Come vi ho scritto l'altra settimana comincio finalmente a ruavere qualche notizia di Dante, al momento pare tutto preso nella sua resurrezione come fotografo. Credo lo gratifichi un po' il fatto che la direttrice della galleria d'arte veneziana l'abbia preso un po a benvolere, forsanche dopo l'infelice sortita con la quale ha speigato la genesi della fotografia "nodo di luce". Si tratta di una mostra distribuita nel lungo periodo, un idea genialoide, la signora Adele, che peraltro è molto amica della critica Rossana Valenti Franchi (acuta commentatrice dell' opera dantesca) ha una sorta di corridoio stretto e lungo in una calle sperduta del sestriere di castello. Come dire che non ci passa nessuno. Tuttavia quell' angusto corridoio è di sua proprietà e ha deciso di trasformalo in galleria d'arte. Al momento il tema è la fotografia concettuale. Vari artisti espongono una loro opera ogni settimana. Quindi allo scadere della settimana l'opera cambia. La foto concettuale resterà il motivo trainante fino a pasqua. Dante non è stato chiama per meriti passati ma per aver lavorato al restauro di quell'angusto budello. Ne ha tirat fuori una cosa decentissima e la signora adele è rimasta entusiasta del risultato e anche del prezzo decisamente troppo onesto, ma Dante è fatto così si vergogna a chiedere soldi. Quando Dante si è trovato a fissare i cavetti per le prime opere ha detto ad Adele, Belle, boia dé anche io m'ero appassionato a sta roba quando fotografava. Accesa la curiosità Adele ha voluto vedere qualcosa, l'ha mostrata anche all'amica Rossana per un giudizio e pare che la Valenti abbia avuto na sorta di sindrome di Stendhalle. Accaparratelo subito pare che abbia detto perché questo signore non si deve sciupare le mani coll'intonaco e la calcina questo ha un occhio che sfonda e un dito che eternizza. Ora se dante fosse stato ne su cenci oserei dire che la Valenti a occio e croce gli avesse preso le misure e ci avesse fatto un pensierino. Ma Dante ormai corre verso gli ottanta e la signora Valenti ne ha poco più di trenta quindi absit iniuria verbis et mentis. Io queste cose un le dovrei nemmen pensare. Se non che il secondo quadro esposto è questo e come lo ntitola sto pezzo di cacata? "La Rossa" poi a me in segreto mi confessa ar telefano che gli è sovvenuto leggendo i mi post su Ettì la mi amica artificiale venuta da Andromenda o di perlaggiù.
LA ROSSA
autore: Dante Davini Diversi
Fotografia digitale, 2026
Canon EOS 5D reflex
Il monocromo ha una lunga storia nell'arte del Novecento. Da Malevic a Klein, da Manzoni agli straordinari lavori di Alfonso Fratteggiani Bianchi nella Collezione Panza (dove il pigmento steso a mano su ardesia trasforma la superficie in evento tattile e contemplativo) generazioni di artisti hanno esplorato il potenziale espressivo del colore puro, liberato dalla forma e dalla rappresentazione.
L'autore di quest'opera compie, nondimeno, un gesto di natura diversa. Non costruisce il monocromo attraverso la pratica pittorica. Lo trova. O meglio: lo estrae. Da un cartellone pubblicitario visto per strada. Come se il rosso puro fosse già lì, nascosto dentro il rumore visivo della città, e bastasse isolarlo, fotografarlo, restituirlo alla sua essenza per farlo diventare opera.
È operazione che ha più a che fare con Duchamp che con la tradizione pittorica del monocromo. Non è creazione ma scoperta. Non è artigianato ma appropriazione. L'artista non dice "guarda cosa ho fatto" ma "guarda cosa ho visto". E in questo spostamento - dal fare al vedere - sta tutta la differenza concettuale.
Perché il rosso pubblicitario (quello che dovrebbe vendere un prodotto, attirare l'attenzione, essere funzionale) viene qui sottratto alla sua funzione commerciale e restituito alla pura contemplazione estetica. Come se l'autore avesse compiuto un gesto di salvataggio: ha preso quel rosso dalla strada, dall'economia, dalla pubblicità, e l'ha liberato. Gli ha dato diritto di esistere solo come rosso. Senza dover vendere niente. Senza dover significare niente.
E in questo c'è una forma di poesia urbana che si distanzia dal lirismo del monocromo pittorico tradizionale - elegante e raffinato gesto artistico.Dove la pittura costruirebbe il colore con pazienza, strato dopo strato, infondendovi l'arte del maestro, qui il rosso è catturato in un istante. Click. Fotografia. E quella velocità, quella immediatezza, quella mancanza di labor limae non è debolezza ma strategia precisa: l'opera non vuole essere preziosismo artistico ma gesto concettuale rapido. Un ready made cromatico.
Il gradiente luminoso, dall'oscurità in alto verso la chiarezza in basso, non è effetto cercato in fase di ripresa ma caratteristica già presente nel cartellone originale (probabilmente dovuta a illuminazione irregolare o degrado del materiale pubblicitario). L'autore non lo corregge. Lo accetta. Anzi, lo sceglie. Perché quel gradiente trasforma il rosso piatto in rosso che respira, che ha profondità, che sembra muoversi. E questa accidentalità controllata - il caso che diventa scelta è parte integrante del progetto.
Resta però una domanda: cosa separa questa fotografia di un rosso pubblicitario da un semplice campione colore? Cosa la rende opera e non documentazione? La risposta sta nel titolo: La Rossa. Non "Rosso #FF0000" o "Campione cromatico 1". La Rossa. Femminile singolare. Personificata. L'autore non sta catalogando un colore. Sta estrapolando qualcuno. E con quel nome, il rosso astratto diventa presenza concreta. Diventa una lei misteriosa. Chi? Non importa. O meglio: importa forse solo all'autore. Per tutti gli altri resta il mistero di un rosso che è anche un nome. Di un colore che è anche un corpo. Di un'assenza che diventa presenza.
E forse è proprio questo il punto di forza dell'opera rispetto alla tradizione del monocromo: dove la pittura costruisce superfici pure, astratte, universali, qui il monocromo è biografico. È legato a una storia personale, a un'emozione privata, a qualcuno che l'autore ha visto o immaginato in quel rosso. Non è astrazione assoluta. È ritratto astratto. E questa contraddizione ritrarre qualcuno attraverso il colore puro, raccontare una storia attraverso il vuoto è ciò che rende l'immagine emotivamente efficace oltre che concettualmente coerente.
Il monocromo fotografico non compete con quello pittorico. Lo affianca da un'altra prospettiva: non quella di chi costruisce il colore ma quella di chi lo trova, lo isola, lo nomina. E in questo gesto rapido, quasi predatorio strappare un rosso alla strada e farlo diventare La Rossa c'è tutta la forza di un artista concettuale .
Rossana Valenti-Franchi
Critica d'arte e studiosa di fotografia contemporanea
I redattori per favore scrivano come commento a questo primo mio. Gli altri lettori iniziando altri commenti come ar solito grazie Zanza on liaine tutto il pomeriggio e la sera.
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