sabato 6 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri 1743 " Prima di Montezuma"

Che ci crediate o no, un salottino culturale, che pretende di parlar di cinema,   non può obliare  totalmente i riferimenti a ciò che ha costituito una parte consistente della produzione cinematografica erotica italiana anni 70. Film orrendi con battute di gusto assai dubbio resi accettabili per chi all' epoca spandeva ormoni in forma di aerosol, solo dalle generose ostentazioni delle nudità di alcune procaci attrici. Regina del genere  l' imbattibile Edvige.  La foto qui sotto esce direttamente dal portafoglio di zio Dante che la ripose lì almeno 50 anni fa.



 Cerchiamo allora di conoscerla meglio affidandoci a quanto abbiamo trovato in rete su di lei:

Edwige Fenech, nata Edwige Sfenek (Annaba, 24 dicembre 1948), è un'attrice, conduttrice televisiva, produttrice televisiva e produttrice cinematografica francese naturalizzata italiana, nota soprattutto per aver interpretato tra la fine degli anni sessanta e gli anni ottanta numerosi film appartenenti al genere del giallo all'italiana e della commedia sexy all'italiana.

Nasce ad Annaba (all'epoca denominata Bône), nell'allora Algeria francese, il 24 dicembre del 1948 da padre maltese[1] e da madre italiana originaria di Acate (in provincia di Ragusa), di cui diverrà cittadina onoraria[1][2]. A seguito del divorzio dei genitori, si trasferisce con la madre a Nizza, in Francia, dove frequenta il liceo e studia danza e medicina. Lì viene notata mentre passeggia per strada e ingaggiata per una piccola parte nel film Toutes folles de lui di Norbert Carbonnaux.

Nel 1967 partecipa al concorso di bellezza Lady France, che si svolge a maggio durante il Festival di Cannes e che vince[4], ottenendo così il diritto di partecipare a Lady Europa come rappresentante del suo paese; la manifestazione si svolge ad agosto e la Fenech si classifica al terzo posto, dietro alla vincente Dolores Agusta e alla spagnola Rocío Jurado[5]. Pur non vincendo, viene notata da un talent scout che le propone di girare in Italia, da protagonista, il film Samoa, regina della giungla, per la regia di Guido Malatesta; si trasferisce quindi in Italia con la madre.

Dopo questo film e il successivo, Il figlio di Aquila Nera, sempre per la regia di Guido Malatesta, lavora per un certo periodo in Germania; ritorna poi in Italia per girare due film con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Don Franco e don Ciccio nell'anno della contestazione e Satiricosissimo (in cui interpreta l'imperatrice Poppea). Tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta, recita in film del genere giallo in voga in quegli anni. Inizia un duraturo sodalizio soprattutto con il regista Sergio Martino, con titoli quali Lo strano vizio della signora Wardh, che la fanno diventare un'icona del giallo erotico.

La sua consacrazione avviene nel 1972 quando è protagonista del "decamerotico" Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda di Mariano Laurenti, pellicola divenuta un film di culto del cinema trash, come il successivo Giovannona Coscialunga disonorata con onore. Da allora per circa un decennio è protagonista della cosiddetta commedia sexy all'italiana, con tutti i suoi sotto-filoni, quello scolastico, quello militare, quello ospedaliero e quello poliziottesco. I primi film di quest'ultimo genere interpretati da Edwige Fenech sono 40 gradi all'ombra del lenzuolo di Sergio Martino, con Tomas Milian, e La poliziotta fa carriera con Mario Carotenuto e Alvaro Vitali (in cui impersona una provocante poliziotta) del 1976, fino all'ultimo film della serie che è del 1981. Nel 1976 appare nel film La pretora, diretto da Lucio Fulci.

Oltre che nelle commedie sexy, negli anni '70 l'attrice è anche presente in numerosissime pellicole di genere thriller e horror: nel 1972 è protagonista di Tutti i colori del buio, mentre nel 1975 recita in Nude per l'assassino. Negli anni '70 la Fenech appare inoltre anche in film appartenenti in generi differenti da quelli citati finora: ne sono esempi la pellicola di guerra Il grande attacco di Umberto Lenzi e il film fantastico Dottor Jekyll e gentile signora.

Il suo successo tra il pubblico maschile, che la considera una vera e propria icona sexy, è dovuto a un corpo dalle forme procaci e a una forte carica seduttiva e provocante, che i registi non risparmiano di mostrare in ogni film. Posa più volte nuda per l'edizione italiana della rivista Playboy. Passata la stagione cinematografica, negli anni 1980, con la nascita delle prime emittenti private, partecipa alle edizioni dei programmi Ric e Gian folies, trasmesso nel 1983 su Italia 1, Bene, bravi, bis (1984, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia), trasmesso sempre su Italia 1 e vincitore del Telegatto, e all'edizione 1985 di Risatissima, varietà del sabato sera trasmesso su Canale 5 e anch'esso vincitore del Telegatto, insieme a Lino Banfi e Paolo Villaggio.


Debutta in teatro nel 1985 con il dramma D'amore si muore di Giuseppe Patroni Griffi, con Massimo Wertmüller, Fabrizio Bentivoglio, Monica Scattini.[6] Successivamente passa a condurre su Rai 1 Sotto le stelle (1986), Immagina (1987-1988), Carnevale (1988), Palcoscenico Italia (1988), Sulla cresta dell'onda (1989), Un tesoro di capodanno (31 dicembre 1990 a reti Rai unificate) ma l'affermazione in TV arriva con l'edizione 1989-90 di Domenica in sotto la direzione di Gianni Boncompagni. Presentò il Festival di Sanremo 1991, insieme ad Andrea Occhipinti, e successivamente presentò Singoli (1997), sempre su Rai 1.


A partire dagli anni novanta incomincia a occuparsi a tempo pieno di produzione televisiva e cinematografica attraverso la sua società Immagine e cinema. Il primo lavoro prodotto fu la miniserie televisiva Il coraggio di Anna, nel 1992. Fra i film da lei prodotti Il mercante di Venezia del 2004. Nel 2007 torna davanti alla macchina da presa, contattata dal regista statunitense Quentin Tarantino, per un cameo in Hostel: Part II, sequel di Hostel, sempre diretto da Eli Roth, suoi dichiarati fan[7][8]: nel suo Bastardi senza gloria il personaggio interpretato da Mike Myers si chiama "Ed Fenech", in omaggio all'attrice. Nel 2012 ha recitato nella parte di Caterina II di Russia nella miniserie televisiva La figlia del capitano, della quale è anche produttrice. Dal 2015 al 2018 ha recitato nella fiction È arrivata la felicità, trasmessa da Rai 1, interpretata assieme a Claudio Santamaria e Claudia Pandolfi, di cui è stata anche produttrice.

QUEL GRAN PEZZO DELL’UBALDA e GIOVANNONA COSCIALUNGA 

Ubalda1Edwige Fenech si inserisce nel gruppo con la sua fondamentale trilogia che si ricorda e va al di là del decamerotico puro e semplice soprattutto per l’invenzione dei titoli. Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda [1972] di Mariano Laurenti deve la sua fortuna a un titolo volgarissimo che promette molto più di quanto in realtà mantiene. Lo stesso film con un titolo normale non avrebbe prodotto lo scalpore che fece a quel tempo. Il film inaugura tutta una serie di pellicole dai titoli lunghissimi e provocanti e la bella franco-algerina ne interpreta un discreto numero, non solo di Genere decamerotico.

Quel gran pezzo dell’Ubalda… è scritto e sceneggiato da Tito CarpiLuciano Martino e Carlo Veo, le musiche di Bruno Nicolai. Produce Luciano Martino, il compagno della Fenech, per Lea Film. Ottimo il cast composto da Edwige Fenech nei panni della mitica Ubalda, Pippo Franco [Olimpo], Karin Schubert [Fiamma], Umberto D’Orsi [Oderisi], Gabriella GiorgelliCarla Mancini e Pino Ferrara.

Il film è inserito tra i decamerotici ma lo schema narrativo è insolito perché non c’è una voce narrante e non c’è una suddivisione in novelle o episodi. Si tratta di una normalissima storia di corna con protagonista un giovane Pippo Franco, al massimo della forma nei panni dello scalcagnato soldato Olimpo.

Ubalda2La trama del film è caratterizzata da un susseguirsi di trovate comiche che hanno come protagonista un ottimo Pippo Franco, ben coadiuvato da Umberto D’Orsi nei panni del mugnaio Oderisi. Olimpio torna dalla guerra assetato e con una voglia tremenda di far l’amore con una donna, la sua armatura è così mal ridotta che cade a pezzi e quando si getta sotto una fontana pare un soldato di latta che zampilla dai fori che si ritrova addosso. Passa di là un frate [l’ottimo Pino Ferrara che sarà una costante del film], Olimpo tenta di rapinarlo ma rimedia solo un randellata e subito dopo i due diventano amici e mangiano insieme una gallina rubata. Siccome siamo in un decamerotico è buona regola che il frate non sia insensibile ai piaceri della carne e quindi lo vediamo di nuovo randellare Pippo Franco per farsela al posto suo con una stupenda Gabriella Giorgelli, nuda e disponibile in un pagliaio. Olimpo deve restare con la voglia anche a casa sua, visto che la moglie Fiamma ha promesso due settimane di castità a San Fruttuoso per ringraziarlo di aver protetto il marito. Intanto però se la spassa con diversi amanti nascosti dentro bauli, tini, armadi e perfino sotto il letto di casa. Olimpo le aveva messo la cintura di castità [leit motiv della pellicola] ma non serve a niente perché Fiamma ha fatto più copie delle chiavi che ha consegnato a tutti i suoi amanti.

Ubalda3Tra l’altro il ritorno di Olimpo è accolto nell’indifferenza generale, persino il cane si limita a pisciargli addosso, la moglie si fa il bagno e la governante lo disprezza. Karin Schubert è doppiata ma è brava nel recitare una parte comico-erotica molto maliziosa da moglie infedele, la sua bellezza in seguito la farà diventare diva del porno. A proposito di battute comiche questa prima parte ne è piena e sono tutte di Pippo Franco in romanesco, che prima rivolto al frate dice: “Vie’ un po’ qua che te mando a trova’ lo principale tuo che sta’ in Paradiso!”, poi alla moglie che si nega: “Manco uno peccatuccio svertino?” e infine al santo: “Fruttuoso, vie’ qua che te devo di’ una cosa: ma vaffanculo… va’!”. A questo punto ha inizio la sfida tra lui e il mugnaio Oderisi che si è sposato da poco tempo con la bella Ubalda, definita dalla moglie di Olimpo “una santa donna”. Edwige Fenech entra in scena alla grande per smentire subito le parole di Fiamma e la vediamo in una bella sequenza erotica mentre incorna il marito con un amante truccato da pettinatrice. Il mugnaio Oderisi parla un livornese di provincia molto buffo ed è gelosissimo della moglie, ma Ubalda se la fa lo stesso con tutti quelli che le capitano a  tiro. Ci prova pure il medico, nonostante il marito le studi proprio di tutte per non lasciarli soli, vorrebbe addirittura ascoltare lui il cuore e dopo riferire al medico perché teme che possa toccarle il seno. Fortuna che il dottore è vecchio e non ce la fa. “Con lei non basterebbe un mese” conclude Ubalda scoraggiata. Olimpio vede Ubalda e si invaghisce di lei, non ce la fa a staccarle gli occhi di dosso, ma il mugnaio se ne rende conto e tra i due finisce in rissa. Nella scena ci sono diversi primi piani sul seno della Fenech e subito dopo viene inquadrato pure il suo sedere oggetto del desiderio. Qui si innesta la famosa sequenza onirica con Pippo Franco che sogna Edwige Fenech mentre corre libera in un prato con il seno al vento, vestita di un velo bianco e con le mutandine chiuse dalla cintura di castità. C’è una musica suadente e sono belli i primi piani dei due attori [soprattutto della Fenech] con Olimpo che sogna di fare l’amore.

Ubalda4Nel frattempo la moglie mette trappole per topi nel letto per non essere insidiata e Pippo Franco si lascia andare: “Una trappola pe’ li sorci? Ma almeno me potevi fa’ arriva’ ar formaggio!”. Olimpo prova a travestirsi da pittore e si finge omosessuale per convincere Oderisi a farlo salire in camera con Ubalda e dipingerla nuda. Qui abbiamo altre sequenze piccanti con la Fenech che si mostra senza veli. I garzoni del mugnaio spiano la scena da una scala e lo spettatore vede le nudità della Fenech tramite gli occhi di chi si arrampica e spia e si immedesima in una scena ricca di voyeurismo. La cintura di castità di Ubalda complica le cose, Oderisi si insospettisce e fa irruzione nella stanza dopo che ha visto il finto pittore senza la barba. Il marito tradito smaschera Olimpo che cade dalla finestra insieme ai garzoni e durante la fuga si imbatte di nuovo nel frate che lo riempie ancora di legnate. Mitica la battuta di Olimpo: “A fratacchio’, sei sempre su’ ’a strada mia, nun ce passi mai pe’ vaffanculo?”, che [come tutte le altre] regge solo perché a dirla è Pippo Franco. Siccome il frate “quando non mena magna” [per dirla con Pippo Franco], i due finiscono a mangiare insieme e il frate ha pure un’avventura con una servetta alla quale deve spiegare il senso del peccato perché possa sfuggirlo meglio. Oderisi intanto finisce alla gogna, perché ha confuso il vero pittore mandato dal duca a dipingere Ubalda con Olimpo e lo ha preso a botte. Pippo Franco ci prova ancora e indossa l’armatura cavalcando un asino per conquistare la Fenech che intanto se la spassa con un giovane amante. Pure in questa scena l’attrice si mostra con generosità, pur senza nudità integrale. La battuta del comico è legata ai tempi di un Carosello che per mezzo di un pugno corazzato pubblicizzava “Petrus, l’amarissimo che fa benissimo”. Pippo Franco si definisce: “il durissimo che fa benissimo”, mentre bussa con la sua armatura alla camera di Ubalda. Al grido di “Non è lo marito mio!”, esce l’amante dal nascondiglio, lo colpisce con una mazza ferrata e si libera del corpo gettandolo in un pozzo nero. Stessa sorte capita a Oderisi che, tornato a casa e venuto a sapere della storia di Olimpo, decide di vendicarsi e di andare anche lui a letto con sua moglie. Oderisi si veste con l’armatura di Olimpo, ma Fiamma lo scopre e chiama il suo amante che lo stende con un colpo di randello e getta il suo corpo nel pozzo nero.

Ubalda5Tra lo sterco e i rifiuti i due nemici si ritrovano [“Stamo tutt’e due nella merda” dice Pippo Franco] e stringono un patto di alleanza per scambiarsi le mogli, ma neppure questa cosa va a buon fine e a godere delle grazie delle due belle spose è il solito fratacchione di passaggio. Alla fine Olimpo acquista una nuova cintura di castità dal fabbro Mastro Deodato che gli mostra gli ultimi ritrovati [“Perché li avevate persi?” chiede Pippo Franco]. Questa cintura è una specie di ghigliottina per piselli, sembra che lasci via libera ma quando l’arnese è entrato lo affetta senza pietà. Si dà il caso che Odorisi acquista la stessa cintura per Ubalda e pure lui la fa indossare alla moglie. Quando il patto per scambiarsi le consorti va a buon fine nella notte si ode un doppio grido di dolore: i due nemici si sono tirati a vicenda uno scherzo mancino. Finiscono a cantare in chiesa nel coro delle voci bianche capitanato dal fratacchione impenitente. Le mogli sorridono e attendono solo di concedersi ancora ai giovani amanti in attesa.

Il film è importante perché anticipa molti elementi tipici della futura commedia sexy, come quella con i ragazzi che si arrampicano su di una scala per spiare la Fenech che si spoglia, e le mescola con altre tipiche del decamerotico [frati che seducono ragazze e simili]. Molte le scene sexy con la Fenech svestita e su tutte va citata una sensuale corsa nuda per i prati, ma pure le belle comprimarie non sono da meno.

Giovannona1Il 1973, invece, è l’anno fondamentale per Edwige Fenech che viene lanciata a pieno titolo nel mondo della commedia sexy che cominciava a farsi spazio tra i gusti degli italiani stanchi del decamerotico. Una commedia sexy fondamentale che fa da apripista per il genere e da modello per futuri film è Giovannona Coscialunga disonorata con onore [1973] di Sergio Martino. Il film è il film manifesto della commedia scollacciata all’italiana. Se è diventato un cult movie parte del merito va anche a Paolo Villaggio che ne Il secondo tragico Fantozzi [1976] lo cita come film preferito e lo paragona alla Corazzata Potëmkin [1926] [definita “una cagata pazzesca”].

Giovannona Coscialunga disonorata con onore è scritto e sceneggiato da Francesco MiliziaCarlo VeoTito Carpi e Franco Mercuri. Produce [al solito] Luciano Martino. Interpreti: Edwige FenechPippo FrancoGigi BallistaVittorio CaprioliDanika La LoggiaFrancesca Romana ColuzziRiccardo GarroneAdriana Facchetti e Vincenzo Crocitti.

Pippo Franco è il segretario del commendator La Neve [Ballista] ed è sua l’idea di far passare la prostituta Cocò [Fenech] per la moglie dell’industriale. Lo stratagemma dovrebbe servire a intenerire l’onorevole Pedicò [Caprioli], sensibile alle bellezze femminili, e a evitare dure sanzioni per l’inquinamento prodotto dalla industria di formaggi.

Giovannona2Da qui si dipana la farsa con Edwige Fenech prorompente prostituta volgare e sguaiata che si ingegna per concupire l’onorevole. Il problema è quando parla… Certo che non siamo davanti a un capolavoro del cinema, però stiamo parlando di Giovannona Coscialunga, una dignitosa commedia sexy, forse una delle migliori di questo periodo. Si ride molto e lo si fa ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione. Non ci pare poco.

Un nuovo pretore arriva al piccolo paese siciliano di Roccapizzo, un fantasioso comune alle pendici dell’Etna, ed è lui che mette nei guai l’industria del formaggio Straccolone. Nell’ufficio dell’azienda si respira un’aria pesante e il commendator La Noce, coinvolto nello scandalo del fiume inquinato, medita l’espatrio. Pippo Franco è un irresistibile segretario balbuziente, che si esprime al meglio della sua comicità romanesca ed è attratto dalle belle donne.

Giovannona3Le prime inquadrature lo vedono intento a scrutare le cosce all’impiegata della ditta che indossa conturbanti minigonne. Sin da subito la pubblicità indiretta si spreca, come costume del periodo sono frequenti le inquadrature di pacchetti di sigarette Astor, acqua Pejo e Uliveto, J&B [immancabile] e Fernet Branca, veri e propri sponsor del film. Pippo Franco ha l’idea di chiedere aiuto all’onorevole Pedicò [Caprioli], classico democristiano tutto casa e chiesa che ha per moglie la statuaria Francesca Romana Coluzzi. Il segretario scopre, con l’aiuto di un prete in odore di omosessualità, che l’onorevole ha una passione segreta: le belle mogli degli altri. Pippo Franco cerca una ragazza disponibile a recitare la parte della signora La Noce, visto che la vera moglie del commendatore è brutta e timorata di Dio. Dopo una ricerca tramite agenzia che lo porta a contattare un transessuale, decide di fare da solo e con la sua Fiat Cinquecento scassata rimorchia la Fenech nella zona dove battono le mignotte. La prima cosa che lo attrae è il sedere della ragazza che lo fa inchiodare di colpo per tentare un approccio. Stupendo il dialogo. Pippo Franco: “Co… co… come te chiami?” [è balbuziente]. Fenech: “Ma che fai sfotti? Me chiamo Cocò!”. Pippo Franco la istruisce, la veste come finta moglie del commendatore e quando le prende le misure si accorge che sono: 98 – 98 – 110, mentre la camera inquadra il seno della Fenech dall’alto lui esclama: “Quasi quasi mando affanculo tutto!”. Quando l’accompagna al treno per la Sicilia si accorge che la ragazza parla un pesante dialetto ciociaro e si esprime come una burina. “Ma questa parla sempre così?” fa il commendatore. “No, pure peggio” risponde il segretario. Nella cabina Cocò completa l’opera e scambia un orinale per una tazza da caffè. Ma ormai il piano è partito e sul treno c’è pure l’onorevole con la sua bruttissima segretaria zitella che ha un debole per il commendatore. Durante la cena Cocò non parla perché dice che ha fatto un fioretto a San Rocco e dovrebbe sedurre l’onorevole, ma fa piedino alla segretaria che pensa a un’insidia da parte di La Noce. Da qui parte la commedia degli equivoci. Sul treno c’è una piccola parte da conduttore per il caratterista Vincenzo Crocitti, che diventa matto per via dei continui cambi di cuccette che sono la molla della comicità. Pippo Franco e la Fenech fingono di fare l’amore per sconvolgere l’onorevole e alla fine si convincono così bene che finiscono a letto insieme. La Fenech si presenta in tutto il suo splendore e lui esclama: “Ammazzate che pompelmi e che belle cosce!”. E lei in ciociaro: “Nun è pe’ fa a superba, ma a lu paese me chiamano Giovannona Coscialunga!”.

Giovannona4Alla stazione di Battipaglia sale anche un omosessuale e l’onorevole Pedicò entra nella sua cabina invece che in quella di Cocò. Il gay arpiona la gamba dell’onorevole e non se lo vuole far scappare. In tempi di politically correct scene come questa si beccherebbero la qualifica di omofobe e non potrebbero essere girate. Il commendator La Noce finisce nella cuccetta della segretaria zitella dell’onorevole, mentre Pippo Franco e la Fenech se la spassano perché in fondo Cocò è innamorata di lui. La situazione di caos è alla base dell’umorismo e ricorda molto le comiche del cinema muto.

La farsa raggiunge il suo apice quando entrano in campo anche il protettore di Cocò e la vera moglie del commendatore. Il pappa estorce a Pippo Franco la confessione a suon di ceffoni e quindi si allea con la moglie di La Noce e parte alla ricerca della sua donna.

Ubalda6Robertuzzo è un Riccardo Garrone molto bravo, che ricordiamo attore di molti film con Tinto Brass e che per l’occasione veste la maschera di un bullo di periferia che parla ciociaro sbagliando tutti i congiuntivi. Intanto Cocò impara a dire l’essenziale con frasi numerate che il commendatore le fa memorizzare. La finta coppia è pronta per l’invito a pranzo alla villa dell’onorevole. La parte conclusiva si consuma proprio a casa Pedicò, dove tra piscina e camere assistiamo a un nuovo tourbillon di scambi di letti e situazioni paradossali.  Il commendatore se la dice con la moglie dell’onorevole, ci gioca a tennis, le accarezza una gamba dopo che si è infortunata e quando è notte cerca di entrare in camera sua. L’onorevole tenta di drogare La Noce con il caffè, ma addormenta Cocò e non riesce ad approfittare di lei. La segretaria zitella intanto muore dalla rabbia ed è gelosa del commendatore.

Ubalda7Una commedia degli equivoci tra uomini e donne che passano da una stanza all’altra ma nessuno combina niente. Intanto c’è Pippo Franco che ha avuto un guasto alla sua Fiat 500 scassata e deve fare l’autostop per raggiungere Roccapizzo. Prima incontra un pazzo uscito dal manicomio, che è quasi del tutto cieco e guida come un folle mentre ride isterico. Quando il pazzo lo scarica ottiene un passaggio da un carro funebre e si sdraia in mezzo ai fiori al posto del morto. Quando Pippo Franco arriva alla villa comincia la comica finale con lui che cade in acqua ma non sa nuotare e tutti gli altri che lo seguono tra sganassoni e spinte. Robertuzzo e la vera moglie del commendatore sono arrivati sul luogo del misfatto e la frittata è completa.  Mogli e amanti si prendono a botte in un finale da torte in faccia che il regista gira a velocità innaturale per rendere l’idea della comica. Finiscono tutti all’ospedale e Robertuzzo ricatta il commendator La Noce e l’onorevole Pedicò. Alla fine il protettore di Cocò diventa manager dell’industria di formaggio, l’onorevole risolve tutti i problemi legati all’inquinamento e il commendator La Noce è contento perché ha trovato un vero segretario. Pippo Franco corona il suo sogno d’amore con Edwige Fenech e si mette a fare il pappa della ragazza per sbarcare il lunario. Solo che non ha proprio il fisico da protettore e quando porta Cocò in una zona che non è la sua viene massacrato di botte da un gigantesco Franceschino [Nello Pazzafini].

Ubalda8“’A Franceschi’, nun me mena’…”, implora. Ma il ceffone arriva lo stesso e lo stende. “Ma almeno glielo hai preso il numero di targa?” chiede a Cocò. Il film termina qui e a tratti pare un Pretty Woman [1990] all’incontrario, pure in questa pellicola la ragazza di strada si innamora, ma finisce per tornare a fare la mignotta ed è proprio il suo ragazzo che ce la porta.

Il film non è per niente volgare, si tratta di una farsa divertente e piacevole, una commedia degli equivoci secondo lo schema classico della commedia all’italiana, condita da un po’ di sesso. Gli attori sono molto bravi. Pippo Franco è in gran forma e Vittorio Caprioli è un professionista di grande livello. La Fenech è molto sensuale e non si limita alla sola presenza scenica. Bene anche Gigi Ballista, sempre molto credibile. Il titolo del film doveva essere Un grosso affare per un piccolo industriale, ma siccome andavano di moda i titoli lunghi [tipo Mimì metallurgico, ferito nell’onore] si pensò a questa sorta di titolo-parodia.  In realtà è proprio il titolo volgare che ha prodotto tanti giudizi negativi da parte dei critici dal palato fine, ma al tempo stesso è sempre merito del titolo particolare se lo ricordiamo come un film simbolo di un’epoca. La pellicola si avvale di un Pippo Franco al massimo delle sue capacità e come era già capitato per Quel gran pezzo dell’Ubalda… è soprattutto su di lui che si appunta la responsabilità di far ridere. Ricordiamo alcune battute simbolo. Commendatore: “Ma non dire cose arcane!”. Pippo Franco: “Ar cane? E chi gli ha detto niente ar cane?”.

Ubalda10Due mogli all’aeroporto. Prima moglie: “Ma tu quando fai l’amore ci parli con tuo marito?”. Seconda moglie: “Se mi telefona…”. Pippo Franco a Cocò: “La cosa rimanga tra noi, come dicono i francesi entreneuse…”. Pippo Franco che si becca una scarica di multe: “Vigile Mastofi, vigile Mastofi… ma sto’ fijo de ’na mignotta c’ha le penne all’arrabbiata!”. Protettore: “Dove sta’ Cocò?”. Pippo Franco: “Se dice dove sta’ Zazà!”.


DA NON PERDERE


QUEL GRAN PEZZO DELL’UBALDA e GIOVANNONA COSCIALUNGA in DVD

Ubalda1Edwige Fenech si inserisce nel gruppo con la sua fondamentale trilogia che si ricorda e va al di là del decamerotico puro e semplice soprattutto per l’invenzione dei titoli. Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda [1972] di Mariano Laurenti deve la sua fortuna a un titolo volgarissimo che promette molto più di quanto in realtà mantiene. Lo stesso film con un titolo normale non avrebbe prodotto lo scalpore che fece a quel tempo. Il film inaugura tutta una serie di pellicole dai titoli lunghissimi e provocanti e la bella franco-algerina ne interpreta un discreto numero, non solo di Genere decamerotico.

Quel gran pezzo dell’Ubalda… è scritto e sceneggiato da Tito CarpiLuciano Martino e Carlo Veo, le musiche di Bruno Nicolai. Produce Luciano Martino, il compagno della Fenech, per Lea Film. Ottimo il cast composto da Edwige Fenech nei panni della mitica Ubalda, Pippo Franco [Olimpo], Karin Schubert [Fiamma], Umberto D’Orsi [Oderisi], Gabriella GiorgelliCarla Mancini e Pino Ferrara.

Il film è inserito tra i decamerotici ma lo schema narrativo è insolito perché non c’è una voce narrante e non c’è una suddivisione in novelle o episodi. Si tratta di una normalissima storia di corna con protagonista un giovane Pippo Franco, al massimo della forma nei panni dello scalcagnato soldato Olimpo.

Ubalda2La trama del film è caratterizzata da un susseguirsi di trovate comiche che hanno come protagonista un ottimo Pippo Franco, ben coadiuvato da Umberto D’Orsi nei panni del mugnaio Oderisi. Olimpio torna dalla guerra assetato e con una voglia tremenda di far l’amore con una donna, la sua armatura è così mal ridotta che cade a pezzi e quando si getta sotto una fontana pare un soldato di latta che zampilla dai fori che si ritrova addosso. Passa di là un frate [l’ottimo Pino Ferrara che sarà una costante del film], Olimpo tenta di rapinarlo ma rimedia solo un randellata e subito dopo i due diventano amici e mangiano insieme una gallina rubata. Siccome siamo in un decamerotico è buona regola che il frate non sia insensibile ai piaceri della carne e quindi lo vediamo di nuovo randellare Pippo Franco per farsela al posto suo con una stupenda Gabriella Giorgelli, nuda e disponibile in un pagliaio. Olimpo deve restare con la voglia anche a casa sua, visto che la moglie Fiamma ha promesso due settimane di castità a San Fruttuoso per ringraziarlo di aver protetto il marito. Intanto però se la spassa con diversi amanti nascosti dentro bauli, tini, armadi e perfino sotto il letto di casa. Olimpo le aveva messo la cintura di castità [leit motiv della pellicola] ma non serve a niente perché Fiamma ha fatto più copie delle chiavi che ha consegnato a tutti i suoi amanti.

Ubalda3Tra l’altro il ritorno di Olimpo è accolto nell’indifferenza generale, persino il cane si limita a pisciargli addosso, la moglie si fa il bagno e la governante lo disprezza. Karin Schubert è doppiata ma è brava nel recitare una parte comico-erotica molto maliziosa da moglie infedele, la sua bellezza in seguito la farà diventare diva del porno. A proposito di battute comiche questa prima parte ne è piena e sono tutte di Pippo Franco in romanesco, che prima rivolto al frate dice: “Vie’ un po’ qua che te mando a trova’ lo principale tuo che sta’ in Paradiso!”, poi alla moglie che si nega: “Manco uno peccatuccio svertino?” e infine al santo: “Fruttuoso, vie’ qua che te devo di’ una cosa: ma vaffanculo… va’!”. A questo punto ha inizio la sfida tra lui e il mugnaio Oderisi che si è sposato da poco tempo con la bella Ubalda, definita dalla moglie di Olimpo “una santa donna”. Edwige Fenech entra in scena alla grande per smentire subito le parole di Fiamma e la vediamo in una bella sequenza erotica mentre incorna il marito con un amante truccato da pettinatrice. Il mugnaio Oderisi parla un livornese di provincia molto buffo ed è gelosissimo della moglie, ma Ubalda se la fa lo stesso con tutti quelli che le capitano a  tiro. Ci prova pure il medico, nonostante il marito le studi proprio di tutte per non lasciarli soli, vorrebbe addirittura ascoltare lui il cuore e dopo riferire al medico perché teme che possa toccarle il seno. Fortuna che il dottore è vecchio e non ce la fa. “Con lei non basterebbe un mese” conclude Ubalda scoraggiata. Olimpio vede Ubalda e si invaghisce di lei, non ce la fa a staccarle gli occhi di dosso, ma il mugnaio se ne rende conto e tra i due finisce in rissa. Nella scena ci sono diversi primi piani sul seno della Fenech e subito dopo viene inquadrato pure il suo sedere oggetto del desiderio. Qui si innesta la famosa sequenza onirica con Pippo Franco che sogna Edwige Fenech mentre corre libera in un prato con il seno al vento, vestita di un velo bianco e con le mutandine chiuse dalla cintura di castità. C’è una musica suadente e sono belli i primi piani dei due attori [soprattutto della Fenech] con Olimpo che sogna di fare l’amore.

Ubalda4Nel frattempo la moglie mette trappole per topi nel letto per non essere insidiata e Pippo Franco si lascia andare: “Una trappola pe’ li sorci? Ma almeno me potevi fa’ arriva’ ar formaggio!”. Olimpo prova a travestirsi da pittore e si finge omosessuale per convincere Oderisi a farlo salire in camera con Ubalda e dipingerla nuda. Qui abbiamo altre sequenze piccanti con la Fenech che si mostra senza veli. I garzoni del mugnaio spiano la scena da una scala e lo spettatore vede le nudità della Fenech tramite gli occhi di chi si arrampica e spia e si immedesima in una scena ricca di voyeurismo. La cintura di castità di Ubalda complica le cose, Oderisi si insospettisce e fa irruzione nella stanza dopo che ha visto il finto pittore senza la barba. Il marito tradito smaschera Olimpo che cade dalla finestra insieme ai garzoni e durante la fuga si imbatte di nuovo nel frate che lo riempie ancora di legnate. Mitica la battuta di Olimpo: “A fratacchio’, sei sempre su’ ’a strada mia, nun ce passi mai pe’ vaffanculo?”, che [come tutte le altre] regge solo perché a dirla è Pippo Franco. Siccome il frate “quando non mena magna” [per dirla con Pippo Franco], i due finiscono a mangiare insieme e il frate ha pure un’avventura con una servetta alla quale deve spiegare il senso del peccato perché possa sfuggirlo meglio. Oderisi intanto finisce alla gogna, perché ha confuso il vero pittore mandato dal duca a dipingere Ubalda con Olimpo e lo ha preso a botte. Pippo Franco ci prova ancora e indossa l’armatura cavalcando un asino per conquistare la Fenech che intanto se la spassa con un giovane amante. Pure in questa scena l’attrice si mostra con generosità, pur senza nudità integrale. La battuta del comico è legata ai tempi di un Carosello che per mezzo di un pugno corazzato pubblicizzava “Petrus, l’amarissimo che fa benissimo”. Pippo Franco si definisce: “il durissimo che fa benissimo”, mentre bussa con la sua armatura alla camera di Ubalda. Al grido di “Non è lo marito mio!”, esce l’amante dal nascondiglio, lo colpisce con una mazza ferrata e si libera del corpo gettandolo in un pozzo nero. Stessa sorte capita a Oderisi che, tornato a casa e venuto a sapere della storia di Olimpo, decide di vendicarsi e di andare anche lui a letto con sua moglie. Oderisi si veste con l’armatura di Olimpo, ma Fiamma lo scopre e chiama il suo amante che lo stende con un colpo di randello e getta il suo corpo nel pozzo nero.

Ubalda5Tra lo sterco e i rifiuti i due nemici si ritrovano [“Stamo tutt’e due nella merda” dice Pippo Franco] e stringono un patto di alleanza per scambiarsi le mogli, ma neppure questa cosa va a buon fine e a godere delle grazie delle due belle spose è il solito fratacchione di passaggio. Alla fine Olimpo acquista una nuova cintura di castità dal fabbro Mastro Deodato che gli mostra gli ultimi ritrovati [“Perché li avevate persi?” chiede Pippo Franco]. Questa cintura è una specie di ghigliottina per piselli, sembra che lasci via libera ma quando l’arnese è entrato lo affetta senza pietà. Si dà il caso che Odorisi acquista la stessa cintura per Ubalda e pure lui la fa indossare alla moglie. Quando il patto per scambiarsi le consorti va a buon fine nella notte si ode un doppio grido di dolore: i due nemici si sono tirati a vicenda uno scherzo mancino. Finiscono a cantare in chiesa nel coro delle voci bianche capitanato dal fratacchione impenitente. Le mogli sorridono e attendono solo di concedersi ancora ai giovani amanti in attesa.

Il film è importante perché anticipa molti elementi tipici della futura commedia sexy, come quella con i ragazzi che si arrampicano su di una scala per spiare la Fenech che si spoglia, e le mescola con altre tipiche del decamerotico [frati che seducono ragazze e simili]. Molte le scene sexy con la Fenech svestita e su tutte va citata una sensuale corsa nuda per i prati, ma pure le belle comprimarie non sono da meno.

Giovannona1Il 1973, invece, è l’anno fondamentale per Edwige Fenech che viene lanciata a pieno titolo nel mondo della commedia sexy che cominciava a farsi spazio tra i gusti degli italiani stanchi del decamerotico. Una commedia sexy fondamentale che fa da apripista per il genere e da modello per futuri film è Giovannona Coscialunga disonorata con onore [1973] di Sergio Martino. Il film è il film manifesto della commedia scollacciata all’italiana. Se è diventato un cult movie parte del merito va anche a Paolo Villaggio che ne Il secondo tragico Fantozzi [1976] lo cita come film preferito e lo paragona alla Corazzata Potëmkin [1926] [definita “una cagata pazzesca”].

Giovannona Coscialunga disonorata con onore è scritto e sceneggiato da Francesco MiliziaCarlo VeoTito Carpi e Franco Mercuri. Produce [al solito] Luciano Martino. Interpreti: Edwige FenechPippo FrancoGigi BallistaVittorio CaprioliDanika La LoggiaFrancesca Romana ColuzziRiccardo GarroneAdriana Facchetti e Vincenzo Crocitti.

Pippo Franco è il segretario del commendator La Neve [Ballista] ed è sua l’idea di far passare la prostituta Cocò [Fenech] per la moglie dell’industriale. Lo stratagemma dovrebbe servire a intenerire l’onorevole Pedicò [Caprioli], sensibile alle bellezze femminili, e a evitare dure sanzioni per l’inquinamento prodotto dalla industria di formaggi.

Giovannona2Da qui si dipana la farsa con Edwige Fenech prorompente prostituta volgare e sguaiata che si ingegna per concupire l’onorevole. Il problema è quando parla… Certo che non siamo davanti a un capolavoro del cinema, però stiamo parlando di Giovannona Coscialunga, una dignitosa commedia sexy, forse una delle migliori di questo periodo. Si ride molto e lo si fa ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione. Non ci pare poco.

Un nuovo pretore arriva al piccolo paese siciliano di Roccapizzo, un fantasioso comune alle pendici dell’Etna, ed è lui che mette nei guai l’industria del formaggio Straccolone. Nell’ufficio dell’azienda si respira un’aria pesante e il commendator La Noce, coinvolto nello scandalo del fiume inquinato, medita l’espatrio. Pippo Franco è un irresistibile segretario balbuziente, che si esprime al meglio della sua comicità romanesca ed è attratto dalle belle donne.

Giovannona3Le prime inquadrature lo vedono intento a scrutare le cosce all’impiegata della ditta che indossa conturbanti minigonne. Sin da subito la pubblicità indiretta si spreca, come costume del periodo sono frequenti le inquadrature di pacchetti di sigarette Astor, acqua Pejo e Uliveto, J&B [immancabile] e Fernet Branca, veri e propri sponsor del film. Pippo Franco ha l’idea di chiedere aiuto all’onorevole Pedicò [Caprioli], classico democristiano tutto casa e chiesa che ha per moglie la statuaria Francesca Romana Coluzzi. Il segretario scopre, con l’aiuto di un prete in odore di omosessualità, che l’onorevole ha una passione segreta: le belle mogli degli altri. Pippo Franco cerca una ragazza disponibile a recitare la parte della signora La Noce, visto che la vera moglie del commendatore è brutta e timorata di Dio. Dopo una ricerca tramite agenzia che lo porta a contattare un transessuale, decide di fare da solo e con la sua Fiat Cinquecento scassata rimorchia la Fenech nella zona dove battono le mignotte. La prima cosa che lo attrae è il sedere della ragazza che lo fa inchiodare di colpo per tentare un approccio. Stupendo il dialogo. Pippo Franco: “Co… co… come te chiami?” [è balbuziente]. Fenech: “Ma che fai sfotti? Me chiamo Cocò!”. Pippo Franco la istruisce, la veste come finta moglie del commendatore e quando le prende le misure si accorge che sono: 98 – 98 – 110, mentre la camera inquadra il seno della Fenech dall’alto lui esclama: “Quasi quasi mando affanculo tutto!”. Quando l’accompagna al treno per la Sicilia si accorge che la ragazza parla un pesante dialetto ciociaro e si esprime come una burina. “Ma questa parla sempre così?” fa il commendatore. “No, pure peggio” risponde il segretario. Nella cabina Cocò completa l’opera e scambia un orinale per una tazza da caffè. Ma ormai il piano è partito e sul treno c’è pure l’onorevole con la sua bruttissima segretaria zitella che ha un debole per il commendatore. Durante la cena Cocò non parla perché dice che ha fatto un fioretto a San Rocco e dovrebbe sedurre l’onorevole, ma fa piedino alla segretaria che pensa a un’insidia da parte di La Noce. Da qui parte la commedia degli equivoci. Sul treno c’è una piccola parte da conduttore per il caratterista Vincenzo Crocitti, che diventa matto per via dei continui cambi di cuccette che sono la molla della comicità. Pippo Franco e la Fenech fingono di fare l’amore per sconvolgere l’onorevole e alla fine si convincono così bene che finiscono a letto insieme. La Fenech si presenta in tutto il suo splendore e lui esclama: “Ammazzate che pompelmi e che belle cosce!”. E lei in ciociaro: “Nun è pe’ fa a superba, ma a lu paese me chiamano Giovannona Coscialunga!”.

Giovannona4Alla stazione di Battipaglia sale anche un omosessuale e l’onorevole Pedicò entra nella sua cabina invece che in quella di Cocò. Il gay arpiona la gamba dell’onorevole e non se lo vuole far scappare. In tempi di politically correct scene come questa si beccherebbero la qualifica di omofobe e non potrebbero essere girate. Il commendator La Noce finisce nella cuccetta della segretaria zitella dell’onorevole, mentre Pippo Franco e la Fenech se la spassano perché in fondo Cocò è innamorata di lui. La situazione di caos è alla base dell’umorismo e ricorda molto le comiche del cinema muto.

La farsa raggiunge il suo apice quando entrano in campo anche il protettore di Cocò e la vera moglie del commendatore. Il pappa estorce a Pippo Franco la confessione a suon di ceffoni e quindi si allea con la moglie di La Noce e parte alla ricerca della sua donna.

Ubalda6Robertuzzo è un Riccardo Garrone molto bravo, che ricordiamo attore di molti film con Tinto Brass e che per l’occasione veste la maschera di un bullo di periferia che parla ciociaro sbagliando tutti i congiuntivi. Intanto Cocò impara a dire l’essenziale con frasi numerate che il commendatore le fa memorizzare. La finta coppia è pronta per l’invito a pranzo alla villa dell’onorevole. La parte conclusiva si consuma proprio a casa Pedicò, dove tra piscina e camere assistiamo a un nuovo tourbillon di scambi di letti e situazioni paradossali.  Il commendatore se la dice con la moglie dell’onorevole, ci gioca a tennis, le accarezza una gamba dopo che si è infortunata e quando è notte cerca di entrare in camera sua. L’onorevole tenta di drogare La Noce con il caffè, ma addormenta Cocò e non riesce ad approfittare di lei. La segretaria zitella intanto muore dalla rabbia ed è gelosa del commendatore.

Ubalda7Una commedia degli equivoci tra uomini e donne che passano da una stanza all’altra ma nessuno combina niente. Intanto c’è Pippo Franco che ha avuto un guasto alla sua Fiat 500 scassata e deve fare l’autostop per raggiungere Roccapizzo. Prima incontra un pazzo uscito dal manicomio, che è quasi del tutto cieco e guida come un folle mentre ride isterico. Quando il pazzo lo scarica ottiene un passaggio da un carro funebre e si sdraia in mezzo ai fiori al posto del morto. Quando Pippo Franco arriva alla villa comincia la comica finale con lui che cade in acqua ma non sa nuotare e tutti gli altri che lo seguono tra sganassoni e spinte. Robertuzzo e la vera moglie del commendatore sono arrivati sul luogo del misfatto e la frittata è completa.  Mogli e amanti si prendono a botte in un finale da torte in faccia che il regista gira a velocità innaturale per rendere l’idea della comica. Finiscono tutti all’ospedale e Robertuzzo ricatta il commendator La Noce e l’onorevole Pedicò. Alla fine il protettore di Cocò diventa manager dell’industria di formaggio, l’onorevole risolve tutti i problemi legati all’inquinamento e il commendator La Noce è contento perché ha trovato un vero segretario. Pippo Franco corona il suo sogno d’amore con Edwige Fenech e si mette a fare il pappa della ragazza per sbarcare il lunario. Solo che non ha proprio il fisico da protettore e quando porta Cocò in una zona che non è la sua viene massacrato di botte da un gigantesco Franceschino [Nello Pazzafini].

Ubalda8“’A Franceschi’, nun me mena’…”, implora. Ma il ceffone arriva lo stesso e lo stende. “Ma almeno glielo hai preso il numero di targa?” chiede a Cocò. Il film termina qui e a tratti pare un Pretty Woman [1990] all’incontrario, pure in questa pellicola la ragazza di strada si innamora, ma finisce per tornare a fare la mignotta ed è proprio il suo ragazzo che ce la porta.

Il film non è per niente volgare, si tratta di una farsa divertente e piacevole, una commedia degli equivoci secondo lo schema classico della commedia all’italiana, condita da un po’ di sesso. Gli attori sono molto bravi. Pippo Franco è in gran forma e Vittorio Caprioli è un professionista di grande livello. La Fenech è molto sensuale e non si limita alla sola presenza scenica. Bene anche Gigi Ballista, sempre molto credibile. Il titolo del film doveva essere Un grosso affare per un piccolo industriale, ma siccome andavano di moda i titoli lunghi [tipo Mimì metallurgico, ferito nell’onore] si pensò a questa sorta di titolo-parodia.  In realtà è proprio il titolo volgare che ha prodotto tanti giudizi negativi da parte dei critici dal palato fine, ma al tempo stesso è sempre merito del titolo particolare se lo ricordiamo come un film simbolo di un’epoca. La pellicola si avvale di un Pippo Franco al massimo delle sue capacità e come era già capitato per Quel gran pezzo dell’Ubalda… è soprattutto su di lui che si appunta la responsabilità di far ridere. Ricordiamo alcune battute simbolo. Commendatore: “Ma non dire cose arcane!”. Pippo Franco: “Ar cane? E chi gli ha detto niente ar cane?”.

Ubalda10Due mogli all’aeroporto. Prima moglie: “Ma tu quando fai l’amore ci parli con tuo marito?”. Seconda moglie: “Se mi telefona…”. Pippo Franco a Cocò: “La cosa rimanga tra noi, come dicono i francesi entreneuse…”. Pippo Franco che si becca una scarica di multe: “Vigile Mastofi, vigile Mastofi… ma sto’ fijo de ’na mignotta c’ha le penne all’arrabbiata!”. Protettore: “Dove sta’ Cocò?”. Pippo Franco: “Se dice dove sta’ Zazà!”.


venerdì 5 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri 1742 " Quel che resta del tonno "

Piace anche alle gemelle il tonno, forse non arrivano ai livelli di gusto che manifestavano Esserino e Balena ma anche loro lasciano ben pochi avanzi. Il padrone, anzi l'ex padrone del ristorante, per il quale abbiamo fatto il trasporto delle sedie ci aveva regalato un barattolo da mezzo chilo al naturale. In due giri di boa lo hanno divorato e mostrandoci i piatti vuoti Balena pareva volerci dire: Ecco quel che resta del tonno.

Finalmente sono riuscita nell' opera di recupero del film promesso e oggi ce lo vedremo con calma

intanto ecco  i vari commenti ricavati da my movies

Trama:


Dopo aver fedelmente servito per decenni Lord Darligton, il maggiordomo Stevens sfrutta i giorni di vacanza concessigli dal nuovo proprietario del castello per recarsi da Miss Kenton, già governante a Darligton House. Ripensando al passato, Stevens si rende conto che l assoluta dedizione al servizio gli ha impedito un autonomia intellettuale e, anche, la capacità di cogliere l occasione dell amore. Da un romanzo di Kazuo Ishiguro, ancora una preziosa ricostruzione d epoca nel film di Ivory, insieme con una forte tensione drammatica sottesa al formalismo vissuto irragionevolmente come religione. E, ancora, una straordinaria prova di attori.


ANTHONY HOPKINS IN UNA DELLE SUE INTERPRETAZIONI PIÙ INTENSE.

Stevens (Hopkins) è stato per trent'anni il maggiordomo di Lord Darlington (Fox), gentiluomo formale e ingenuo e molto influente, che prima della guerra stava dalla parte dei nazisti. Quando Darlington muore la tenuta viene acquistata da certo Lewis (Reeve), americano pragmatico, ma con un suo stile. Stevens si mette così in viaggio per riassumere l'antica governante Sara Kenton (Thompson), che se n'era andata vent'anni prima, per (infelicemente) sposarsi. La ritrova, ma le cose rimangono come sono. Nel frattempo Stevens è stato maggiordomo impeccabile, mancando persino di assistere il padre morente per non compromettere il perfetto servizio di una cena, e ignorando tutto il resto della vita, sentimenti compresi, incapace di giudicare gli errori enormi del suo padrone che, come tale, era sempre dalla parte del giusto. Il maggiordomo sembra vacillare solo quando la governante gli dichiara il suo amore, anche se subito torna formale e non riesce a liberarsi dei lacci. Tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro, il film è indubbiamente seducente. Ambiente, interpretazione, storia, dialogo, tutto perfetto. Del resto il nostro tempo sembra fatto apposta per farsi incantare dall'eleganza, dall'onore, dal senso del dovere, dalla limpidezza dei sentimenti, dalla forma quando aderisce alla sostanza. Efficaci anche le istantanee storiche che mostrano una società inglese snob, distaccata e ingenua e "politicamente dilettante", capace di credere a un ministro tedesco che definisce Hitler un "uomo di pace". 

Recensione di Stefano Lo Verme

Inghilterra, anni '30. Mr. Stevens è un impeccabile maggiordomo che lavora al servizio di Lord Darlington, un influente aristocratico simpatizzante della Germania nazista, nella cui residenza si svolgono incontri diplomatici decisivi per il destino dell'Europa. Legato al suo padrone da una cieca devozione, Stevens sceglierà di non vedere quello che accade davanti ai suoi occhi e di reprimere i propri sentimenti per Miss Kenton, la governante di Darlington Hall.
Dopo aver riscosso un grande successo con una serie di adattamenti cinematografici di classici della letteratura inglese e americana, il regista James Ivory, ancora una volta in collaborazione con il produttore Ismail Merchant, porta sullo schermo l'opera di un autore contemporaneo, il bellissimo romanzo Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, riunendo la coppia già protagonista del precedente Casa Howard, Anthony Hopkins ed Emma Thompson, entrambi candidati all'Oscar. Grazie alla magnifica sceneggiatura della sua collaboratrice Ruth Prawer Jhabvala (ma la versione originale era firmata da Harold Pinter), ad un cast di attori straordinari e al fondamentale apporto delle scenografie di Luciana Arrighi, dei costumi di Jenny Beavan e delle musiche di Richard Robbins, Ivory ci regala uno dei suoi film più intensi e toccanti, un autentico capolavoro all'interno della produzione del regista americano.
La complessa struttura narrativa è suddivisa in due linee cronologiche parallele: il presente, ambientato nel 1958, e il passato (l'Inghilterra degli anni '30, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale), rivissuto in un lungo flashback dal maggiordomo Stevens (Anthony Hopkins, in una delle migliori interpretazioni della sua carriera) attraverso le immagini rievocate dai deserti corridoi di Darlington Hall. Come sempre nelle pellicole di Ivory, anche in questo caso abbiamo un'approfondita analisi delle classi sociali inglesi e della distanza (anche sul piano umano) tra i membri delle diverse gerarchie. In particolare, il film si sofferma sul rapporto tra servo e padrone e su quell'inviolabile senso del dovere e della tradizione che caratterizza sia il maggiordomo, sia la figura di suo padre, e che arriverà a condizionare in maniera ineluttabile l'intera vita di Stevens. Nel personaggio dell'ambiguo Lord Darlington (James Fox), invece, troviamo l'incarnazione di un sistema di valori e di una concezione arcaica della società inesorabilmente destinati al fallimento (le amicizie di Lord Darlington con i nazisti porteranno l'Inghilterra sull'orlo del disastro), e che saranno spazzati via con l'avvento della guerra. E difatti non a caso alla morte del suo proprietario, caduto in disgrazia, la tenuta sarà acquisita da un "uomo nuovo" della politica, il progressista Mr. Lewis (Christopher Reeve).
Ma accanto al discorso storico-politico, imperniato sugli errori della classe dirigente inglese alle prese con la Germania di Hitler, emerge un altro tema centrale della pellicola: la riflessione di Stevens sul proprio fallimento individuale, la sua tardiva presa di coscienza (emblematico in questo senso il rinnegamento del padrone che aveva servito fedelmente per tanti anni) ed il rimpianto per aver soffocato così a lungo l'amore per la brillante Miss Kenton (una splendida Emma Thompson). Il carattere malinconico del personaggio di Stevens viene reso perfettamente attraverso il tono intimista e l'atmosfera crepuscolare del film, insieme con un'eccellente regia e un gusto per la narrazione che sono diventati ormai un marchio di fabbrica del cinema di James Ivory.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Nel 1958, dopo che la tenuta di Darlington Hall, dove ha servito per trent'anni e più, è stata acquistata da un ricco americano (Reeve), un maggiordomo (Hopkins) si rende conto che la sua ammirata fedeltà per il padrone era mal riposta e che nella totale identificazione nel proprio ruolo ha fallito la sua vita. Tratto dal romanzo (1990) di Kazuo Ishiguro, giapponese cresciuto in Inghilterra, e adattato da Ruth Prawer Jabhala che per 30 anni gli ha scritto 2 film su 3, è il più malinconico e amaro dei film di J. Ivory. E il più politico. Ha la struttura di una cipolla, strati da levare, gustandoli, a uno a uno fino a scoprire il cuore che qui è un nocciolo duro: una lucida requisitoria verso una classe, un mondo, un modo di vivere. In letteratura come al cinema c'è differenza tra formalismo e scrivere bene. Ivory scrive bene. E non esiste un modo di scrivere "troppo bene". Ebbe 8 candidature ai premi Oscar tra cui quelle per A. Hopkins, E. Thompson e i costumi di Luciana Arrighi. Non ne vinse uno.

giovedì 4 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri n 1741 "Pretty Cice"

Balena si è autodefinito Dogie o comunque sarebbe di diritto the King, Emma di certo è Lovable, una gatta in grado di non farci rimpiangere il mito di Esserino quanto ad affettuosità e Cice? Alice detta Cice e anche Lana per il vello volto ed anche Marylin per le pose civettuole  bè Cice è Pretty: Pretty Cice.

E tale era Julia nel film che la consacrò alla notorietà. Avremmo voluto presentare "Quel che  resta del giorno" che ci era stato richiesto ma rispettiamo un a regola, presentiamo film che guardiamo anche noi e, purtroppo la nostra unica risorsa per quanto attiene il film è una vecchia videocassetta che ho provato a risanare e convertire con risultati deludentissimi. Stiamo facendo un altro piccolo sgombero e sebbene si tratti del trasloco di una mia amica in pratica risulta più impegnativo del trasporto delle sedie da poco terminato. Così non mi dilungo e dando applicazione a quanto aveva promesso mio fratello per le presentazioni da fare in giornate prive di richieste metto recensione e commento del film che lanciò l' altra regina di Hollywood. A proposito che cosa ve ne è parso della Bullock? Quando potremo seguiremo un po' in parallelo i film delle due.

Pretty Woman mi è sempre piaciuto favoletta leggerina ma una Julia incantevole e un Gere di tutto fascino. Commento da my movies e Morandini

Buon pomeriggio

Dani

INCREDIBILE SUCCESSO DI PUBBLICO, UNA FIABA TRA CENERENTOLA E IL BRUTTO ANATROCCOLO.

Incredibile successo di pubblico, una fiaba tra Cenerentola Il brutto anatroccolo piena di contraddizioni. La trama è presto detta: un manager incontra una prostituta e le dà lezioni di classe, secondo la migliore tradizione di Pigmalione. Come in My Fair Lady le cose non sono semplici. Lei però non vuole tornare indietro e s'innamora; lui, dal canto suo, alla fine di una riunione d'affari decide che lei è la donna della sua vita. Peccato che, nonostante i soldi non possano comprare l'amore, il fascino del denaro di Richard Gere "concorra alla cotta". Si ha quindi l'impressione che ci sia stata, come si sospetta, una manipolazione del copione originale che doveva essere un po' più crudo e meno zuccheroso. 

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Fascinoso uomo d'affari in trasferta a Hollywood conosce simpatica prostituta e la ingaggia per una settimana, insegnandole a vivere nell'alta società. Lei gli fa riscoprire i sentimenti. Fiori d'arancio. Un film zombi, come se lo sceneggiatore J.F. Lawton avesse messo nel computer una mezza dozzina di storie (da Cenerentola a Pigmalione) e ne avesse cavato una nuova, costituita solo di citazioni. Ha fatto di J. Roberts una star.

mercoledì 3 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri 1740 " tutti in partita oggi "

Per la partita odierna siamo in ballo tutti ossia i quattro soliti: io Bobby e gli zii. Consegne ordinarie ma anche un ritiro di 70 sedie da un ristorante che ha chiuso ed ha trovato da piazzarle in terraferma. Credetemi mi piange il cuore quando devo fare di questi traslochi è come un pezzetto di cuore che se ne va e senza voler essere campanilista ma son quasi tutti veneziani doc quelli che chiudono. Nessuno a casa dunque così  posto la presentazione del film a mezzo cellulare sperando vada tutto bene

Buona giornata

Dani


    * * * * -
Locandina Partita a quattro

Una graziosa americana residente in Francia disdegna la corte del ricco principale, ma non sa decidersi tra due compatrioti, un pittore e un autore teatrale, entrambi squattrinati. La ragazza propone allora ai due giovani di vivere tutti e tre insieme escludendo il sesso. Grazie ai suggerimenti dell'amica il drammaturgo ha successo e si reca a Londra. Lui lontano, il pittore e la donna diventano amanti. Il gruppo si scioglie quando anche il secondo artista raggiunge la fama. Allora l'autore torna alla carica e rende all'amico pan per focaccia. Lei allora, per evitare litigi, accetta di sposare il principale.


di Ugo Casiraghi

Questo "progetto di vita" (il termine design allude anche alla professione della donna) è - secondo la commedia di Noel Coward sceneggiata da Ben Hecht - un "triangolo". Non il solito triangolo borghese, però, ma una nuova forma geometrica in grado di preoccupare il puritanesimo Usa e il codice Hays, che infatti nel 1934 sarebbe corso energicamente ai ripari. Un triangolo, nientemeno, che prevede non un uomo e due donne, bensì una donna e due uomini. Una cosa talmente inaudita, che il cinema avrebbe atteso altri ventott'anni prima di riproporla in Jules e Jim (1961) di François Truffaut, non per nulla grande estimatore di Lubitsch. »

di Mario Gromo La Stampa

Ecco ancora «un Lubitsch». Mancia competente era potuto apparire uno dei primi convincenti saggi di teatro filmato, con una finezza e un'eleganza che forse soltanto «un Lubitsch» poteva offrirci. Partita a quattro segue quell'esempio, e in toni ancora più sottili. Ma lo spettatore dal palato grosso, che sta alle apparenze, e vuole la vicenda per la vicenda, si disilluda, questo spettacolo non è per lui. Non vi sono infatti né un atteggiamento, né un volto, né una battuta da prendere alla lettera, da prendere «sul serio». »

martedì 2 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri 1739 " Emma vs. Cice una sfida tra regine"

 Prima di liquidare la lettera Q e passare alla R vorrei esser certo che non ci siano richieste in sospeso o maturate overnight.

 Così posto un mio progettino che avevo in mente da qualche tempo ovvero chi è la regina di Holliwood Julia o Sandra? Parlo ovviamente di Sandra Bullock e Julia Roberts due icone hollywoodiane sia per bravura che per bellezza.

 I siti nei quali si varano confronti e possibilità di votare l' una o l' altra sono innumerevoli ma mi limiterò solo a qualche immagine





A voi l' ardua sentenza ma non senza aver prima seguito un po di recensioni e visto qualche pezzo d' arte delle due.

Inizio con la bullock per doveri anagrafici e non di carriera Sandra ha tre anni in più di Julia  ed ho un film pronto per la nostra sala proiezione. In omaggio a Holliwood oggi popcorn e coca cola anche perché di polenta fritta abbiam davvero fatto indigestione.

Nel frattempo fateci sapere se vi è gradita la presentazione di qualche altro film lettera Q.

Buona giornata da Bobby


ecco "la casa sul lago del tempo"   commento da my movies


COMMEDIA SENTIMENTALE AL LIMITE DEL METAFISICO: AGRESTI RIEMPIE GLI SPAZI CON UNA LOGICA PATINATA.
Recensione di Mattia Nicoletti
venerdì 23 giugno 2006

Kate (Sandra Bullock) e Alex (Keanu Reeves) vivono nella stessa casa ma non si sono mai visti. L'unica via che hanno per comunicare è la cassetta della lettere, che veicola la loro relazione epistolare. Tutto ciò sarebbe impossibile se non vivessero in spazi temporali differenti. Kate nel 2006, Alex nel 2004.
Ispirato a un film coreano del 1998 (Il mare) l'opera di Alejandro Agresti è una commedia sentimentale al limite del metafisico, che analizza la ricerca dell'amore angelicato, conservandone l'aspetto terreno benché temporalmente non allineato. Per procedere alla visione non bisogna assolutamente verificare i rapporti causa-effetto fra passato e futuro (il presente non esiste), per non rischiare di perdere di vista il significato più profondo della storia. Allo spettatore viene chiesto, quindi, di non credere, per poter credere (in questo caso) a quell'amore che nella vita si presenta una volta sola in un tempo ben definito, e che si deve essere capaci di non lasciare andare. Il regista, che prosegue il discorso sugli "amori a distanza" iniziato in Tutto il bene del mondo (in quel caso la lontananza era spaziale), descrive la storia asservendosi ai due protagonisti e alla logica sentimentale hollywoodiana. Pur mantenendo una modalità espressiva epistolare, Agresti riempie però gli spazi con una logica patinata da videoclip che a volte finisce per infastidire.
Le belle facce di Reeves e della Bullock, sufficientemente segnate per manifestare il disagio esistenziale dei protagonisti, guidano la storia, invece di conferirle valore, la livellano, la appiattiscono, facendo credere che l'amore esiste perché esiste S.Valentino. La casa sul lago del tempo è un'occasione persa, un'idea male intesa, che però vale la pena di vedere; soprattutto se si crede che un rimorso sia meglio di un rimpianto e che per giudicare si debba vivere. E, se si parla di cinema, osservare. 


Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

La solitaria Kate, medico con vocazione, lascia con dispiacere la sua rivoluzionaria casa lacustre su palafitte per lavorare in un ospedale della vicina Chicago. Lascia il suo indirizzo affinché il nuovo inquilino le rispedisca la posta in città. Questi è un architetto che ha un motivo speciale per amare la casa: era stata progettata e costruita da suo padre. I due cominciano a scriversi, ma c'è qualcosa che non quadra nelle date: lui vive nel 2004, lei nel 2006. È la prima volta che un paradosso temporale è applicato a una commedia romantica. Non a caso la fonte è coreana (il film Siworae , Il mare ). 1ª regia a Hollywood dell'argentino A. Agresti: non se la cava male, pur con qualche buco e più di un artifizio nel moltiplicare equivoci e coincidenze mancate, e dirige bene i due protagonisti. Sceneggiatura di David Auburn ( Proof ). Consigliabile agli architetti, permette di scoprire le bellezze di Chicago.



lunedì 1 febbraio 2021

fatevi i gatti vostri 1738 " polenta gialla fritta at the Cats Station "

Due giorni fa Murasaki ci ricordava che era scomparsa Cicely Tyson e difatti la cosa, che ci era passata inosservata, veniva così riportata dall' ANSA: 


Addio a Cicely Tyson: l'iconica attrice afroamericana di 'Pomodori verdi fritti alla fermata del treno' (nel minore ma significativo ruolo di Sipsey) che a Broadway e a Hollywood ruppe le barriere della razza in tv, al cinema e a teatro è morta a 96 anni. Lo ha annunciato il suo manager Larry Thompson. Nella sua lunga carriera Cicely Tyson, figlia di una cameriera e di un muratore emigrati dai Caraibi, si era sempre rifiutata di interpretare parti di cameriere, drogate o prostitute, ruoli che giudicava un insulto per le donne di colore. Tra le sue parti in teatro, nel 1961 in 'The Blacks' di Jean Genet a Off Broadway.

    Decenni dopo aveva vinto un Tony come protagonista di un revival di 'The Trip to Bountiful'.

    La Tyson era stata candidata agli Oscar nel 1973 per il dramma di Martin Ritt 'Sounder'. Nel 2018 aveva vinto l'Oscar alla carriera: una prima volta per una donna nera.   

Noi il film lo avevamo visto tanto  tempo fa ma piuttosto in ritardo rispetto alla sua uscita. Doveva infatti essere il 2003 quando lo zio Dante arrivò con scatoloni e sacchi pieni di videocassette e a casa nostra iniziò il rito della visione collettiva con tanto di popcorn, preparati dalla zia, birra per me, Dani e la zia, vino, com' è facilmente immaginabile, per zio Dante che, a tutt' oggi, sostiene che l' abbinamento col vino rende i popcorn assai più sopportabili. Si è fatto anche di meglio concedendo al nostro palato chic  polenta a fette abbrustolita o fette di pane con pomodoro e basilico nella stagione più calda. Col desiderio di rivedere il film, non presente nelle nostre liste, ho incontrato parecchie difficoltà per il reperimento. Il vhs dello zio ormai era aggredito da muffa e alcune parti facevano andare in tilt il videolettore che funziona ancora bene ma pretenderebbe supporti di miglior qualità. Alla fine abbiamo rimediato un dvd a un euro e cinquanta in uno dei tanti mercatini che costituiscono una delle ragioni delle nostre uscite specie durante questi tempi di restrizioni. Sono quasi sempre ospitati all' interno di magazzini grandi o capannoni e il distanziamento è assicurato. Così quando ci annoiamo in casa c'è di solito uno di noi che salta su con la proposta: "Andiamo a farci un giro ai mercatini dell' usato?".

 Zio Dante è sempre d'accordo anche se li trova un po' troppo cari per i suoi gusti. Lui preferisce i cassonetti o il materiale recuperato dalle persone che, per lavoro, svuotano cantine e soffitte. Spende poco e spesso, se gli oggetti sono malmessi, li ottiene in regalo o per un bicchiere di vino, al massimo un grappino. Trovato il film lo abbiamo ripulito (aveva diversi graffi e una buona patina di sporcizia, poi è stato sistemato nella nostra cineteca) oggi dunque pomodori verdi fritti da vedere e polenta fritta in padella qui a ca' de Gatti.

Buona Giornata 

Bobby 

commento da my movies

DUE DONNE, UNA SPECIALITÀ E UN OMICIDIO.


L'anziana Ninny dà una lezione di vita alla triste e in sovrappeso Evelyn, una casalinga non molto felice. Le narra infatti la storia tra due donne: Ruth e Idgie, entrambe desiderose di indipendenza (una dal marito e una dalle coercizioni). Queste ultime negli anni Trenta gestivano il Whistle Stop Cafè, dove una delle specialità erano pomidoro verdi fritti. C'è di mezzo anche un omicidio. Buono il cast, in evidenza soprattutto le due vincitrici di Oscar, Jessica Tandy e Kathy Bathes. Il film però non convince del tutto per la sua natura poco equilibrata di commedia-dramma-giallo. Negli Stati Uniti ha raggiunto un incasso di 100 miliardi di lire. 

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Evelyn (K. Bates), depressa donna di mezza età, incontra in una casa di riposo la vivace ottantenne Ninny (J. Tandy) che le racconta la storia dell'amicizia tra la fiera Idgy (M. Stuart Masterson) e la dolce Ruth (M.-L. Parker) e le drammatiche peripezie che le portarono a gestire insieme il Whistle Stop Café alla fermata di un treno che non c'è più, dove si poteva gustare la specialità locale (i pomodori del titolo). Stimolata dai racconti, Evelyn cambia vita. Tratto dal romanzo di Fannie Flagg (candidato al Pulitzer 1987), è il film di esordio del produttore J. Avnet: costato circa 10 milioni di dollari, ne ha incassati più di 65 solo nel mercato USA. Una storia del profondo Sud tutta al femminile - bravissime tutte - che avvince e funziona, nonostante la furbetta rievocazione di maniera e l'insufficiente sottigliezza nell'analisi del rapporto tra le due ragazze.