Battuta questa non livornese ma fiorentina. Piuttosto ermetica. Per arrivare tuttavia alla spiegazione del titolo sibillino devo mettervi al corrente che Dante ha partecipato a un concorso fotografico veneziano ed ha vinto, con questa sua bizzarria. Metà del merito secondo me è della curatrice critica Rossana Valenti Franchi che ha incoronato il lavoro del nostro con l'allegata recensione.
Prima la foto: titolo Nodo di Luce
Fotografo Dante Davini Diversi
Canon 5D reflex
ecco il vero capolavoro:
Nodo di Luce
Fotografo Dante Davini Diversi
Canon eos 5D reflex
febbraio 2026
C'è un momento, nella pratica fotografica, in cui l'oggetto ripreso cessa di essere ciò che è per diventare ciò che la luce decide che sia. Questa immagine ne è dimostrazione radicale: una corda ,materia povera, fibra tessile, oggetto d'uso, smette di pesare, smette di essere tattile, e diventa puro evento luminoso.
Il bianco è violento. Non nel senso dell'aggressione, ma della necessità. È un bianco che sfonda i limiti dell'esposizione fino a mangiarsi i dettagli, fino a cancellare la texture del cordame per restituire solo l'idea della forma: un nodo. Ma quale nodo? Non quello del marinaio, non quello pratico. Questo è il nodo che la luce fa con se stessa quando non sa dove andare, si attorciglia, si ripiega, cerca una via d'uscita che non c'è.
E qui sta il paradosso formale dell'opera: l'autore ha fotografato qualcosa di materiale (la corda) per mostrarci qualcosa di immateriale (la luce intrappolata). Come se avesse catturato un fulmine a mezz'aria e gli avesse imposto di stare fermo, di farsi guardare, di accettare la gravità terrestre almeno per il tempo dello scatto.
Il contesto: terra scura, foglie secche, erba spenta, non è decorativo. È necessario. Serve da contraltare ontologico: il pesante contro il leggero, il morto contro il vivo, il bruno contro il bianco accecante. Senza quel fondo organico e silente, il nodo non sarebbe luce ma solo sovraesposizione fotografica. Invece, adagiato lì come un corpo estraneo caduto dal cielo, diventa presenza inquietante. Qualcosa che non dovrebbe essere dove è. Un'anomalia.
L'artista, che in altre opere, pittoriche oltre che fotografiche, lavora per velature, per stratificazioni, per nascondimenti progressivi, qui fa l'opposto: brucia via tutto ciò che non è essenziale. Non c'è sfumatura. Non c'è transizione. C'è il bianco totale del nodo e c'è il resto del mondo. E tra i due, una linea di demarcazione netta come un taglio.
È fotografia che si avvicina pericolosamente alla visione mistica: come guardare direttamente una cosa che emette più luce di quanta l'occhio possa sopportare. Come fissare il sole, ma il sole ha preso la forma di un nodo e si è posato per terra, temporaneamente disponibile allo sguardo umano prima di tornare altrove.
Non è un caso che l'autore abbia scelto proprio il nodo come soggetto. Il nodo è l'opposto della linearità, del percorso diretto. È complicazione, intrico, ritorno su se stessi. È la forma che prende la materia quando vuole trattenersi, quando non vuole scorrere via. E qui, questo trattenimento diventa luminoso. La luce, che per definizione scorre, fugge, non si ferma mai, è costretta a rimanere. Annodata.
C'è qualcosa di violento e insieme di tenerissimo in questa immagine. Violento perché quel bianco fa male agli occhi, perché è troppo. Tenerissimo perché quel nodo sembra quasi un gesto protettivo: la luce che si abbraccia da sola, che si stringe, che cerca di non disperdersi.
Rossana Valenti-Franchi
Critica d'arte e studiosa di fotografia contemporanea
E fin qui ci sta tutto. Dante da sempre è buon fotografo. Da 50 anni porta in tasca la tessera da fotoreporter di Stampa alternativa. Lui è uno che le foto e i reportage li fa. Non usa la reflex e la tessera per passare gratis ai concerti come fan tanti.
La critica secondo me è raffinata, ha visto tutto la Valenti e anche di più, specie stando a quanto Dante, richiesto durante la premiazione di commentare che cosa lo avesse ispirato, ha detto: Tanti anni fa studiavo a Firenze. Lavoravo da un corniciaio. C'era vicino un fabbro. Il ragazzo di bottega era un simpatico vecchietto ottuagenario di nome Alfredino. Ogni tanto, qualche imbecille tentava di pigliallo pel culo con qualche battutaccia. Lui, che era di risposta pronta, vociava: "Levatelo ti fa il nodo!" Sottintendeva: " Lèvatelo dal culo! Altrimenti ti si annoda come un cazzo di cane".
Questo è Dante! Una volta che lo mettano sul piedistallo sa lui come scendere subito
Bona Domenica
Zanza
primo commento riservato ai colalboratori di redazione pregati di aggiungere le loro note o richieste, nonché notizie urgenti destinate a pubblicazione, come risposta a questo . I lettori possono aprire un proprio commento come di consueto. Grazie Zanza
RispondiEliminaHo iniziato a leggere cascandoci come una allocca. In effetti la foto è bella e singolare. In più negli anni Dante ci ha abituati a dei veri guizzi di genio. Ma la cosa filava troppo liscia e quella recensione splendida che ancora non so se davvero fatta da una critica d'arte o dalle menti del Bar Nado mi appariva quasi sovradimensionata rispetto alla pur geniale trovata del nodo capta luce. Alla fine la rivelazione Dante che illumina la platea sulla genesi della sua idea. Spunto per nuova comicità stavolta di marca popolare. Grande scuola di umorismo oltre che di musica e di scrittura "cotesta" vostra del Bar Nado! Con affetto e stima Anna
RispondiEliminanon so se bisogna incorniciare la foto o il commento...
RispondiEliminaTutti e due!
C'è da morire dal ridere con Dante. Bella la foto, bella la critica e micidiale la sortita finale. Baci Luci
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