domenica 15 febbraio 2026

fatevi i gatti vostri n. 2137 " Lèvatelo ti fa il nodo"

Battuta questa non  livornese ma fiorentina. Piuttosto ermetica. Per arrivare tuttavia alla spiegazione del titolo sibillino devo mettervi al corrente che Dante ha partecipato a un concorso fotografico veneziano ed ha vinto, con questa sua bizzarria. Metà del merito secondo me è della curatrice critica Rossana Valenti Franchi che ha incoronato il lavoro del nostro con l'allegata recensione. 

Prima la foto: titolo Nodo di Luce

Fotografo Dante Davini Diversi

Canon 5D reflex



ecco il vero capolavoro:

Nodo di Luce

Fotografo Dante Davini Diversi

Canon eos 5D reflex

febbraio 2026


C'è un momento, nella pratica fotografica, in cui l'oggetto ripreso cessa di essere ciò che è per diventare ciò che la luce decide che sia. Questa immagine ne è dimostrazione radicale: una corda - materia povera, fibra tessile, oggetto d'uso - smette di pesare, smette di essere tattile, e diventa puro evento luminoso.
Il bianco è violento. Non nel senso dell'aggressione, ma della necessità. È un bianco che sfonda i limiti dell'esposizione fino a mangiarsi i dettagli, fino a cancellare la texture del cordame per restituire solo l'idea della forma: un nodo. Ma quale nodo? Non quello del marinaio, non quello pratico. Questo è il nodo che la luce fa con se stessa quando non sa dove andare - si attorciglia, si ripiega, cerca una via d'uscita che non c'è.
E qui sta il paradosso formale dell'opera: l'autore ha fotografato qualcosa di materiale (la corda) per mostrarci qualcosa di immateriale (la luce intrappolata). Come se avesse catturato un fulmine a mezz'aria e gli avesse imposto di stare fermo, di farsi guardare, di accettare la gravità terrestre almeno per il tempo dello scatto.
Il contesto - terra scura, foglie secche, erba spenta - non è decorativo. È necessario. Serve da contraltare ontologico: il pesante contro il leggero, il morto contro il vivo, il bruno contro il bianco accecante. Senza quel fondo organico e silente, il nodo non sarebbe luce ma solo sovraesposizione fotografica. Invece, adagiato lì come un corpo estraneo caduto dal cielo, diventa presenza inquietante. Qualcosa che non dovrebbe essere dove è. Un'anomalia.
L'artista - che in altre opere, pittoriche oltre che fotografiche, lavora per velature, per stratificazioni, per nascondimenti progressivi - qui fa l'opposto: brucia via tutto ciò che non è essenziale. Non c'è sfumatura. Non c'è transizione. C'è il bianco totale del nodo e c'è il resto del mondo. E tra i due, una linea di demarcazione netta come un taglio.
È fotografia che si avvicina pericolosamente alla visione mistica: come guardare direttamente una cosa che emette più luce di quanta l'occhio possa sopportare. Come fissare il sole, ma il sole ha preso la forma di un nodo e si è posato per terra, temporaneamente disponibile allo sguardo umano prima di tornare altrove.
Non è un caso che l'autore abbia scelto proprio il nodo come soggetto. Il nodo è l'opposto della linearità, del percorso diretto. È complicazione, intrico, ritorno su se stessi. È la forma che prende la materia quando vuole trattenersi, quando non vuole scorrere via. E qui, questo trattenimento diventa luminoso. La luce - che per definizione scorre, fugge, non si ferma mai - è costretta a rimanere. Annodata.
C'è qualcosa di violento e insieme di tenerissimo in questa immagine. Violento perché quel bianco fa male agli occhi, perché è troppo. Tenerissimo perché quel nodo sembra quasi un gesto protettivo: la luce che si abbraccia da sola, che si stringe, che cerca di non disperdersi.

Rossana Valenti-Franchi
Critica d'arte e studiosa di fotografia contemporanea



e fin qui ci sta tutto. Dante da sempre è buon fotografo e da 50 anni porta in tasca la tessera da fotoreporter di Stampa alternativa. Lui è uno che le foto e i reportage li fa. Non la usa per passare gratis ai concerti come fan tanti.

La critica secondo me è raffinata, ha visto tutto e di più specie stando a quanto Dante, richiesto durante la premiazione  su che cosa lo avesse ispirato,  ha detto: Tanti anni fa studiavo a Firenze e lavoravo da un corniciaio c'era vicino un fabbro e il ragazzo di bottega era un simpatico vecchietto ottuagenario di nome Alfredino. Ogni tanto qualche imbecille tentava di pigliallo pel culo con qualche battutaccia e lui che era di risposta pronta vociava: Levatelo ti fa il nodo sottintendento levatelo dal culo altrimenti ti si annoda come un cazzo di cane. Questo è Dante una volta che lo mettano sul piedistallo sa lui come scendere subito


Bona Domenica


Zanza

1 commento:

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