina pel titolo Dino, ho la testa confusa stamattina" chiedo ar Ciampi che appena sveglio contempla l' affondamento d' un pezzo di brioscia in un cappuccino invecchiato coll' ovvio resultato che il liquido sorte di fori e mi strogola tutto r tavolino. Ir cappuccino invecchiato si fa co un caffè doppio un po' di latte senza schiuma e una mezza dose di Vecchia Romagna, tanto pe scardà le budella.

La testa confusa l' avevi nche iermattina o che ha' risognato l' omini sfocati che un ti riusciva di vedenni l' uccello nche stamattina?

"Ma va mpo nculo te e l' omini sfocati aiutami cor titolo dai"

"Boia dé mi pigli coll' occhi ncora chiusi Zanzina 'ome si chiama ir firme"

"Ir firme si chiama la vita di Adèle e parla del lesbismo"

"Velle meritano ir paradiso te lo dico io s'eliminano a due per volta e ci levano sta fatica ncredibile di dovelle trombà noi, che siano benedette".

"r titolo Dino"

"Adèele....pensa....Adèele.....Lo dice come noi livornesi cola "e" apertissima e strascicata guasi come na nota cor punto accanto sur pentagramma....beve un sorso di cappuccino sgocciolandoselo sula bazza. 

" Adèelee... ci sò! Adèle aveva un gran bel par di mele!". Da cui il titolo.

A proposito  un vi permangan  dubbi e visto che il gugolle trasleto livornese>italiano ancora un c'è, sappiate che  a Livorno 2 mele formano un culo quindi mela equivalente di chiappa. Ora se Adele avesse sto stianto di ulo un lo so perché il firme un l' ho visto ma come avete constatato ho chiesto un titoluccio al Ciampi ed è sortito questo.

E lo sapevo io che ala fine mi toccava a me la patata bollente nele mani!

Dunque accingiamoci a presentare questo filmone o filmaccio che dir si voglia perché i pareri sono assai discordi. Ovviamente non ci voglio mette bocca a livello personale, ce la mettano di già le protagoniste proprio indove un si penserebbe si debba vedé in filmi destinati alle sale normali. Non è che comunque la cosa mi scandalizzi anzi mi incuriosice e lo guardo volentieri poi magari dirò la mia dopo avello guardato

E' in cineteca da subito. My movies, dal quale traggo la recensione di Marzia Gandolfi e il commento de Il Morandini, lo elesse my movies masterpiece 2013.

Alla fine, dopo il Morandini ho riportato anche varie interviste alle attrici, tutta roba che ho trovato in rete e della quale ignoro l' attendibilità quindi da prendere cum grano salis.

Bona Giornata da

Zanza


2013




IL REGISTA TUNISINO RACCONTA 
UNA STAGIONE D'AMORE 
DOLOROSA, SENZA PSICOLOGISMI 
E CON  UNA CARNALITÀ 
PRIVA DI MORBOSITÀ.
Recensione di Marzia Gandolfi
domenica 26 maggio 2013

Adèle ha quindici anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l'amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall'adolescenza e verso l'insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo.
Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, maître dei sentimenti nella società francese del diciottesimo secolo, spiando il cuore della 'petites gens' dove si nasconde l'amore. L'amore che il suo cinema come la letteratura dello scrittore fa uscire allo scoperto, segnato da un movimento della parola e da una naturalezza di espressione che incanta. Sul romanzo "La Vie de Marianne" apre La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Eludendo il compiacimento dell'esibizione, il regista tunisino racconta una stagione d'amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del film due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro, che esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza. L'abilità dell'autore a dirigere gli attori, già osservata nei lavori precedenti (La schivataCous cousVenere Nera), produce periodi di pura bellezza come in occasione della lunghissima scena dell'amplesso, delle cene di presentazione e delle letture scolastiche. Con un movimento dall'esterno verso l'interno, Kechiche realizza un film che quanto più si distende nel tempo (quello diegetico e quello effettuale), tanto più si stringe nello spazio di una camera, di un'aula, di una cucina, placandosi nel ritmo e dentro un'appassionata ricerca di interiorità. La galleria di reincarnazioni dell'eterno femminino dopo la danzatrice del ventre di Cous cous e la 'schiava assoluta' di Venere Nera si arricchisce di un'altra figura, questa volta divorata dall'eros, spregiudicata, libera e bellissima. Adèle Exarchopoulos è l'Adèle del titolo, colta nell'incandescenza di un sentimento fervidissimo e totalizzante per Emma e congedata con una raggiunta consapevolezza. Dentro un abito blu, 'preso in prestito' dalla bande dessinée di Julie Maroh ("Le Bleu est une couleur chaude"), la protagonista comprenderà di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere, preferendo le lacrime (tante lacrime) e lo struggente languore all'innaturale rimozione. E la bellezza di La vita di Adele nasce proprio nei momenti di frattura, chiavi per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice. Come nei romanzi, tutti francesi, che divora da studentessa e poi da insegnante, Adèle si cerca nel fondo del proprio amore, sopportando una solitudine che ha imparato a curare. Alla maniera di Antoine Doinel, la protagonista di Kechiche è iniziata alla vita adulta nel tempo di due capitoli, che la formano e la rimandano a una nuova avventura esistenziale, dopo averne determinato il sé sociale ed emotivo con tenace aspirazione. 'Ricomposto' il corpo freak di Saartjie Baartman, su cui si fissava il potenziale oppressivo dello sguardo, il regista 'assedia' quello vitalistico di Adèle, a cui corrisponde quello impressionista e languido di Léa Seydoux, magnifica ossessione che la introduce alla 'belle arti', all'arte amatoria e alla celebrazione dell'energia del corpo. i

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Adele sta per finire la scuola, diventerà maestra d'asilo. Incontra Emma, ragazza dai capelli blu, e ne rimane folgorata. La cerca, la trova, e scopre così di essere lesbica e innamorata. Vanno a vivere insieme, ma Adele rimane insicura, compie degli errori per gelosia e il rapporto si incrina. Pur essendo stato insignito della Palma d'oro al Festival di Cannes, il film è stato anche criticato per il compiacimento, spesso gratuito, con cui il regista ha mostrato il corpo nudo femminile (opinione condivisa anche da Julie Maroh, autrice del fumetto da cui il film è tratto). È comunque un'intensa storia d'amore con le contraddizioni e i problemi di qualsiasi rapporto sentimentale costretto a confrontarsi con culture e mondi diversi che entrano in contatto facendo scoccare scintille di passione ma anche frizioni discutibili. Distribuito da Lucky Red.

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Varie interviste sul tema 

Premiato con la Palma d'oro a Cannes 2013, La vita di Adele ha colpito al cuore gli spettatori e ha fatto scandalo per le lunghe e realistiche scene di sesso.


Quando è uscito nel 2013, La vita di Adele (La vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2) è stato un vero e proprio caso. La pellicola, liberamente ispirata alla graphic novel Il blu è un colore caldo (Le bleu est une couleur chaude) di Julie Maroh, ha portato sullo schermo un'appassionata e drammatica storia d'amore lesbica, raccontando la scoperta e la presa di coscienza della propria sessualità da parte dell'adolescente Adele e il suo rapporto travolgente, totalizzante e tumultuoso con la pittrice Emma.


Abdellatif Kechiche ha disegnato un ritratto potente e ferocemente realistico dei sentimenti, delle emozioni e della fisicità di una relazione tra due amanti, filmando lunghe ed esplicite scene di sesso che hanno fatto scandalo e hanno contribuito a creare un alone leggendario intorno al film.


L'esperienza ha messo a dura prova le due protagoniste, la giovane e pressoché esordiente Adèle Exarchopoulos e la poco più navigata collega, Léa Seydoux, che non hanno nascosto di avere incontrato diverse difficoltà sul set e con il regista.


D'altra parte, La vita di Adele ha conquistato la giuria della 66esima edizione del Festival di Cannes (presieduta da Steven Spielberg), che per la prima volta nella storia del manifestazione ha attribuito la Palma d'oro per il Miglior film non solo al regista della pellicola, ma anche alle sue interpreti.


Ma quali sono i retroscena e le curiosità sulle controverse sequenze che mostrano Adele ed Emma in intimità?


Realtà e finzione

Ne La vita di Adele, le scene di sesso tra le due amanti non lasciano nulla all'immaginazione, mostrando senza veli i corpi di Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux. Tuttavia, le attrici hanno chiarito che non hanno recitato realmente nude. In un'intervista a The Daily Beast, Léa ha spiegato che durante le sequenze degli amplessi indossavano delle protesi sui genitali:


Avevamo delle vagine finte, che riproducevano in silicone le nostre. Era strano indossare una protesi della nostra vagina sulla nostra vera vagina.



Ma la dichiarazione non è bastata a spegnere il brusio morboso sulla pellicola. La straordinaria performance delle due giovani attrici ha alimentato la leggenda che abbiano davvero consumato dei rapporti intimi davanti alle telecamere. Una teoria che Adèle ha smontato su GQ, affermando che tutte le scene di sesso sono state simulate:


So che tutti vogliono chiedermi: '[Tu e Léa, n.d.r.] avete davvero s******?'. Quando muori in un film, non muori realmente.


Imbarazzo e amicizia

Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux si sono incontrate solo una volta precedentemente all'inizio delle riprese e la loro prima scena insieme è stata quella in cui Adele sogna di avere un rapporto intimo con la (ancora) sconosciuta Emma. Una circostanza che ha creato non poco imbarazzo all'attrice francese di origini greche. In una intervista a The Independent, la giovane ha raccontato che la situazione le ha provocato un incontrollato accesso di risa:


La prima volta che abbiamo girato una scena di sesso insieme, non riuscivo a fare altro che ridere. Dovevo masturbarmi pensando a [Léa/Emma, n.d.r.] e quando ho aperto gli occhi e l'ho vista abbiamo riso un sacco. Eravamo in imbarazzo.



Con il passare dei giorni, le due attrici sono entrate in confidenza e hanno costruito un legame molto forte tra loro, ma la difficoltà di girare nude e simulare atti sessuali è rimasta.


Il disagio non le ha abbandonate neppure quando si sono riviste sullo schermo a Cannes, soprattutto perché con loro c'erano le rispettive famiglie. Parlando con The Daily Beast, Adéle ha raccontato che ha provato a estraniarsi dal contesto, ma che non ce l'ha fatta:


In sala c'erano i nostri familiari e durante le scene di sesso chiudevo gli occhi. [Abdellatif Kechiche, n.d.r.] mi ha detto di immaginare che non fossi io, ma ero io. Così, non guardavo e pensavo di essere su un'isola lontana. Ma non potevo fare a meno di ascoltare e non sono riuscita a scappare.


Perfezionismo e controversie

Nelle varie interviste rilasciate dopo l'uscita del film, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux hanno dichiarato di avere incontrato molte difficoltà a lavorare con Abdellatif Kechiche per il perfezionismo e la ricerca di realismo quasi maniacali del regista.


Parlando con Collider, la Bond girl di Spectre ha raccontato che c'era un'atmosfera difficile durante le scene di sesso, perché il filmmaker girava con 3 e a volte anche 4 telecamere e loro erano letteralmente circondate dagli obiettivi e dai tecnici. Inoltre, le riprese di una stessa sequenza duravano giorni e giorni.


Adèle ha raccontato a The Daily Beast che Kechiche ha portato lei e la sua co-protagonista al limite estremo tra realtà e finzione e probabilmente le ha spinte anche oltre:


Ci ha avvisato che dovevamo avere fiducia in lui - cieca fiducia - e dare molto, moltissimo di noi. [...] Ma quando abbiamo iniziato a girare, ho capito che voleva davvero che dessimo tutto. La maggior parte delle persone non si osa neppure di chiedere le cose che lui ci ha chiesto e ha molto più rispetto. [Di solito, n.d.r.] durante le scene di sesso, vieni rassicurato. E le sequenze sono coreografate, cosa che desessualizza l'atto.


Léa ha rincarato la dose, sottolineando che il regista aveva il pieno potere su di loro e che in alcuni momenti si è sentita violata:


A volte era umiliante, mi sentivo una prostituta. [Abdellatif Kechiche, n.d.r.] girava con 3 telecamere e quando devi fingere un orgasmo per 6 ore... non posso dire che non sia stato niente. Ma per me è più difficile mostrare i miei sentimenti che il mio corpo.


Le dichiarazioni della giovane attrice hanno provocato una veemente reazione da parte del regista, che in una lunga lettera aperta pubblicata da Rue89 l'ha accusata di essere "una bambina arrogante e viziata" e di avere "cambiato radicalmente atteggiamento" nei suoi confronti dopo averlo ringraziato "in privato e in pubblico" per il "nobile ruolo" che le ha permesso di interpretare:


[Léa Seydoux, n.d.r.] ha descritto le riprese come un orrore e ha lasciato intendere che io sarei un sadico e perverso manipolatore, che avrei fatto girare a due giovani attrici scene di sesso completamente nude per 10 giorni di fila, che le avrei obbligate a litigare fino a che è iniziato a scorrere il sangue [in riferimento a un incidente sul set in cui Adèle si è tagliata una mano. n.d.r.] e a lavorare 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 per 6 mesi, che le avrei umiliate, violate e violentate psicologicamente, se non altro, per ottenere il risultato che gli spettatori vedono oggi sullo schermo.



La diatriba tra i due è andata avanti a lungo, con tanto di querela (vera o presunta) da parte del filmmaker nei confronti della giovane attrice. Ma le accuse di Léa non sono state le uniche dalle quali Kechiche ha dovuto difendersi. Sempre nella lettera aperta a Rue89, il regista ha attaccato duramente il quotidiano Le Monde, che lo ha accusato di molestie, straordinari non retribuiti e violazioni delle leggi sul lavoro nei confronti della crew impegnata nella realizzazione de La vita di Adele.


All'apice della polemica, Kechiche è arrivato a dichiarare alla rivista francese Télérama che il film non avrebbe dovuto uscire:


Per quanto mi riguarda, La vita di Adele non dovrebbe arrivare in sala, c'è stato troppo fango. La Palma d'oro non è stato che un breve istante di felicità. Dopo mi sono sentito umiliato e disonorato, ho percepito un rifiuto della mia persona, che vivo come una maledizione.


Sguardo maschile e polemiche

Le scene di sesso esplicito de La vita di Adele sono state (inevitabilmente) il centro della maggior parte dei dibattiti sul film. Le lunghe sequenze che mostrano le due protagoniste immerse nella ricerca del piacere hanno scioccato e diviso il pubblico e gli addetti ai lavori, raccogliendo pareri positivi ma anche osservazioni negative. In particolare, i detrattori hanno accusato il film di avere uno sguardo maschile e hanno riscontrato nella regia di Abdellatif Kechiche una visione patriarcale.



Tale critica è stata espressa anche dall'autrice della graphic novel alla quale la pellicola è liberamente ispirata, Julie Maroh. In una dichiarazione ripresa da diversi giornali, tra cui il New York Times, la scrittrice ha criticato l'adattamento della sua opera realizzato da Kechiche per quanto concerne la rappresentazione della sfera sessuale:

A me sembra che sul set mancasse una cosa: le lesbiche. Fatta eccezione per alcune sequenze, questo è quello che penso: è stata una rappresentazione brutale e chirurgica, esagerata e fredda, del cosiddetto sesso lesbico, che è diventato pornografia e mi ha fatto sentire molto a disagio.

Ma nonostante le difficoltà, il dolore, la fatica e le polemiche che hanno accompagnato la realizzazione e l'uscita del film, una cosa è innegabile: La vita di Adele è una storia d'amore bellissima e struggente e un racconto di formazione di grande realismo e potenza.