domenica 20 aprile 2025

fatevi i gatti vostri 2094 "La storia apocrifa dela Pasqua " (raccontata da Dante nel lontano 2001)

BONA PASQUA 2025 

A TUTTI I NOSTRI LETTORI 




Ci fu dunque un tempo in cui la magia era assai diffusa tra gli uomini. 

Funzionava né più né meno come ora, filtri, pozioni e nvocazioni per ottenere che una situazione attuale non gradita a chi si rivolgeva alla magia cambiasse. 

A seconda dell'incrinazione d'animo der postulante si potevano avé risoluzioni vorte ar bene o ala malvagità. 

Cosi una che il marito un la trombava più, poteva, presempio, chiede ar mago o ala strega di turno di fagli tornà n uccello come l'aveva prima. Anzi, ove possibile, d'allungaglielo e ingrossaglielo un poinino.  Difatti a sentì leilì, coll'anni, e gli s'era smosciata la topa  da sembrà  du etti di ciccia prossima ad andàmmale. Questa era una richiesta a fin di bene. 

Qualcuna più nfame chiedeva nvece di fa stiantà tutte quelle troie che si facevan trombà dar su marito. Questa, come facilmente capirete, era finalizzata ar male. 

Ora, tra tutti i maghi der mondo, i piu famosi eran quelli del medio oriente e tra questi ce n era uno che stava facendo na carriera che pareva quella der nostro  Sinnere  nel tennisse. 

Aveva prenciapito cor mutà l'acqua n vino e poi da n acciuga e n panino aveva fatto na mortipricazione tale da facci sbuzzà di cibo tutti i su seguaci ed anche altri astanti. Guasi al culmine dela carriera aveva fatto rizzà di terra un paralitico. In quell'occasione le solite donne, co problemi coniugali, s'eran buttate a su piedi. L'avevan pregato di fa rizzà anche l'uccelli de loro mariti. Lui aveva risposto cortesemente, affermando di non èsse ghei e di un potelle accontentà. Aveva  comunque suggerito, confidenzialmente, che a vestissi un po' più da budelli e aiutandosi cole mani e cola lingua ci potevan provà anche da sole. A quelle che nvece r marito un le caava propio suggeriva di provare cor una parabola analogica di sto tipo da enunciare al marito riluttante: 

"La topa caro fava / è come la lumaca/ se si tocca fa la bava/ ma se uno non la caca/ gli fa subito le corna/  e ala fine l conto torna" 

(l'ho scritta n'italiano perché pare che Gesù la c la pronunciasse bene.

Come rota di scorta pe n'eventuale bisogna, s'era tra l'altro proposto loro Giuda dicendo: "Pe na vil moneta da un danaro, o donne, vi trombo io. Per du monete vi unto e v'apro anche l'uscio di servizio. V'assicuro che quando ci so vaini (soldi) in ballo Giuda ne tira fori dele belle". E difatti di lì a poco un si sarebbe smentito.

Fin qui tutto pareva procedere abbastanza regolarmente. C'era chi ar nostro  lo pigliava pe matto e chi gli andava dietro.

Quando però il  miracolatore, che avrete capito ormai rispondeva ar nome di Gesù, fece risuscità un morto, la notizia arivò anche ai capoccioni ebrei. Lorolì fecero subito conziglio e si dissero "sto rompicoglioni mette in discussione ir nostro potere. L'antenato di Netagnau sintetizzò: "Allora bisogna levasselo dale palle e ala sverta". Gesù venne arrestato pr iniziativa dei sommi sacerdoti e del Sinedrio, i quali pagarono Giuda perché lo tradisse. Dopo l'arresto, Gesù fu condotto prima da Anna e poi da Caifa che era r su genero e gli era succeduto nela carica di Sommo Sacerdote. Non potendo il sommo sacerdote ed il Sinedrio comminare la pena di morte, essi chiesero quindi al governatore romano Ponzio Pilato di condannare a morte il prigioniero. Non fu propio agevole convince Ponzio che quer poveraccio  era un agitatore. Ancora dovevan passa secoli prima che Benito usasse la medesima soluzione co Giacomo e senza dové cità Benito e Matteotti e a luilì  st' eliminazione di stato un gli sconfinferava troppo.  Ci penzò un poino  In fondo un gli pareva un cattivo diavolo e  aveva persino detto: "date Cesare quello che è di Cesare", lo stesso che diceva lui da sempre facendo na piccola cresta su quer che era di Cesare. Quello poi  che era di quel tal Dio, citato dal predicatore, lui un lo sapeva e comunque si trattava di quarcosa d'astratto  per cui non rompeva affatto i coglioni ale finanze di Roma. L'ebrei perà erano tanti, guadagnavano perfino sul salto dele pulci e versavan tributi ingenti nele su casse quindi un si potevano scontentà.

Ala fine gli vienze n' idea  che pareva l'avesse penzata un ministro dela giustizia d'oggigiorno.

Fece riunì tutti i ladri di Gerusalemme, tutti i ricettatori e i più nfami esseri del circondario, ricattatori, sfruttatori di prostitute, ruffiani in genere e per ciliegina sula torta vi convocò anche  tutti i maghi e sedicenti maghi co tutti i loro seguaci che ovviamente a Gesù un lo potevan sopportà. La folla un entrava nemmeno nela piazza sotto la su finestra ma era assai facile prevedenne le  ntenzioni di voto. Così quando Ponzio chiese: " Volete libero Gesù o Barabba?" guasi nessuno tranne i maghi invidiosi di lui sapeva chi fosse Gesu. Tutti nvece riconoscevano Barabba per esse uno di loro e all'unisono ne urlarono il nome spedendo Gesù direttamente n croce. Qui le testimonianze nciampicano nell'argomentare. A rigor di logica un grande mago si sarebbe smaterializzato  lasciando la croce n terra  e li sgherri romani cor un palmo di naso. Ma. come s'arrabattano a dì l'evangelisti, Gesù un poteva andà nculo ar mondo a quella maniera. Doveva morì in croce sacrificandosi pe l'umanità e lasciando ad essa il messaggio che uno bono come lui moriva pe lavare i peccati di tante merde come loro. Come se esistesse la minima prova che na merda si possa scioglie pe senzo di corpa. Ala fine come in un firme fatto dall'americani, indove dopo drammi incredibili, tutto fenisce bene, Gesù morì n croce. Dopo tre giorni, tuttavia, il sepolcro fu trovato voto perché ntervenne il babbo che ra un mago anche più grande di lui, anzi un mago immenzo dato che tutto quello che c'era sula terra e anche oltre, lo aveva creato lui. E aveva fatto r tutto n una sola settimana facendocisi anche entrà la domenica festiva. Nzomma il babbo lo resuscitò, lo messe a sedé ala su destra ammonendolo: "Occhio bimbo che co quelli laggiù un ci si pole scherzà. Io me l'ero digià levati dale palle na vorta, quando lui cacò a piedi dell'albero dela conoscenza e lei la trovo l'arcangelo cor un serpe nfilato nela topa.  ste du du caate. Stavorta hai voluto fa di testa tua e passi ma n'altra volta in croce ti ci lascio quant'è vero Iddio.  E siccome Iddio era lui e s'era autocertificato, Gesù capì e  da dumila anni s'è guardato bene dal ritornacci n terra. Guasi pe contrappasso alla marvagità dell'omini avvenne che Pietro, il primo de su discepoli fondasse la chiesa di Roma, che la chiesa formasse i su preti e che da allora chiesa e preti abbian seguitato a pigliacci tutti pel culo nella migliore tradizione evangelica.


Racconto fatto da Dante al Bar Nado nell'ormai lontano 2001. La mi mamma, sempre senzibile a queste novelle ebbe la bona sorte di registrallo e coll'aiuto del Ciampi e qualche correzione stilistica lo ripropongo, in occasione di questa Pasqua 2025, augurandovi di stare bene, sereni e di mangià questo e tantissimi altri ovi di cioccolato.


Dato che s'è parlato di magie mi pare opportuno corredare il poste odierno cola presentazione di un libro importantissimo su di essa. Da sempre fa bella mostra di sé nela biblioteca di Esserino. Quando gli fa voglia d'arzassi dall'erba del prato eternissimo, Balena entra in biblio, pronuncia le conzuete minacce all'amato fratello, poi monta senza sforzo sulo scaffale. Del resto  è il primo in basso il palchetto dove il libro, assai massiccio, è poggiato orizzontalmente. Il micione tigrato ci si sdraia sopra e  dorme sperando che in sogno gli appaia  la formula per produrre tonno con sorcio e possibilmente pe moltiplicallo.

Di novo auguri da

Zanza e da tutti i redattori del blogghe.


Una eccezionale raccolta di istruzioni pratiche le quali, se studiate ed eseguite con ogni attenzione, porteranno alla immancabile realizzazione dell’aspirante adepto. Si tratta di una selezione logica e coordinata degli insegnamenti dati dalle più grandi e profonde scuole iniziatiche. Di questa straordinaria sapienza partecipano le fondamentali nozioni della scienza magica ed esoterica: dalla cabala allo yoga, dagli insegnamenti massonici e rosacroce a quelli della Golden Dawn e di altre importanti sette segrete. L’Autore ha raccolto e disposto i vari insegnamenti in un ordine rigoroso e graduale, che permette ad ogni lettore di ferma volontà, che realmente lo desideri e si impegni nella via del sapere magico e iniziatico, di progredire e di realizzarsi. L’essere umano comprende in se stesso diversi ordini di esistenza, e l’Universo non è altro che energia in diverse forme. L’uomo può apprendere ad usare tali forze per i propri scopi, stabilendo dei collegamenti con esse e predisponendo condizioni tali che le forze stesse siano costrette a fluire nell’individuo. Il segreto sta nel divenire una cosa sola con l’Universo. Le istruzioni sono molto chiare e precise, precedute e seguite da avvertenze e spiegazioni, ed i diversi rituali sono anch’essi esposti in forma molto particolareggiata.

mercoledì 16 aprile 2025

fatevi i gatti vostri 2093 "Ariva n altro Nobelle"

Così ha annunciato il Gatto Pietro quando ha visto da lontano arrivare Mario Vargas Llosa. Esserino è saltato su come una molla. Ne aveva divorato libri interi e ne ha un bel numero archiviati nella sua biblioteca. Balena ha bofonchiato: io preferiva cuando rivavino i cochi. Intendendo cuochi, ovviamente.

E così i prati del Sinior Gato Eternisimo hanno salutato l'ingresso di Mario Vargas LLosa.



Tutti i giornali si affannano a ricordare la storia della amicizia con Marquez e da Repubblica all' Unità titolano più o meno così: (tento di riassumere le troppe pagine che si sono spese sulla vicenda) ma non voglio privare i nostri lettori di un po' di gossippe

Vargas Llosa e il Pugno che Mise Fine a un'Amicizia

Nel 1976, un evento clamoroso segnò la fine dell'amicizia tra due dei più celebri scrittori sudamericani, Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez. Il 13 febbraio di quell'anno, durante un'anteprima cinematografica a Città del Messico, Vargas Llosa colpì García Márquez con un pugno, causandogli un occhio nero e una contusione al naso. Per decenni, le circostanze di questo episodio rimasero avvolte nel mistero, fino a quando nel 2007 emersero nuove informazioni e fotografie che chiarirono i motivi dietro la lite.

Il pugno fu scagliato per gelosia, come rivelato dal fotografo Rodrigo Moya, testimone dell'evento. García Márquez si presentò nel suo studio il giorno dopo l'incidente per documentare la fine della loro amicizia, che non era terminata per motivi politici, come si era sempre pensato, ma per questioni personali legate a una donna probabilmente moglie di LLosa (che Gabriel gli aveva trombato o per lo meno  si era ingegnato a farlo)

Le fotografie della lite furono pubblicate in occasione dell'ottantesimo compleanno di García Márquez, poco prima di una riconciliazione tra i due scrittori. Non ci fu bisogno di scuse pubbliche; il loro riavvicinamento fu simbolicamente segnato dalla pubblicazione di un'edizione speciale di "Cent'anni di solitudine", con una prefazione di Vargas Llosa.



Entrambi gli autori, vincitori del Premio Nobel, avevano condiviso una profonda amicizia in gioventù, ma le loro strade si erano separate a causa di divergenze politiche, in particolare riguardo al caso del poeta cubano Heberto Padilla. Vargas Llosa si era schierato contro la persecuzione di Padilla, mentre García Márquez rimase vicino al regime cubano.

L'episodio del pugno rimane comunque, con pochi dettagli certi. E' invece chiaro che la loro amicizia fu segnata da passioni e rivalità, e che entrambi gli scrittori, nel corso degli anni, hanno preso posizioni politiche sempre più distanti.

Nel corso della sua vita, Vargas Llosa ha evoluto le sue posizioni politiche, passando da un'iniziale inclinazione di sinistra a posizioni più conservatrici, candidandosi persino alla presidenza del Perù nel 1990. La sua carriera è stata caratterizzata da un continuo dibattito e da una ricerca di identità, che lo ha portato a sostenere candidati di destra in diverse elezioni.

Pasteggiato che ebbimo con queste cazzate provo a scrive quarcosa di più serio. Li ho letti e amati tutti e due anche se con una preferenza per Garcia Marquez riguardo alla sua maestria nell'impianto scenografico e per Llosa, invece, per lo stile nello scrivere. 

Per chi non li conosce ecco una più dettagliata analisi delle loro differenze:

Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa, entrambi Premio Nobel per la Letteratura, condividono l'appartenenza al movimento del realismo magico, ma presentano differenze significative nel loro stile narrativo. Márquez tende a esplorare la fusione tra realtà e immaginazione, creando mondi onirici e leggendari come Macondo, mentre Llosa si concentra su narrazioni più realiste, spesso ambientate nella sua natia Perù, con una forte attenzione ai temi politici e sociali. 


Realismo Magico vs. Realismo Sociale:

Márquez è considerato il padre del realismo magico, introducendo elementi fantastici e soprannaturali in contesti quotidiani, creando un universo narrativo ricco di simbolismo e magia. Llosa, invece, predilige una narrazione più realistica, focalizzata sulla rappresentazione della società peruviana, con una forte attenzione alla politica, all'ingiustizia e alle dinamiche sociali. 

Focus narrativo:

Márquez crea mondi immaginarie, come Macondo in "Cent'anni di solitudine", che diventano simboli di intere culture e storie collettive. Llosa, invece, si concentra spesso su storie individuali, che riflettono le problematiche della società peruviana, come in "La città e i cani". 

Sintassi e lingua:

La prosa di Márquez è ricca di dettagli, descrizioni elaborate e un linguaggio poetico, mentre Llosa utilizza un linguaggio più diretto e preciso, con una sintassi più lineare, secondo Wired. 

Tempo e spazio:

Márquez utilizza il tempo in modo non lineare, spesso con riferimenti al passato e al presente, creando un flusso narrativo che si intreccia con la realtà onirica. Llosa, invece, tende a seguire un ordine cronologico più rigoroso, con una maggiore attenzione alla geografia e al contesto storico. 

Temi e messaggi:

Márquez esplora temi universali come l'amore, la solitudine, la famiglia e il destino, spesso attraverso un linguaggio metaforico e simbolico. Llosa, invece, si concentra su temi politici, sociali e culturali, come la dittatura, la corruzione e la discriminazione. 

In sintesi, mentre entrambi sono autori di grande importanza, Márquez privilegia la fusione tra realtà e fantasia, creando un universo narrativo ricco di magia e simbolismo, mentre Llosa si concentra sulla rappresentazione realistica della società peruviana e dei suoi problemi, con un linguaggio più diretto e una forte attenzione ai temi politici e sociali. 

In biblio abbiamo questi (eccone le copertine)

Bona settimana preparazione ala Pasqua

Zanza




















sabato 12 aprile 2025

Fatevi i gatti vostri n.2092 "D'una come Eudora ci s'innamora sinnò è meglio une scrive"

Tant'anni fa anch'io er Ciampino s'era un ragazzi, Quarche anno dopo si frequentava l'università. A Firenze, perché a Pisa un era propio possibile stacci per noi Livornesi. Co Dino e s'era persino riesciti ad entrà ala Normale.


Dato, però, che normali un s'era punto, un si fenì neanche r primo semestre. "Cacciati per indegnità - ebbe a commentare Dino che poi, lapidario come sempre, seguitò e concruse: " e così cari normali vi si va n culo, avvoi e a tutta Pisa" Ora l'espressione potrà aparivvi volgarotta ma mi sento di mettivi al corrente d'una realtà socio antropologica e lo faccio mutuando  dala nostra Bibbia locale, il Vernacoliere:
 

"A.Livorno il culo è una cosa molto seria.  Quasi fondativa d’un modo d’essere e di pensare. Scolpito in un proverbio: “Se ‘r mondo fosse un culo, Livorno sarebbe ‘r buo”. Ad orgogliosa ed essenziale sintesi di come un livornese concepisce il mondo e la posizione in esso occupata dalla sua città: al centro, così come il buco del culo sta nel preciso mezzo del culo stesso. Con un paragone d’ambito anale certo autosatirico ma in cui si realizza non solo uno dei caratteristici elementi della trilogia gastro-ano-genitale (mangiare, cacare, trombare) alla quale la mente e la lingua livornese (una vera e propria filosofia parlata, espressa in contenuti di fisicità essenziale e in termini perennemente e familiarmente riferiti all’ambito anatomico-sessuale) rapportano ogni dialettico confronto; ma si manifesta anche, in quel paragone, la sufficienza “culturale” con la quale i livornesi sono sempre andati in culo, per l’appunto, non solo a chi gli sta vicino (e, per ciò stesso, sui coglioni: massimamente i pisani ma spesso ce n’è pure per i lucchesi e per i fiorentini), ma anche a chiunque rappresenti un potere e principalmente un potere istituzionalmente padronale, di re o ministri o papi che si tratti. Senza disdegnare l’insofferenza anche per un sindaco che voglia regolare il traffico o per un vigile urbano col blocchetto in mano. Per quell’innata ostilità a regole e dettati che ha fatto spesso definire i livornesi come un popolaccio anarcoide e arrogante, mentre anarcoide lo era prima di diventar solo succube massa di manovra per elezioni e stadi, e l’arroganza l’ha ormai mandata anche quella in culo."

Penzo che con questa apologia der culo "verbis et factis" si possa conclude l'antefatto storico includente l'addio a Pisa e il trasferimento a Firenze.  Dino si segnò a biologia, perché interessato alla natura delli stronzi. Io andetti a lettere perché ar liceo m'avevan conzigliato così. Mi ci ruppi subito i coglioni. Sebbene fossi riescito a levammi di ulo l'esame di latino coll'osannato ma  terribile prof La Penna, mi lasciai attrarre dall indirizzo di lettere moderne. Lì ci tranzitava parecchia più topa, che ar posto dela  gobba e dell'occhiali tipici dele studiose classiche, sfoggiavan dele minigonne che ti facevano stiantà di passione. C'erano anche doverse femministe col sottanone. A lorolì  la minigonna gli sembrava n'eresia ma sebbene minacciassero di tagliaccelo ala fine avevano anche loro de vòti da empì come quell'altre. Col mi solito modo di fare restavo sule palle a parecchie ma alcune mi trovavano spontaneo e se ti trovavano spontaneo voleva dì che gliela potevi chiede. Co modi e ne tempi giusti, certo, ma n culo un ti ci mandavano. Ar più più come mi disse una diplomaticamente: "Ar momento vivo nzieme a un ragazzo ma ci sta che fra due o tre giorni mi sia venuto a noia, se hai tutto sto nteresse  che dichiari, resta ne paraggi. E così fra studio, poco, lavoro parecchio, e diverse nottate a fa lo scemo co Dino, la vita scorreva. C'erano de be seminari di letteratura angloamericana (la mi preferita) e mi ci iscrissi per tutte e quattro le annualità. Fu propio in uno di que seminari che aveva per tema tre scrittrici der sudde, ebbi la furminazione. Lessi e studiai con convinzione la Porter (Katherine Ann) e la Gordon (Caroline) ma quando prencipiai a legge Eudora Welty mi pigliò l'amore pello scrive. Ero di battuta facile all'epoca. Così, guasi ad ogni lezione, tiravo fori quarche cazzata dele mie. Ricordo che Il professore mi disse diverse volte: "Dante, te le devi scrive coteste cose sennò si pardano ed è peccato". Fu così che prencipiai a mette qurcheduno de mi bislacchi penzieri per iscritto.


Oggi mi capita tra le mani questo libro, propio di Eudora e propio dedicato a chi si cimenta collo scrive. Difatti raccconta come anche lei abbia iniziato a scrive. Spero vi garbi. Lo faccio mette come sempre in biblioteca, in cartaceo, a disposizione di  chi ha la tesserina di accesso. Ovviamente, come recitano vari avvisi sul blogghe non riceviamo alcuna percentuale da autori o editori nè dai gicanti della rete. Il nostro obbiettivo resta quello di diffondere un modestissimo contributo culturale e invitiamo sempre chi pole e chi vole  a comprare una copia  cartacea. Fatelo, se non vi è troppo scomodo, dai tanti librai italiani che hanno bisogno di sostegno in un momento difficile pela categoria. 

In chiusura una notizia che spero faccia piacere chi ci legge: 

Da questa settimana fino ala fine di maggio il blogghe presenterà due post alla settimana, uno di mercoledì e l'altro di sabato o di domenica a seconda dela disponibilità dei vari redattori. E' l'ovo di Pasqua di Esserino e Balena 


Bon uicchende


Dante 



Quali sono i dettagli nella vita di uno scrittore che formano la materia prima delle sue narrazioni? Quali suoni, colori, volti sono destinati a fissarsi sulla pagina scritta per trovare lì il loro significato più vero? Qual è, in altre parole, il rapporto che lega il vissuto, l’esperienza, la memoria con l’arte del raccontare? Eudora Welty fatto amare i suoi romanzi, prova a rispondere a questi interrogativi in un libro a metà strada fra l’autobiografia letteraria e il manuale di scrittura creativa. Ripercorrendo le tappe più luminose dell’infanzia e della giovinezza – la vita familiare e la scuola, i libri e la scoperta del mondo, fino ai primi tentativi di scrivere racconti – la Welty ricostruisce la propria formazione intellettuale e ci offre una riflessione inedita su come anche eventi apparentemente marginali possano imprimersi nella coscienza di uno scrittore, contribuendo a plasmare il suo stile e il suo immaginario; perché, come scrive l’autrice, “il nostro tempo soggettivo è spesso la cronologia propria dei racconti e dei romanzi: è il filo continuo della rivelazione”




sabato 5 aprile 2025

fatevi i gatti vostri 2091: "Sentimentale? Allora va bene per me!"

Questa l'ha comperata Bobby chiedendomi di scusarlo con tutti voi per la poca partecipazione. E' una guida molto bella che è piaciuta anche a me e alla zia Holly  che conosciamo Venezia capillarmente.  La settimana scorsa avevo promesso che  ne avrei parlato. Ve la consigliamo! Intanto la metto sotto le zampe guardiane di Esserino Gatto e, di seguito, vi mostro la copertina e la  sinossi.

Buon week end

Dani



Quante vite servono per raccontare Venezia? Sospesa tra terra e acqua, leggenda e realtà, la città è da sempre una strepitosa macchina di avventure. Filosofi illuministi, poetesse improvvisatrici, cortigiane, donne di garbo, grandi salonnières, truffatori, giocatori d’azzardo, tutti sono andati in scena a Venezia. Evocato dalla sapienza narrativa e teatrale di Luca Scarlini, ciascuno riprende qui il suo posto nello spazio e nel tempo di una mappa di relazioni, esistenze e creazioni artistiche, dando vita a percorsi stravaganti e capricciosi. Il ritmo di questa Nuova guida sentimentale di Venezia si compone tra le parole dell’autore e i disegni di Alvise Bittente, un controcanto di immagini, visioni ironiche e qualche volta parodistiche, che costella le varie tappe nei luoghi del turismo, del lavoro, del mistero e del piacere. I sestieri della città prendono le sembianze di microcosmi ribattezzati dalla fantasia dell’autore: La Vena (la via di ingresso alla città), La Giungla (la complicatissima zona tra Rialto e San Marco), Il Pozzo (il Ghetto e i suoi dintorni), La Vasca (le Zattere), L’Ombra (la Giudecca) e L’Atollo (il Lido e le isole), ognuno con i propri stili e usanze. Eclettico e fluviale, questo libro dispone all’ascolto delle voci del tempo per ritrovare lo spirito di un luogo magico in cui «l’aria, l’acqua, il fuoco e la pietra non cessano di mescolarsi e mutare, giocare ai quattro cantoni o a rincorrersi»

sabato 29 marzo 2025

fatevi i gatti vostri 2090 "col Dandolo o col prendendolo Venezia faceva de be danni"

Per il titolo sono ricorsa al consueto aiuto dello zione che al minimo stimolo esibisce lo spirito dei tempi migliori anche se questi, purtroppo non sono i migliori per la sua salute. Se si salva il Papa, spero di salvammi anch'io sennò spero si faccia il viaggio nella medesima corriera così si ragiona un poinino delle tante cose che ha detto e che ho apprezzato e di quarcheduna che nvece un m'è riescito di capilla.

Il libro inveve mi è arrivato dal fratellone che della storia di Venezia è un discreto estimatore. Io sono piuttosto ignorantella in materia ma prometto di aggiornarmi. Questa visione meno celebrativa delle molte che abbiamo in biblioteca dovrebbe avere robuste ragioni per indurmi alla lettura. Intanto è già sul suo palchetto. Ogni tanto, alla sera entro in punta di piedi nella biblio del Gatto, gli chiedo perdono se qualcuno dei tanti titoli in cartaceo che ormai riempiono le stanze, io lo leggo col kindle. E'solo  perché in pochi grammi di plastica posso stivare tanti libri,  ha le batterie che mi reggono mesi ed è comodissimo in viaggio. Però niente riuscirà a scalfire il mio amore per il libro di carta. Spesso, addirittura, se ho letto un libro col kindle, torno a risfogliarlo nella nostra biblio e la lettura mi pare  diversa, quantomeno più romantica.

Il fratello mi ha anche fatto omaggio di una guida sentimentale di Venezia ma non voglio mettere troppa carne al fuoco, per il momento

Buona giornata a tutti

Dani



1204: Costantinopoli, la regina delle città, brilla ancora della gloria dell’Impero romano. Sulle sponde del Bosforo, trecentomila anime fanno di Nuova Roma la più ricca e potente delle metropoli del Mediterraneo, quasi un’arca dell’antichità trasportata nel cuore del Medioevo. Eppure, da decenni il potere dell’Impero romano è in declino: i Turchi minacciano le sue frontiere orientali, le crociate ne hanno scalfito l’autorità, le guerre civili ne hanno scosso le fondamenta. Venezia, il suo lontano avamposto nelle lagune dell’Adriatico, ormai domina i mari in modo indipendente. Quando però Papa Innocenzo III decide di indire l’ennesima crociata per recuperare il Santo Sepolcro, nessuno a Costantinopoli può immaginare cosa è in procinto di accadere. Venezia non porterà l’armata dei barbari crociati a Gerusalemme, ma sotto le imponenti mura teodosiane, che da otto secoli proteggono la capitale dei Romani. Al comando della flotta veneziana ci sarà Enrico Dandolo, formidabile novantenne, cieco e geniale, determinato a fare della sua Serenissima Repubblica una grande potenza. Questa è la storia di come il tradimento, il fato, le bugie e l’ingordigia fecero piovere rovina sulla città imperiale, inaugurando ottocento anni di recriminazioni tra l’Occidente cattolico e l’Oriente ortodosso.

sabato 22 marzo 2025

Fatevi i gatti vostri 2089 Le monache di Venezia: qualcuna scopava (il chiostro) troppe piangevano

Almeno a detta delle molte testimonianze, alcune suore  parevan dedite a scopare senza requie il chiostro e non solo. Così pare succedesse a quelle cantate in versi da Pietro Aretino. Per tutte le monache dell'Aretino Pietro si ricordi quella tale suor Lucia di cui si legge:

Fotteva a potta ritta suor Lucia

un fraticello a tal mestier non uso

e nella fottitura fallò il buso

utrum fu sacrilegio o sodomia?

E sicuramente succedeva a quelle, ben ricordate dal Manzoni, che si davano da fare nel  600. Periodo in cui anche l'arte barocca se ne interessò, con produzioni pittoriche di questo genere:




Non per tutte, tuttavia, dovette andare così. Ne è  presente la testimonianza diretta negli scritti di Suor Arcangela Tarabotti.

 Abbiamo fortunosamente reperito una copia del suo "inferno monacale. I gatti guardiani non hanno opposto veto alcuno all'ingresso del tomo in biblioteca. Così ne diamo qui notizia, facendo seguire la sinossi ed anche un vasto lavoro integrale (non abbiamo toccato virgola) di Mariella Todaro comparso su 

https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/arcangela-tarabotti 

e dedicato appunto a suor Arcangela Tarabotti


Buon Weekend Dani




sinossi del volume

La testimonianza che ci ha lasciato Suor Arcangela Tarabotti (1604-1652) con il suo manoscritto finora inedito dell’Inferno monacale, ci rivela da vicino il mondo e la vita delle ”monacate per forza” Francesca Medioli ci dà la trascrizione del testo situandolo nel quadro della vita e delle opere di Suor Arcangela Tarabotti, e lo propone al lettore di oggi mettendo in luce la rilevanza socio-economica di una costrizione che, nell’Italia del Seicento, coinvolgeva moltissime giovani della nobiltà e dei ceti abbienti cittadini costrette a farsi monache per l’impossibilità di sottrarre al patrimonio familiare le somme esorbitanti in uso per la dote matrimoniale.

Alla luce di quest’opera si può senz’altro affermare che il fenomeno delle monacazioni forzate non è stato pensato solo dai moderni: Arcangela Tarabotti racconta con dettaglio e convinzione polemica quanto le donne monacate per forza avessero coscienza del proprio destino e delle proprie sofferenze, e anche delle cause sociali ed economiche che le costringevano a quell’ineluttabile passo.



A Venezia, nel Seicento, quando la città era una repubblica aristocratica, ortodossa in religione e autonoma politicamente, è vissuta Elena Cassandra Tarabotti, Suor Arcangela, che imparò a scrivere per proprio conto, esprimendo le sue idee e le sue difficoltà, e inventando uno stile adatto a far conoscere la vita quotidiana dentro e fuori il convento, fino a comporre dei libri che sono arrivati fino a noi. Delle sue consorelle del convento di Sant’Anna non abbiamo simili scritti.

Era nata nel 1604, in una famiglia attiva e numerosa, in ascesa sociale, forse di ebrei convertiti.
Era zoppa, come il padre – “Quel difetto col quale forse il mio genitore ha voluto contrassegnarmi come sua figliola” -, e pur essendo la primogenita fu destinata al convento. Il fatto che prese i voti definitivi a 20 anni ci dice che era incerta, forse non chiamata. Tuttavia li pronunciò, quei voti, ritrovandosi in una situazione dolorosa: si sentiva imprigionata – “Seppellire le innocentissime figliole fra l'onde di una stigia palude d'un monasterio” - e si ammalò di asma, noi diremmo psicosomatica, che chiamava "strettura di petto". Ma reagì e trovò nella lettura e nella scrittura uno sfogo e una soddisfazione che le permisero di andare avanti senza venir meno ai voti pronunciati.

Gabriella Zarri ci ricorda come il Concilio di Trento, per ristabilire l'ortodossia, avesse ribadito la clausura più stretta, mentre l'applicazione della direttiva trovava ancora resistenze e tentativi di vanificazione. Suor Arcangela per imparare a scrivere e per farsi leggere certo non poteva stare in stretta clausura; i lettori, le lettrici, li cercava fuori dal convento, utilizzando le relazioni con parenti propri e delle consorelle, mentre insegnava a pagamento alle bambine lettura, ricamo, cucito, disegno e faceva amicizia, in particolare con Regina Donati. Da Giovan Francesco Loredan, nobiluomo e letterato con importanti incarichi nel governo, ebbe libri interessanti e imparò a scrivere con l'aiuto di Gerolamo Brusoni, perché "Scrivere non significa fare la propria firma". Voleva esprimere sentimenti, giudizi, riflessioni, erudizione, progetti. E in modo da poterli pubblicare. Già era riuscita a raccontare come il padre l'avesse convinta con lusinghe, minacce, avvertimenti, preghiere, la temeraria “Crudeltà d'huomeni inhumani che non arrossiscono a servirsi di gridi e di minacce”.

E mentre scriveva questa "tirannia paterna", sfogava il suo dolore in un altro manoscritto dal titolo ancora più scandaloso Inferno monacale, e nella dedica alla Serenissima sottolineava l'importanza sociale del problema: “Voi concedete a qual si sia natione della vostra bella metropoli libertà non circoscritta, ….vi dedico questo mio primo parto come capriccio d'intelletto femminile... è ingratitudine verso la Vergine ingannare e privare di libertà con forza le sue vergini e donne”.

La pubblicazione dei due manoscritti era impossibile, Loredan glielo espresse chiaramente; secondo l'uso del tempo, li fece circolare fra i letterati della sua Accademia degli Incogniti. Lui non era un genio letterario: di nobile famiglia, libero pensatore, quindi poco clericale, faceva parte del governo della Serenissima, era un "Superiore", attento alle necessità dei veneziani, fu Magistrato alle Pompe, e addirittura Inquisitore dei Monasteri. Venezia aveva un proprio inquisitore accanto a quello del Papa, e il registro dei libri proibiti veniva gestito da Magistrati della Repubblica con criteri politici e non di ortodossia religiosa. Loredan era promotore di novità letterarie, in particolare di narrazioni in linguaggio leggibile da un pubblico non specializzato. Amori, avventure, viaggi, ironie, critiche, i romanzi veneziani si vendevano benissimo, ne era consapevole.

Se gli Incogniti potevano apprezzare gli scritti di Arcangela, senza la pubblicazione tutto restava nell’ambiente letterario, con poca soddisfazione dell’autrice, che era consapevole di non avere approfondito la cultura classica, e spesso lo dichiarava, anche nelle lettere. Forse era anche un modo per difendersi, visto che le regole dell’ordine prescrivevano di allontanare una monaca dall’attività troppo prediletta per evitarle la superbia. Ma non per superbia scriveva, ma per necessità e per testimoniare la propria realtà; le era essenziale la pubblicazione.

Su consiglio del patriarca - dedicato a Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro, Patriarca di Venezia – accettò di scrivere un volume sulle consorelle con vocazione, le chiamate. Fu pubblicato con una decina di sonetti di autori famosi, perfino uno di Moderata Fonte, e in una veste sontuosa, con dorature. Ancora oggi lo possiamo ammirare nella Biblioteca Marciana. Ebbe molti complimenti – Ammiro lo stile... i concetti sono di gran rilievo, propri, eruditi, vivaci. Non sono stirati dall'arte, né mendicati dalla lucerna, ma pronti, naturali e ben disposti...come un panno tessuto su cui la vagheza dei fondi fa spiccar vieppiù i fiori e la bellezza dei fiori aggiunge lustro ai fondi. Si rinfrancò: era riuscita a farsi sentire, perché se esaltava la buona situazione delle consorelle chiamate, era per paragonarla a quella dolorosa delle forzate, con relative descrizioni.

Si era preparata in Parlatorio un vero e proprio salotto: madri, sorelle, zie, cugine, amiche come Betta Polani (che già matura uscì dal convento per sposarsi) i parenti delle pute a spese, padri, fratelli, scegliendo i maschi illustri, rispettabili per professione, notorietà o ricchezza. Con l'aiuto della Madre Ascoltatrice e con il permesso della Badessa, attenta al prestigio del convento, si riunivano ricche mercantesse, avvocati, letterati, autrici di poesie come Guidascania Orsi, bolognese, nobildonne, virtuose di canto o di strumenti, poeti, musicisti, capitani di mare e perfino stranieri, ambasciatori francesi (come Gremonville, uno che stimava le donne) o frati famosi. Il gruppo delle signore era il fulcro e le malefatte degli uomini l’argomento, tanto che Arcangela scrisse un Purgatorio delle Malmaritate, oggi disperso.
Le portarono una Satira menippea, breve e apparentemente giocosa: con la scusa di criticare la mania del lusso donnesco, in realtà prendeva in giro le donne con la pesantezza di certe nostre barzellette. “È vanità il credere di dissuadere alle donne la vanità del vestire, se prima non le spogliamo dell'ignoranza”. Lei rispose con una “Antisatira”, sottolineando la crudeltà, il cinismo – “le insidie diaboliche tese all'honestà donnesca” -, la violenza nascosta dei riferimenti osceni, e esaltando la bellezza, la bontà, la indispensabile attività femminile:

“Povere donne, quel sesso ch'è tutto benignità e placidezza, con tutta la vostra giustizia e santità femminile siete escluse da' Fori e vilipese …. eppure sanno gli uomini che “la donna a l'uomo è sol vero ristauro, dolce riposo e opportuna aita ….non satire in biasimo, ma esaltazione è dovuta al lusso donnesco, tanto conveniente e necessario quanto son convenienti alle cose sacre, e necessarie le donne e la loro bellezza alla conservazione del mondo.”

Il volumetto non aveva precedenti; anche le poche scrittrici famose del tempo avevano difeso le donne, con assennate riflessioni sulla realtà quotidiana; la monaca non segue modelli letterari, parte dalla vita comune per arrivare a considerazioni generali, il linguaggio è immediato, coinvolgente, molto lontano dai canoni prescritti, dai gusti letterari del tempo. E il contenuto sferza le vanità maschili, le convenzioni, ribalta il sarcasmo in ironia:

“Dopo aver stancato una mezza dozzina di pettini con la zazzera, eccoli con una capigliatura non riccia ma arricciata, ogni crine della quale sta ordinato come meglio nol disporrebbe il pennello di Apelle.”

Il libretto fu firmato DAT (Donna Arcangela Tarabotti: sia lei che Regina sono ormai Madri, nel convento, ma lei preferisce farsi appellare Suora o Signora) , si giustificò dicendo che le dame l’avevano spinta e poi avevano pubblicato a sua insaputa. Un successo: le signore sapevano leggere... Alcuni letterati si inferocirono, in particolare un frate giramondo, forse un provocatore mandato a mettere ordine fra i troppo esuberanti autori veneziani. Questi organizzò una vera e propria persecuzione, probabilmente servendosi di quelle “scrittorie” che copiavano a mano e rapidamente “zucchette, consegi, brogetti”. Incitò altri a denigrarla e scrisse una risposta astiosa, noiosissima ma pericolosa, perché rivelava il nome dell’autrice. Arrivarono ad affermare che il Paradiso non l’aveva scritto lei, dopo che si erano espressi in lodi e riconoscimenti poco tempo prima, citavano la differenza di stile, lei rispose ironizzando sulla loro ignoranza: con argomenti diversi occorrono stili diversi, se si è capaci.

Ma i tempi cambiano, Venezia doveva affrontare "la Grande Minaccia dell'Ottomano" ed era cambiato anche il Papa. Nasce una alleanza difensiva, con i suoi prezzi, "la letteratura deve cedere alle armi". Suor Regina muore, Suor Arcangela ancora una volta cerca sollievo dal dolore nella scrittura. Lagrime di Arcangela Tarabotti per la morte dell'Illustrissima Signora Regina Donà racconta le virtù di carattere, la capacità di adattamento, la dignitosa modestia –“Non ebbe mai bisogno di mendicar splendori da gli Antenati suoi” -, l'intelligenza, l'autentica bontà: “Non mai quella benedetta bocca mandò un accento in pregiudizio a veruno”.

I visitatori in Parlatorio diminuiscono, ma l'ambasciatore francese Gremonville e la moglie, sinceri amici, conducono a trovarla Gabriel Naudè, bibliotecario del Cardinale Mazarino che viaggia in Italia per raccogliere le migliori espressioni di ogni tipo di arte. Oltre a chiederle consiglio sulle novità, il francese chiede le sue opere da inserire nella collezione del Cardinale, un riconoscimento importante. E per bilanciare la spregiudicatezza, ecco opere devozionali come Contemplazione dell'anima errante, Via lastricata per andare in cielo, Luce monacale (solo menzionate, oggi smarrite). Per rafforzare la propria reputazione letteraria pubblica nel 1650 Le lettere familiari e di complimento, opera interessante per capire gli intrecci e le aspirazioni che stanno alla base della vita e dell'attività della monaca. Lo scambio di lettere era a quel tempo una usanza necessaria, viste le distanze sia geografiche che culturali, un piacere, un utile passatempo, una verifica delle proprie convinzioni. Molte corrispondenze venivano pubblicate, in volumi e volumi di cui sono strapieni i nostri Fondi Antichi.

La raccolta di Tarabotti si inserisce in questa dinamica e ancora una volta a favore delle donne, insegnamento, sprone, falsariga su cui fare affidamento. E in molteplici situazioni: richieste e ringraziamenti ai "Superiori" (atti a mostrare le proprie alte relazioni e il proprio status), notizie quotidiane ai parenti e alle amiche, complimenti per nozze, nascite o successi professionali, pareri matrimoniali, accordi per affidamento di lavori, sfoghi di amicizia o di inimicizia, racconti di eventi, istruzioni riguardo ai suoi scritti. Una varietà di stili, di argomenti e di personaggi: Tarabotti mostra consapevolezza e volontà di far parte di una società anche stando in convento.

Nonostante i peggioramenti in salute, sta preparando un'altra puntata a favore delle donne in risposta a un nuovo trattato misogino dove ci si chiede se le donne hanno un'anima, adducendo argomenti filosofici e religiosi. Questa volta non si tratta di barzellette, ma di noiosissime citazioni e dispute dottrinali e la monaca risponde adottando lo stesso stile, Inganno versus Disinganno (un duello verbale) e piega la dottrina a precisazioni e interpretazioni per asserire l'esatto contrario, con un linguaggio quotidiano vivace ed efficiente. Le controcitazioni, numerose e continue, appesantiscono la lettura, ma la consueta vena ironica conforta il lettore. Le polemiche favorirono il successo, anche firmandosi Galerana Barcitotti (come d'uso, adottò talvolta uno pseudonimo, mai però al maschile).

Ma la malattia non perdona e nel 1652 Elena Cassandra Tarabotti cessa di vivere. Comparirà postumo il suo manoscritto Tirannia Paterna con il titolo cambiato in Semplicità ingannata e finirà all'Indice dei libri proibiti.

Fonti, risorse bibliografiche, siti su Arcangela Tarabotti

Testi di Suor Arcangela Tarabotti
Tirannia Paterna – manoscritto disperso
Inferno Monacale – manoscritto del Settecento pubblicato in Francesca Medioli, L'Inferno Monacale di Arcangela Tarabotti, Torino, Rosemberg & Sellier, 1990
Paradiso monacale libri treCon un soliloquio a Dio di Donna Arcangela Tarabotti Antisatira- D.A.T.
Che le donne siano della spetie degli uomini. Difesa delle donne di Galerana Barcitotti, contra Horatio Plata....
Lettere familiari e di complimento della Signora Arcangela Tarabotti....
Sermplicità ingannata di Galerana Baratotti (postumo)
Bibliografia
Emilio Zanette, Suor Arcangela monaca del Seicento Veneziano, Roma-Venezia, Istituto per la collaborazione culturale,1960.
Ginevra Conti Odorisio, Donna e Società nel Seicento, Roma, Bulzoni, 1979
Francesca Medioli, L'”Inferno monacale” di Arcangela Tarabotti, Torino, Rosemberg&Sellier, 1990
Gabriella Zarri, Monasteri femminili e città (secoli XV-XVIII) in Storia d'Italia. Annali 9, Torino, Einaudi, 1986
Emilia Biga, Una polemica antifemminista del '600,Ventimiglia, Civica Biblioteca Ambrosiana, 1989
Elissa Weaver, e Satira Antisatira, Roma, Salerno 1998


domenica 16 marzo 2025

Fatevi i gatti vostri n.2088 "Serpens Infamis Sic Movet Inopinato"


Il titolo lo ha scritto lo zio Dant. Da due giorni però non è molto in sé. Ha la febbre e la solita bronchite primaverile che lo accompagna dai primi anni di vita di questo blog. Io ho espresso i miei dubbi sulla locuzione latina di cui sopra. Mi pareva con fondate ragioni .Contraddire una colonna del tempio di Nado è tuttavia azione forierà di grandi calamità. Se da qualche parte nell'orbe terracqueo ci leggesse ancora il prof. Martinelli, si faccia vivo. Non solo per godere dell'arguzia e della fondatezza dei suoi commenti ma soprattutto per l'immenso piacere che produrrebbe in noi l'avere sue notizie. Quando mi sono permessa di rilevare che almeno stilisticamente sarebbe stato assai meglio "inopinato movet" mi ha risposto come suo solito, bestemmiando: "Così*** ****** mi sbudelli tutto l'acronimo de servizi segreti". Di fronte a tale argomento, come si suol dire, " ubi maior minor cessat"  che Balena, che riposi in pace nei suoi prati eterni, traduceva "quando il gatto grosso s'incazza prende quello più piccolo e lo infila nel cesso"

Ovviamente il libro è già nella biblioteca di Esserino debitamente poggiato sullo scaffale nel palco italia, alla voce "giornalismo".

Buona domenica
Dani

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Una lettura appassionante, che nasce dall’esigenza di fare luce sulle operazioni oscure e spesso controverse che hanno caratterizzato l’attività dei servizi segreti italiani nel corso della loro storia. Attraverso una dettagliata analisi di eventi storici, scandali e misteri, questo testo, dunque, si propone di offrire una visione completa e critica del ruolo che i servizi segreti hanno giocato nella politica e nella società italiana. L’obiettivo è quello di informare il lettore, stimolare una riflessione attuale, critica e contribuire a un dibattito più trasparente e informato possibile. Altresì, questo libro si propone di effettuare una indagine ex novo, ricostruendo come un puzzle i tantissimi casi misteriosi della recente storia italiana, come omicidi e stragi di Stato, mafie, bande criminali, estremisti, terroristi, servizi segreti stranieri, infiltrati, collusi, poteri occulti, casi, storie, fatti vari ed eventuali. Riaprendo i libri di storia, le inchieste e ogni possibile prezioso contributo, ricostruiremo in modo più lucido e obiettivo possibile, ciò che è successo, navigando nella melma di tanti eccellenti casi irrisolti, relativi a vicende a dir poco traumatiche e scabrose. Ogni volta che si apre una scatola nera, i suoi contenuti possono apparirci in modi diversi ed il ruolo dello storico è quello di ricomporre le tessere in modo sempre più preciso possibile. Questo libro, ancora, non si propone di essere una mera cronaca di eventi, ma un’analisi critica che tenga conto delle implicazioni politiche, sociali e morali delle operazioni dei servizi segreti italiani. Attraverso la lente della storia, cercheremo di capire non solo cosa è successo, ma anche perché è successo e che impatto ha avuto sul presente e sul futuro del nostro paese. Perché intitolare il libro proprio ai Servizi Segreti? Perché crediamo, lungi da ogni forma di complottismo, che essi abbiamo recitato nella storia d’Italia un ruolo primario, fungendo da Stato Ombra e braccio occulto non solo della politica. Come degli anticorpi che entrano in funzione per garantire la salute di un organismo, così i servizi segreti sono stati la mano longa del potere ma non il potere stesso. Piuttosto un super potere capace di accedere invisibilmente ovunque, per vedere e ascoltare fatti e cose come nessuno, segnando anche in modo traumatico e deviante la nostra storia. Ma questo non è solo un libro sui servizi segreti. È anche un libro sulle Brigate Rosse, sul caso Moro, sul delitto Pecorelli, sulle Stragi di Piazza Fontana, della Stazione di Bologna, sulla P2 di Licio Gelli, sui poteri occulti del Vaticano , ecc. Per ricostruire dalle macerie e riflettere.