giovedì 3 settembre 2020

Fatevi i gatti vostri n 1594 "Un altro bel pezzo di cultura sparisce. Ciao Philippe"

 Abbiamo appreso la notizia ieri sera. Riportiamo le note dell' ANSA.

Ci dispiace parecchio, io lo leggevo e lo ascoltavo con piacere


Dante

Morto lo storico dell'arte Philippe Daverio

Docente e saggista, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, aveva 71 anni

E' morto nella notte a Milano lo storico dell'arte Philippe Daverio. Lo ha reso noto la regista e direttrice del Franco Parenti Andree Ruth Shammah.

Docente e saggista, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, aveva 71 anni. "Mi ha scritto suo fratello stamattina per dirmi che Philippe è mancato stanotte" ha detto Shammah all'ANSA. 

"Amico mio ....il tuo silenzio per sempre è un urlo lancinante stamattina" ha scritto Shammah su Instagram. Ha commentato Emanuele Fiano del Pd: "Andree Ruth #Shammah ci da purtroppo notizia della scomparsa di Philippe #Daverio uomo di grande cultura, simpatia e umanità. Una grande perdita per #Milano e per tutti. Sono molto addolorato per la sua scomparsa. Sia lieve a lui la terra".

"Una gravissima perdita - ha aggiunto il presidente dell'Anpi provinciale di Milano Roberto Cenati - per il Paese, per Milano, per la cultura, per tutti noi".

"Intellettuale di straordinaria umanità - così il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini -, un capace divulgatore della cultura, uno storico dell'arte sensibile e raffinato. Con sagacia e passione, ha accompagnato le italiane e gli italiani nell'affascinante scoperta delle architetture, dei paesaggi, dell'espressione creativa, degli artisti, delle fonti del nostro patrimonio culturale. Tutto questo era Philippe Daverio, un uomo di cui ho sempre apprezzato la grande intelligenza e lo spirito critico e che già manca a tutti noi".

 

"Con Philippe Daverio scompare uno dei grandi protagonisti della vita culturale di Milano degli ultimi decenni". Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha ricordato sulla sua pagina Facebook lo storico dell'arte. "Daverio è stato un innamorato di Milano cui ha sempre dato la forza della sua originalità e della sua competenza, dal Comune alla Scala fino al Museo del Duomo e a Brera. L'ho visto all'opera in tanti frangenti, non sempre ho condiviso le sue posizioni, ma mi ha sempre colpito la sua libertà di pensiero. - ha aggiunto - Soprattutto Milano e l'Italia devono allo spirito internazionale e alla capacità comunicativa di Philippe la sua lotta in difesa del bello e dell'arte del nostro paese di cui fu un instancabile e geniale divulgatore. Grazie, Philippe, and 'save Italy'".

mercoledì 2 settembre 2020

fatevi i gatti vostri n 1593 "il vero Romeo suscita torbide passioni"

Abbiamo ricevuto le foto del vero "Romeo" e, come era naturale, siamo state colte tutte da sindrome di Stenbai ovvero siamo rimaste impietrite senza saper cosa fare  di fronte a siffatta leggiadria. Dantino lo ha già rimesso a posto di motore e, all' alba lo ha portato fino in campagna dove tiene il camper ed ha il box in lamiera, non lontano dall' ormeggio della sua barca, in pratica dove nella fiction dimorerebbe il protagonista del giallo che per ora langue. Questo posto viene usato per svolgere la maggior parte dei  lavori danteschi mentre quelli in cui servono strumenti di maggior precisione vengono fatti a casa perché non si fida a lasciare tali attrezzi a distanza. 
Nella foto. il piccolo Romeo è accanto al ciao col quale Dante ha fatto ritorno. Il Ciao di solito lo tiene lì per viaggiare dal camper alla barca.




Tenere un motorino a Venezia non è facile, la circolazione è proibita anche alle bici ma ci sono solo un paio di ponti per raggiungere casa di Holly e quindi il ciao messo in modalità bici e spinto a mano si può portare senza troppa fatica fino alla nostra cantina, dopo aver raggiunto in moto Piazzale Roma luogo dove si fema la civiltà della ruota e inizia quella del remo.
Dicevo che Romeo ha suscitato in noi ragazze iniziale stupore seguito da passionale concupiscenza. 
La trecciuta Veronese dovrà tirar fuori le arti di Circe se vorrà placare le sue torbide voglie montandolo. Sappia costei che  prima ci siamo noi tutte, prenotate da tempo e disposte finanche a qualsiasi trasgressione ci venga da lui proposta. Ivi comprese: impennate in partenza, triangolo (lui con due passeggere), semafori a luci rosse e quant'altro la sua fantasia sappia tirar fuori. Speriamo si astenga dalle 50 sfumature di olio perché secondo il Kamamoto Sutra ciò non è segno di buona efficenza del motore o di miscela troppo grassa.
Siamo certe che Dante ne farà un gioiellino. Per il momento lo ha già rimesso in moto e romba che è un piacere. Non sa ancora se lo riporterà come era in origine appena uscito dalla casa bolognese dei fratelli Po che vi installavano un affidabile motore Minarelli oppure se deciderà per un tuning e lo trasformerà in una piccola Harley Davidson con tanto di borse in cuoio. Non sarebbe male usarlo d'estate sul litorale livornese con una canottiera alla Bay watch un paio di occhialini alla Lennon e un caschetto in pelle.
L'attesa  non sarà breve, ad essere ottimiste facciamo un forecasting per l' estate prossima ci consoliamo quindi con i nostri nuovi accessi in cineteca. 

Dei tre films, richiestici da Murasaki,  purtroppo solo due funzionano, il terzo "la cuoca del presidente" non si vede. Abbiamo dato voce ad amici e collezionisti per una copia fruibile. 
Infine: Non abbiamo avuto risposte o almeno poche, sull' interesse o meno per Divorce (serie) con Sarah Jessica Parker, affrettatevi a farcelo sapere.
Mi pare di aver detto tutto.

Ecco per oggi la città incantata con recensione tratta come sempre da my movies
Baci Zanza

Uno dei film più interessanti della cinematografia 
nipponica recente ha dovuto attendere la conquista 
dell'Oscar per il miglior film d'animazione per poter
 accedere ai nostri schermi. 
Il film è stato premiato al
Festival di Berlino con l' Orso d'oro

ALLEGORIA DELLA VITA, DELLA 
CRESCITA E DELLA PERDITA IN UNA DELLE FIABE 
PIÙ VISIONARIE DI MIYAZAKI.
Recensione di Emanuele Sacchi

La piccola Chihiro non sopporta l'idea di traslocare e di perdere i propri amici, ma non può far niente per impedirlo. Proprio quando la famiglia è in viaggio verso la nuova casa, il padre imbocca una strada sterrata che termina davanti a un tunnel misterioso. I genitori sceglieranno di attraversarlo nonostante le rimostranze di Chihiro, per giungere a un parco dei divertimenti abbandonato, almeno apparentemente.
Il titolo più celebrato - un Orso d'Oro e un Oscar - e forse amato del corpus miyazakiano, quello destinato a mettere d'accordo tutti, dai fan agli amanti occasionali del lavoro del regista giapponese. Giunto dopo le fatiche de La principessa Mononoke e dopo uno dei molti annunci di ritiro infine non concretizzatisi, La città incantata sintetizza con un linguaggio sempre più ricco i temi cari sin dagli inizi di carriera al regista, calandoli in un contesto totalmente fiabesco e allegorico. Il lato visionario si scatena grazie alla molteplicità di forme assunte dai diversi spiriti che abitano le terme di Yu-baba, le musiche di Hisaishi Joe sono tra le più struggenti mai ascoltate e la narrazione coniuga in maniera esemplare le esigenze di entertainment - travolgente il dinamismo delle sequenze di azione, come quella di Haku inseguito dagli omini di carta animati - e i momenti più intimisti, in cui Chihiro trova il tempo di riflettere sulla sua condizione e di comunicare empaticamente con il pubblico, aiutandolo a comprendere l'universalità del messaggio del film. Ogni dettaglio dello sfondo o personaggio apparentemente minore assume vita e senso propri, nel décadrage meticoloso di uno scenario corale che si ramifica per poi ricongiungersi, ritrovando il filo proprio quando sembrava prevalere un nuovo spunto.
Miyazaki rilegge Lewis Carroll, ha detto qualcuno, ma di fronte a un nuovo classico ha poco senso enumerare gli antecedenti: la forza de La città incantata è infatti tale da porlo come esempio a pieno titolo di racconto pedagogico contemporaneo, allegoria della crescita e della perdita (così inizia la storia, con un biglietto di addio) sotto forma di fiaba, in cui il piano superficiale di lettura non deve compromettere in alcun modo la godibilità della sua fruizione per poter veicolare i propri simbolismi. In un periodo di tempo, indeterminato come le regole del mondo degli spiriti, Chihiro vive un viaggio interiore ed esteriore che è quasi un trailer, una versione condensata, della vita destinata ad attenderla.
Irta di difficoltà e di dispiaceri (la perdita di persone care), di ipocrisia e grettezza (le rane al servizio di Yu-baba), di trasformazioni e maturazioni (il Senza-volto): amore, lavoro e senso di responsabilità si succedono sotto forma di prove, a cui Chihiro viene più o meno consapevolmente sottoposta prima di acquisire una nuova saggezza. Come la Dorothy che torna da Oz, così Chihiro non dimenticherà mai il suo viaggio incantato né la lezione ad esso sottesa, facendone tesoro per affrontarne uno ancor più incerto e pieno di incognite. E salire così su un treno dalle tappe meravigliose che procede, inesorabilmente, in una sola direzione. 

martedì 1 settembre 2020

fatevi i gatti vostri 1592 " tra Santo Spirito e via Laura Firenze 1976"

Film complesso e controverso che vidi senza capillo e che mi prometto di rivedé, con l' occasione presente.
My movies spende poche parole e fa bene" perché con Fellini" come sostenne Dantino che lo portò come autore anche all' esame di storia del cinema con Pio Baldelli "si rischia sempre o di veder troppo o troppo poco".  Dante ricorda che richiesto di un commento personale sul grande regista  disse le stesse parole oltre quarant'anni fa in via Laura mentre sosteneva  l' esame di storia del cinema che si poteva dare  fuori facoltà presso Scienze Politiche. Fin lì Dante, durante l' esame, s' era arrampicato sulli specchi perché, sebbene amasse r cinema aveva passato la notte a sta dietro a Stefania la sua ragazza di allora, bellissima ma strafattissima e irriducibile nel suo perseverare nel buco e nelle menzogne. L' esame lo aveva preparato in tre giorni e proprio la notte in cui doveva rispassare, l'aveva trascorsa a cercalla in giro per Santo Spirito, allora principale piazza di spaccio di Firenze. Quando la trovò l' istinto fu quello di portarla fino casa a forza di  pedate ner culo perché gli aveva rubato le ultime 50000 lire che servivano per arrivare in fondo al mese. Poi siccome era un gentiluomo si limitò a recitarle una cinquantina di volte una litania retta da una variante binomia che andava da "stronza" a "pezzo di merda". Alla fine reagirono i compagni di buco di lei e a quer punto Dante trovò r su sfogo. Sebbene fossero in discreto numero li picchiò tutti ordinatamente r deocraticamente e quando pensava che uno avesse avuto una parte più esigua degli altri lo rialzava di peso da terra come un sacco e ricominciava. Ovviamente nessuno tra quelli che si erano affacciati ala finestra chiamava i carabinieri, era da  solo e quei tossici che appestavano la piazza stavano sulle palle a tutti, né pensavano a chiamarli i tossici che avevan già una lunga lista di precedenti e poco importava loro che  Dante fosse portato al fresco se era certo che sarebbero finiti in sua compagnia. Riuscì a fermarlo solo don Cuba il prete di Santo Spirito che con Cuba Isola aveva poco a che fare ma si chiamava Danilo Cubattoli e di lì il nome. "Via giù smetti caro, hai ragione ma ora basta" gli disse,"se ammazzi qualcheduno poi domani come fai a guardatti alo specchio?" Dante a quell' epoca era irruento ma la testa gli funzionava e si calmò, raccattò Stefania come se fosse una balla di cenci e la riportò a casa. La perdonò anche se di lì a poco avrebbe dovuto ammettere la propria sconfitta in una battaglia che con tutto il cuore avrebbe desiderato vincere. Con qualche moina  quarche abbraccio e forse anche un po'ina di topa che un guasta mai ner fa pace, la nottata finì tranquilla ma l' esame un era stato ripassato e Dantino si dovette presentà, all' indomani, forte solo di quello che gli era restato ammente e un era tanta roba. S'era dunque rimasti al punto in cui tra balbetti e omissini Dante aveva raccontato quarcosa tenendosi opportunamente sul vago per timore che un approfondimento lo facesse scivolare irrimediabilmente. Fu in quel momento che Baldelli che era più bono der pane, col proposito di aiutallo ni chiese: "al di là della critica ufficiale mi pol dire  qualcosa che lei trova nell' opera di Fellini, che cosa vede tra le righe?" E dante pronunciò le fadidiche parole: "Eh cosa vole che gli dica Professore, con Fellini si rischia sempre o di veder troppo o troppo poco".  Baldelli si scosse dal suo abituale  fare assorto, era molto impegnato politicamente e chissà a cosa pensava, poi disse: "Interessante, veramente interessante, questo che ha detto riscatta tutto il suo esame. Le interessa per caso  la lode?" (a chi rispondeva sì faceva una serie di domande di approfondimento) E  Dante rispose:" no no professore  la dia pure  a un altro che magari ne ha bisogno".
Baldelli allora rise e disse" non so quanto abbia studiato giovanotto e non so quanto in realtà sappia di Fellini ma mi pare che del mondo conosca più di tutti quelli che mi son passati davanti finora perché in due parole mi ha dipinto varie categorie di imbecilli".
E a detta di  Dante quelle parole furono meglio della lode e senza dubbio uno dei meglio complimenti che avesse ricevuto.

Zanza
nota di redazione
Il post è toccato scrivelo ammé per via dela lingua ma ir fatto l' ha raccontata lui ar telefono a Dani che gli aveva chiesto che cosa si potesse mettere come storiella abbinata al filme di Fellini. Visto che si parlava di Fellini e che il filme ce lo ha chiesto la nostra Proffe fiorentina Murasaki, ammé e a Dani c'è sembrato carino addoprà la storiella fornitaci da Dantino. Del resto,  come avrete visto, un si vole fare solo un blogghe di filmi e commenti ai filmi ma ci piace mantenere la tradizione della novella quotidiana, o guasi, arricchita poi dalle acquisizioni che fa la nostra cineteca. Dani ha registrato il raccontino e Dante quando racconta le cose è  come se le scrivesse quindi la mia restituzione narrativa ha apportato pochissime correzioni a quanto narrato. Ho solo sistemato alla meglio i tempi narrativi della vicenda.

LE DONNE SECONDO FELLINI.

Un cinquantenne donnaiolo, Snaporaz, abborda in treno una bella sconosciuta e la segue. Capita a un congresso femminista dove viene aggredito e dileggiato. Fugge e arriva in casa di un campione di maschilisti fallocrati, Katzone, che ha amato un'infinità di donne, ma ora è anche lui sulla difensiva. Snaporaz rivive come in un incubo i suoi rapporti con l'altro sesso, dai primi turbamenti dell'infanzia alle esperienze sessuali, a un matrimonio ormai stanco. L'avventura è sempre più allucinante. Alla fine si sveglia: è stato tutto un sogno. Sul tema fisso della donna, Fellini improvvisa una variopinta cavalcata di immagini. C'è tanta carne al fuoco e non sempre di prima scelta, in compenso lo spettacolo è sempre all'altezza dei tempi belli. Un grande autore che forse non ha più nulla di nuovo da dire dopo trent'anni ad altissimo livello, ma che sa trattare a meraviglia la sua materia. 


Diario di bordo di un esploratore (Snaporaz = Mastroianni = Fellini) nel suo viaggio sul Pianeta Donna, ma anche tentativo di autoritratto in forma di fantasia onirica, sincero di quella sincerità che in F. Fellini è sfilata, festa, carosello, bella confusione. Di straordinaria ricchezza inventiva, è anche un film sul cinema in chiave di memoria. Film passionale più che ideologico con la forza, e i limiti, di chi si mantiene nell'area autobiografica. Scritto con B. Zapponi e B. Rondi. 4 Nastri d'argento: regia, fotografia (Giuseppe Rotunno), scene (Dante Ferretti), costumi (Gabriella Pescucci). Musica: Luis Bacalov. Il Leitmotiv è di Meri Lao.