domenica 8 novembre 2020

Fatevi i gatti vostri 1658 "alba in laguna"

Sono uscita in barca da sola questa mattina e ho già raggiunto San Giuliano dove alle 7 devo caricare un pesante tagliacarte per una tipografia che deve necessariamente metterlo in uso questa mattina. Ho deciso di offrirmi volontaria perché il trasporto vale 150 euri e non si possono lasciar lì ma allo stesso tempo  la zia e Dante meritano di riposare almeno la domenica e mio fratello e Martina...anche.

Sebbene abbia ormai il brevetto come pilota motorista, lo presi durante la malattia di zia Holly per poterla sostituire e possa dunque condurre in autonomia il grande mototopo  col quale lavoriamo sono ben lungi dall' avere l esperienza e l occhio della zia o l' onniscenza tecnica e meccanica dello zio. Zia Holly vede un possibile ormeggio a cento metri e mi dice "ci fermiamo lì"  certa di entrarci. Io nemmeno quando arrivo sul posto son certa di farcela.Lo zio ha uguale abilità  ma deve sempre trovare un pretesto  per sacramentare  all indirizzo umano e divino." Bada te come l hanno messa quella patanella questi incapaci! Ruba tre posti accidentalloro  e alle su madonne" madonne che ovviamente non son mai vergini e integre specialmente laddove finisce la schiena. Però  come il motore o l' invertitore cambiano suono tende l orecchio e ti dice:  "vai vai non è niente è una boccola ma poi la sistemo a comodo"  Se però ti dice" fermati abbiamo preso qualcosa nell' elica" fai bene a fermarti subito perché  di certo  una busta di plastica o un pezzo di cima sono stati risucchiati dalle pale e si stanno avvolgendo all' asse. Io cerco di imparare da tutti e due ma senza stressarmi troppo.  Mi piace pilotare quando i canali sono liberi e ci si può  godere la giornata che inizia o la sera che cala. Il barcone fila via bene tengo il motore al minimo e mi godo la laguna avvolta da una nebbiolina rosa mi sembra di rivivere qualcosa simile all' inizio del film la tempesta perfetta quando il Capitan Tyler/Clooney sta uscendo dal porto  certo siamo nella laguna di Venezia e non sull' oceano e io faccio trasporti con un magnifico barcone da carico  ma amo sentirmi al timone e guardare la mia città che resta alle spalle mentre mi allontano e una sensazione di serenità mi pervade  domina le mie abituali inquietudini.

Buona Domenica 

Dani

Ieri sera piena di sensi di colpa per essermi scordata del post fin quasi a sera ho ricercato e trovato il film 21 grammi il peso dell ' anima richiesto da Eliana. Sarà  disponibile in cineteca dopo le 9 di questa mattina



INTERPRETATO MAGISTRALMENTE DAI TRE PROTAGONISTI, UN FILM RICCO DI EMOZIONI DRAMMATICHE CHE NON LASCIA INDIFFERENTI.
Recensione di Manuelle Le Rhun

Middle America. Un ex malavitoso Jack Jordan (Benicio Del Toro) torna a casa in macchina per la festa del suo compleanno. Troppo veloce in una curva investe e uccide un padre con le sue 2 bambine. Nonostante la sua sofferenza, Cristina (Naomi Watts) concede il dono del cuore di suo marito. Il felice beneficiario di questo dono, Paul (il bravissimo Sean Penn) rinasce una seconda volta e si allontana da sua moglie (Charlotte Gainsbourg) per andare alla ricerca della donna che il suo nuovo cuore aveva amato fino all'incidente.
Ecco presentato in lineare la trama di un film denso che ruota, come fa il montaggio, intorno alle vicende devastanti dei 3 protagonisti che provano a ritrovare il senso della loro vita. Scavando profondamente nel dramma, il film tratta di molti (troppi) argomenti: fanatismo religioso, inseminazione artificiale, dono di organi, aborto, vendetta, ingiustizia della sorte, moralità, paura della morte e peso della propria vita: 21 grammi (dicono che sia il peso che perdiamo al momento della morte!) nella bilancia con il peso della vita dei propri cari. Interpretato magistralmente dai 3 protagonisti, questo film ricco di emozioni drammatiche sconcerta di sicuro ma non lascia indifferenti. Resta però una domanda: 21 grammi è (s)montato senza logica temporale per metterci nella stessa confusione mentale dei 3 personaggi principali (come nel film Memento) o per dare un tocco originale ad un film con dei temi che non lo sono più? 

Sei d'accordo con Manuelle Le Rhun?
WINNER
COPPA VOLPI MIGLIORE INT. MASCHILE
FESTIVAL DI VENEZIA 2003

Recensione di Francesca Pellegrini
lunedì 18 ottobre 2004

Le vite di tre persone: Paul, Jack e Christina si intrecciano dando origine ad una storia drammatica ma al tempo stesso ricca di speranza e di amore. Il giovane regista Inàrritu, dirige una pellicola particolarmente originale ma alquanto spiazzante per lo spettatore, a causa della sua narrazione volutamente frammentata. 21 grammi e' il peso che si perde al momento della morte; molti sostengono che sia il peso dell'anima. Un titolo sconcertante per un film denso di emozione. Il cast e' da Oscar!

Recensione di Andrea Chirichelli
venerdì 9 gennaio 2004

Il processo di cooptazione, da parte di Hollywood, nei confronti dei più talentuosi registi internazionali, porta spesso questi ultimi a castrare, disperdere e sacrificare la propria visione del cinema, sacrificandola sull'altare del business e dello star systems. Verhoeven ed Emmerich sono gli esempi più evidenti di questo triste fenomeno. L'attesa per la seconda opera (si sa, la più difficile) del regista brasiliano Inarritu, autore del capolavoro Amores Perros, datato 2001, aveva raggiunto picchi notevoli non solo per la naturale curiostà di vedere nuovamente all'opera un così originale e feroce narratore delle umane miserie, ma anche perché stavolta, il teatro della tragedia era lontano dal suo paese d'origine.
Fortunatamente, tutto stavolta è filato liscio.
21 Grams, pur con le sue piccole imperfezioni, è un film potente, drammatico, angosciante, capace come poche altre pellicole di trattare la morte e lo strazio che ne consegue in maniera asetticamente umana. E non stupisca il potenziale paradosso. Le reazioni alle peripezie del terzetto Watts, Penn e Del Toro potranno essere molto variegate tra gli (si spera numerosi) spettatori che avranno il coraggio (e ce ne vuole) di sopportare il viaggio di 120 minuti agli inferi proposto da Inarritu.
21 Grams è triste, molto triste. Il titolo, che prende spunto dal fatto che, all'istante del decesso, ogni essere umano perde 21 grammi, incrocia tre storie disperate, unite dalle conseguenze di un tragico incidente stradale, elemento portante e caratterizzante anche del primo film del regista. Nel film c'è tutto. Vita, morte, riflessioni su Dio e la religione, sulla ineluttabilità del fato, sul destino ed i tragici o meravigliosi scherzi che ci propone, sull'amore, la droga, il sesso. Forse troppi temi buttati sul piatto, ma, incredibile dictu, tutti trattati in maniera essenziale e coerente. Il film è asciutto, puntuale, preciso, e la scelta di utilizzare la crema degli interpreti "off" di Hollywood si rivela molto felice.
Tutti gli attori sono assolutamente straordinari, impossibile fare una scala di valori: se Penn ha giustamente vinto un premio a Venezia come migliore attore, sarebbe veramente deprimente vedere i Globe o l'Academy snobbare le performance della Watts (bellissima), del polveroso Benicio Del Toro, e diciamolo, anche di tutti i comprimari che permettono alla pellicola di rasentare l'eccellenza.
Il montaggio, che spezza le trame e mescola tempi e spazi, tende inizialmente a confondere lo spettatore ma permette, una volta annodati i primi fili della storia, di aumentare il patos ed il coinvolgimento. Purtroppo, il confine tra dramma e melodramma è labilissimo ed in certi (pochi) punti, anche il rigore di Inarritu viene blandito dallo scorrere di una serie di avvenimenti se non improbabili, certamente forzati(come la improvvisa e annientante passione tra la Watts e Penn).L'economia del film non ne risente particolarmente, ma qualche integerrimo e radicale cultore delle reazioni causa -effetto potrebbe storcere il naso.
21 grammi, a dispetto del titolo resta un titolo di enorme peso nella cinematografia recente. Graziato da una colonna sonora toccante e da un fotografia attenta a cogliere dettagli, particolari e sfumature, è una pellicola che sarebbe, specie dopo questo annientante natale, delittuoso perdere.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Un incidente stradale a New Mexico in cui Cristina Peck perde marito e due figlie fa incrociare la sua vita con quella di Jack Jordan, pregiudicato responsabile della tragedia, e quella di Paul Rivors, professore di matematica al quale viene trapiantato il cuore del defunto, coinvolgendola in una burrasca di amore, vendetta e redenzione. 21 grammi è - si dice - il peso che si perde quando si muore. Quanto pesano 21 grammi? Un po' come nell'esordio di Amores perros - che gli valse l'ingaggio a Hollywood - il 2° LM del messicano González Iñárritu ha una struttura narrativa coniugata al presente in cui s'innestano frammenti del passato e del futuro. Nella sceneggiatura di Guillermo Arriaga la tematica filosofico-religiosa è assai ambiziosa: una storia di agonia e rinascita imperniata sui rapporti tra destino e libero arbitrio. Provvidenza (cattolica) e caso, presenza e silenzio di Dio. Sebbene valga più del suo sceneggiatore, il regista ha la sua parte di responsabilità nella mescolanza di astuzia, banalità, facilità di Arriaga. "Tutto già detto, eppure tutto vibrante, forse troppo: Iñárritu regge lo sforzo ma gonfia le vene e rischia il collasso" (M. Causo). Coppa Volpi a Venezia per l'ottimo Penn, ma Del Toro e soprattutto la Watts sostengono il confronto.



sabato 7 novembre 2020

fatevi i gatti vostri 1657 "i bagordi rendon sordi"

Abbiamo tutti mangiato e bevuto troppo e per poco non ci scordavamo del Post. Per fortuna i è arrivato il messaggio di Zanza che chiedeva timidamente se ci pensassi io.

E allora faccio in tempo a metterlo in cineteca e a inserire qui il commento di my movies

Lo troverete verso le 19

Buona serata 


Dani


FIABA TETRA E GOTICA 
ANIMATA CON 
MALINCONIA DA 
TIM BURTON.
Recensione di Davide Morena

Se avete amato Nightmare before Christmas non c'è molto da sapere sul nuovo film d'animazione diretto da Tim Burton e Mike Johnson se non l'orario di proiezione nella vostra sala abituale.
Il film è animato, come il suo predecessore, in un misto di 2D, 3D e passo uno (i pupazzi di plastilina, per capirci) e come quello è ambientato in atmosfere tetre e al tempo stesso grottesche. Voci e personalità dei protagonisti (nella versione originale) sono quelli di Johnny Depp, Helena Bonham Carter ed Emily Watson, mentre la musica è ovviamente firmata da Danny Elfman, fido collaboratore di Burton.
La trama: Victor sposerà Victoria alla cieca, lui figlio di borghesi arricchiti, lei di nobili decaduti. Alle prove per il matrimonio Victor palesa tutta la sua goffaggine ma Victoria si innamora lo stesso di lui, ricambiata. Il giovane si rifugia nel bosco per esercitarsi con la formula di matrimonio, e preso dall'enfasi infila l'anello in un ramo che spunta dal terreno. Il ramo è in realtà il dito di Emily, la sposa cadavere, che reclama ora Victor come suo legittimo marito. A Victoria, intanto, i genitori hanno già trovato un nuovo sposo, il misterioso Lord Barkis.
Che altro dire? Il paragone con Nightmare before Christmas è inevitabile, e perso su molti fronti. La sposa cadavere è spassoso, meno legato alle canzoni nell'economia complessiva, ma ricco di colori più morbidi che rendono il bar frequentato dai defunti un posto da cercare immediatamente dopo esser trapassati. I personaggi sono divertenti, e anche se probabilmente Victor non potrà mai ambire alla fama di Jack Skellington, di sicuro saprà farsi amare nella sua adorabile sbadataggine. Infine, se La sposa cadavere vince sul fronte dello sviluppo della trama, che era l'unica toppa (nel finale) del suo predecessore, deve cedere il passo in quanto a fluidità dell'animazione.
Paragoni a parte, La sposa cadavere è una nuova perla che Tim Burton inanella nella sua filmografia, un altro regalo ai bambini di 40 anni che da piccoli avevano paura del buio, ma non riuscivano a fare a meno di perdercisi. 


Francesco Rufo
venerdì 10 luglio 2009

La sposa cadavere si basa su uno dei fulcri della poetica di Tim Burton, l’esaltazione dei reietti, degli emarginati, della diversità, dell’alterità. La normalità si oppone alla diversità, ma può definirsi solo attraverso la diversità. Ogni identità è anche alterità, e viceversa. L’identità è materiata di alterità, l’altro fa parte del sé. L’alterità suprema è la morte, e il film mostra il contrasto e al contempo l’intima relazione che esiste tra la morte e la vita. La normalità non può esistere senza la diversità, l’identità non può esistere senza l’alterità, la vita non può esistere senza la morte. In La sposa cadavere, il mondo dei vivi e quello dei morti sono tra loro in opposizione, ma nel corso del film comunicano, e nel finale s’incontrano, si scoprono inscindibili, complementari. Uno dei cardini del film è il ribaltamento delle tradizionali visioni del mondo dei vivi e di quello dei morti. Il mondo dei vivi è cupo, livido, funereo, dominato da egoismo, avidità, malvagità; i vivi hanno corpi compatti, rigidi; il loro mondo si basa sul tempo immobile della ripetizione. Il mondo dei morti è vitale, festoso, luminoso, dominato da libertà, creatività, amore; i morti hanno corpi scomponibili come giocattoli; il loro mondo si basa su un tempo in continuo movimento. Emily è l’unico personaggio che riesce a uscire da entrambi i mondi, trasformando il proprio corpo in una miriade di farfalle che volano in un luogo altro, un altrove che non coincide con nessuno dei due mondi, e in un tempo altro, la vera eternità. Il film è realizzato, come Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, con la tecnica della stop-motion. Questa tecnica, basata sull’uso di pupazzi, oggetti e set concreti, reali, consiste nel girare a ogni ripresa brevi pezzi di film (fino a un solo fotogramma), modificando nelle pause la posizione degli oggetti ripresi; a ogni cambio di posizione segue un’altra breve ripresa (un altro fotogramma). La successione delle riprese crea l’illusione del movimento continuo. I due film di Burton in stop-motion sono la realizzazione dell’utopia della creazione di movimento e di mondo. La sposa cadavere cita il corto La danza degli scheletri, di Ub Iwerks, la prima delle Silly Symphonies, la serie di corti ideati da Disney, fondati sulla fusione tra animazione e musica, realizzati tra il 1929 e il ’39.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

In una cittadina europea dell'ultimo Ottocento Victor è spinto dai genitori, borghesi arricchiti, a sposare Victoria, figlia di nobili decaduti. Tra i due, comunque, nasce l'amore. Mentre in un cimitero il giovane ripassa la formula del rito nuziale, Emily, sposa cadavere, lo scambia per il suo promesso sposo e lo trascina in un oltretomba assai più allegro e vitale del mondo dei vivi. Nel frattempo Victoria sta per essere data in sposa al bieco Barkis, ex promesso sposo e assassino di Emily. Un tempestivo incontro tra vivi e morti fa trionfare la giustizia e l'amore. Ispirato a una fiaba popolare ebraica russa, sceneggiata da Caroline Thompson, Pamela Pletter e John August, il 2° lungometraggio d'animazione di T. Burton - che fece il suo apprendistato da Disney - "ha il nitore, la leggerezza e l'esattezza di un classico " (M. Fadda). Omaggio implicito a The Skeleton Dance (1929) di Ub Iwerks, la 1ª delle disneyane Silly Symphonies, è un piccolo capolavoro ricco di qualità: fluida struttura narrativa; equilibrio tra toni lirici e cadenze comiche, tenerezza e ironia; sagace disegno dei 120 personaggi/pupazzi. Il tutto è sostenuto da una tecnica prodigiosa, frutto di 3 anni di paziente lavoro collettivo. Girato senza cinepresa negli studios Three Mills di Londra in 36 set, isolati l'uno dall'altro da spesse tende nere. La stop motion (un movimento, un fotogramma) è ottenuta con immagini colte da macchine fotografiche digitali, dotate di bracci articolati, pilotati dal computer, che riprendevano i pupazzi (quasi 500). Già animatore nei precedenti Tim Burton's The Nightmare Before Christmas (1993) e James e la pesca gigante (1996), M. Johnson è promosso alla coregia. La voce originale di Victor Van Dort è di Johnny Depp.

venerdì 6 novembre 2020

fatevi i gatti vostri 1656 " corro a prendere Bobby"

 Come da titolo, poi vi racconto

Dani

il film sarà pronto dopo le 13 commento da my movies

DAGLI STESSI PRODUTTORI 
DE LE CRONACHE DI 
NARNIA, UNA NUOVA 
STRAORDINARIA 
AVVENTURA.
Recensione di Mattia Nicoletti
giovedì 22 marzo 2007

Jesse è un ragazzino che ha un amore per il disegno e la pittura. La famiglia e la scuola, però non gli danno credito e, spesso, è irriso da qualche bulletto di classe. L'improvvisa e magica amicizia con Leslie lo conduce in un mondo di fantasia, dove la creatività può essere liberata.
La Disney è da sempre stata maestra nel genere per famiglie, e questo viaggio nel fantastico, ha la particolarità di non essere contaminato da incantesimi potteriani ed esseri ultraterreni, ma si basa principalmente sulla capacità umana di immaginare. Il piccolo e classico scuolabus in cui si verificano gli scontri più accesi si confronta con gli spazi aperti del bosco, mettendo in parallelo acerbe ostilità e amicizia universale. È forse la semplicità di questa opera a essere vincente, perchè gli effetti speciali, sono presenti, ma con moderazione, per lasciar parlare l'umanità. Il regno di Terabithia è il prodotto della fantasia di due ragazzi, che immaginano tutto ciò che vedono.
Nell'evoluzione di questo genere cinematografico, c'è un aspetto da non sottovalutare. È come il film veicola un messaggio parlando ai giovani e agli adulti, innalzando la solita morale a qualcosa di più concreto, in una società in cui i confini fra adolescenza e maturità sono labili e quasi scompaiono per la velocità di crescita forzata dall'effetto dei media.
Di conseguenza, Un ponte per Terabithia non è un percorso verso uno scontato lieto fine, ma un cammino verso una luce, un'apertura che ha il sapore di un piccolo sogno. 


Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Jess e Leslie s'incontrano a scuola. Lei ama inventare storie fantastiche, lui disegna benissimo. Entrambi non si sentono abbastanza capiti da genitori distratti. Per difendersi dall'emarginazione scolastica e dal bullismo di cui sono vittime, creano un mondo fantastico, il regno di Terabithia, dove sono re e regina e dove vivono incredibili avventure. La tragedia riporterà bruscamente Jess alla realtà. Dal romanzo (1977) per ragazzi di Katherine Paterson, che lei scrisse per aiutare suo figlio David (che ha sceneggiato il film) a elaborare il lutto per la morte di un'amica, l'esordiente di origine ungherese G. Csupo ha realizzato la storia di un'amicizia e di una perdita, di un viaggio iniziatico che è metafora del passaggio dall'infanzia all'età adulta, che "è una delle sorprese più belle e profonde della stagione. E a misura di ogni pubblico, pur trattando temi tutt'altro che facili" (F. Mazzarella). Gli effetti speciali sono raffinati, le scenografie (R. Gillies) sofisticate, i personaggi fantastici - disegnati da un artista russo - efficaci e magici, i due giovanissimi interpreti (J. Hutcherson si era già fatto notare in Innamorarsi a Manhattan ), affiatati e credibili.

giovedì 5 novembre 2020

fatevi i gatti vostri n 1655 "viaggi senza ritorno...forse"

Sono felice perché sto riuscendo a reperire quasi tutti i titoli che avevate selezionato dalla lista 2 Novembre. Una nota per "Harold e Maude" richiestomi da Lucia Albertini di Milano: il film era già stato presentato e acquisito dalla cineteca il 15 giugno scorso.

Nel caso ci siano più persone che desiderano rivederlo posso metterlo di nuovo in cineteca. Se invece interessasse alla sola Lucia, farò in modo di farglielo recuperare singolarmente. Dato che l' operazione implica differenti procedure a seconda del nuero dei richiedenti, per cortesia, tutti gli  eventuali interessati, esclusa naturalmente Lucia che mi ha già fatto la richiesta, mi segnalino il loro interesse con un messaggio in calce al post odierno.


Il film di oggi mi è stato richiesto dalla nostra Prof. Murasaki che non so se sia a casa in smart working oppure in classe con mascherina, in ogni caso i nostri affettuosi auguri a Lei e ai suoi studenti.


Ecco la presentazione di Departures  col commento di my movies

la pellicola dopo le 08:00 sarà 

disponibile in cineteca.

Buona Giornata da

Dani


VINCITRICE DEL PREMIO 
OSCAR COME MIGLIOR FILM
 STRANIERO, UNA STORIA 
DELICATA CHE RIFLETTE 
SULLA MORTE CON 
CORAGGIO E 
CONSAPEVOLEZZA.
Recensione di Nicoletta Dose
venerdì 1 maggio 2009

Dopo lo scioglimento dell'orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d'origine. Assieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko), docile e mansueta come poche, si trasferisce nella sua vecchia casa in campagna alle porte di Yamagata. Qui comincia a cercare lavoro e si imbatte in un annuncio interessante, raggiunge l'agenzia e scopre che i viaggi dell'inserzione non sono vacanze alle Maldive ma dipartite nel mondo dell'aldilà. Titubante all'inizio, si lascia convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki (Yamazaki Tsutomu), e ritrova il sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l'identità del suo nuovo mestiere, scappa di casa e lo abbandona solo in paese, dove in molti cominciano a snobbarlo. Ma il destino sta nuovamente per sorprenderlo, costringendolo a fare i conti con il passato, la morte della madre e l'allontanamento precoce del padre, fuggito chissà dove e mai più rivisto.
Il rito della deposizione - la cura del nokanshi - è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l'estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Quando Daigo legge l'annuncio sul giornale, viene sedotto dalla parola 'partenze' e crede di candidarsi per un lavoro in un'agenzia di viaggi. In quel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell'ultima delicata riconciliazione con il defunto. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, già alle prese con la celebrazione delle esequie in The Funeral di Juzo Itami, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, dice molto più di lunghe prediche sacerdotali.
Il rapporto con un padre assente, l'amore incondizionato per la figura materna e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista conosce così i suoi limiti, accetta di non essere un musicista talentuoso, abbandona le vecchie abitudini e scopre un'incredibile vocazione per l'arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L'espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza.
Malgrado poi la sceneggiatura scelga di sottolineare i passaggi con simbolismi semplici, un po' troppo esplicativi e chiarificatori, come la pietra regalata dal genitore che ritorna puntualmente ad ogni risoluzione di conflitti (tra padre e figlio, tra moglie e marito), il film ci accompagna per mano in un viaggio fatto di dignità e rispetto. Senza virtuosismi di macchina o eccessi estetizzanti, ci lascia, alla fine, con una conquista in più, raccontandoci emozioni e sentimenti a misura d'uomo. 



Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

Giovane violoncellista rimasto senza lavoro torna con la moglie nella città natia, nella casa della sua infanzia. Accetta un posto di cerimoniere funebre: lavare, vestire, truccare e sistemare i defunti nella bara. Inizi difficili, esperienze traumatiche, il disagio di non rivelare alla moglie il mestiere che fa per permetterle di continuare gli studi. Ma grazie al vecchio istruttore impara l'antica dignità del suo compito, una migliore conoscenza di sé stesso, l'occasione di rappacificarsi con il passato, il conforto ai parenti dei morti, la capacità di convivere con il dolore. Film dolente e intenso nella sua analisi, particolarmente significativo per gli spettatori che in Occidente vivono in una cultura incline all'inutile rimozione della morte, spesso incapaci di darle il rispetto e l'onore che merita. Ha il suo culmine emotivo nella morte del padre, che aveva abbandonato il protagonista bambino. La commozione è sempre controllata, sublimata negli intermezzi musicali al violoncello. Fotografia: Takeshi Hanada. Musiche: Joe Hisaishi. Oscar 2008 per il miglior film straniero.


mercoledì 4 novembre 2020

fatevi i gatti vostri 1654 "scacco al covid"

Speriamo che il titolo sia di buon vaticinio. Per ora è il covid a tenere in scacco noi.

Sto pensando al film che sto per inserire  inserire e Mumble Mumble mi pare mi pare mi pare di ricordare che sul Settimo Sigillo di Bergman fosse stato fatto un post dallo zio che considera quel film un capolavoro. Eppure...eppure non lo trovo in ogni mia ricerca tra i materiali archiviati ne lo zio rimembra se sia mai stato esso il film in visione. Se avete memoria migliore della mia ditemi. 

Comunque:

Visto che il prof. Martinelli sottoscrive il fatto che si tratta di film che non può mancare in una cineteca che voglia dirsi tale.

Visto che il tema della morte che passa  e falcia vite è attuale e che Zaia usa il termine partita ogniqualvolta vuol definire un confronto, sia esso col virus, che con le responsabilità che col governo centrale

Visto infine che qui gli scacchi son di casa e che lo zio Dante è impegnatissimo nei preliminari del Campionato Europeo di scacchi per corrispondenza ( tra l' altro in classifica è messo piuttosto bene)

Visto tutto ciò ed avuto il placet del Gato Dogie Serenissimo

decido di acquisire la suddetta pellicola per la cineteca di Esserino.

Come avrete capito dall' orario in cui posto, anche oggi sono in affanno. Con domani il picco del lavoro scemerà fino quasi, credo, a chiusura. Bobby e Marty arrivano Venerdì mattina.

Ecco il film, visibile tra circa mezz'ora dalla pubblicazione di questo post.

Commento di my movies

Buona Giornataù

Dani


UN VERO CAPOSALDO DI 
RAPPRESENTAZIONE 
EPICA, UN TESTO 
DECISAMENTE
POLIEDRICO.
Recensione di Giancarlo Zappoli

Il cavaliere Antonius Block sta facendo ritorno al proprio castello con il suo scudiero dopo aver partecipato alla Crociata in Terra Santa. L'incontro con un personaggio dal mantello nero determinerà il resto del viaggio. Si tratta della Morte che accetta una sfida a scacchi rinviando quindi il suo compito. La partita ha inizio ma poi il viaggio riprende. Sul percorso Block incontrerà una coppia di attori con il loro bambino, una strega e altri personaggi. La peste intanto sta mietendo vittime ovunque.

"E quando l'agnello aperse il settimo sigillo, si fe' nel cielo un profondo silenzio di mezz'ora. E vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio, e furono date loro sette trombe poi un altro angelo si fermò davanti all'altare con un turibolo e gli fu data gran quantità d'incenso. E allora il primo angelo die' fiato alla tromba, e ne venne grandine e fuoco misto a sangue e così furono gettati sopra la terra, e la terza parte della terra fu arsa, e la terza parte degli alberi fu arsa, e fu arsa l'erba verdeggiante. E quindi il secondo angelo die' fiato alla tromba e una specie di grande montagna di fuoco ardente fu gettata in fondo al mare, e la terza parte del mare diventò sangue... E anche il terzo angelo die' fiato alla sua tromba. E dall'alto del cielo cadde una stella grande, ardente come fiaccola. La stella si chiamava Assenzio..." Con queste parole vengono tradotti i versetti 1-11 del capitolo 8 dell'Apocalisse di San Giovanni nella versione italiana del film.

È da qui che deriva il titolo che Bergman dà a uno dei film più noti in assoluto della sua filmografia. Perché moltissimi, prima o poi, hanno finito con il vedere la scena in cui il cavaliere Block gioca a scacchi con la morte ma anche molti non hanno mai visto il film per intero. Non hanno potuto quindi valutarne la complessità che non è riducibile a una sola, seppur emblematica, scena. Perché il regista svedese, figlio di un pastore protestante, si interroga a livello altissimo sul silenzio di Dio e su ciò che sarà dell'uomo dopo la sua dipartita da questo mondo ma lo fa attraverso una varietà di registri diversi. Mette a confronto le due letture dell'esistenza (cavaliere e scudiero) offrendo all'uno e all'altro argomentazioni ma amplia lo sguardo anche su altre tematiche.

L'artista che così bene ha saputo descrivere le tensioni della coppia contemporanea ce ne presenta una per cui vale la pena anche perdere la partita con la Morte pur di garantirle una via di fuga. Il regista teatrale riflette sul potere che la rappresentazione (anche dell'ultimo passaggio della vita) ha avuto in campo artistico. L'uomo 'politico' mostra la devastazione della peste ma pensa ad altre più recenti ed immani tragedie. In definitiva Il settimo sigillo si rivela, ad ogni rilettura, un testo decisamente poliedrico. 

Recensione di Stefano Lo Verme

Il cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle crociate in compagnia del fedele scudiero Jons, sul proprio cammino si imbatte nella Morte, che è venuta a prendere la sua anima; per guadagnare tempo, Block sfida la Morte ad una partita a scacchi, mettendo in palio la sua stessa vita. Intanto, durante il viaggio verso casa il cavaliere si imbatte in un'umile famiglia di saltimbanchi e decide di scortarli fino al proprio castello.
Presentato al Festival di Cannes nel 1957, Il settimo sigillo è stato il primo grande successo internazionale del mitico regista svedese Ingmar Bergman, l'opera che l'ha consacrato presso la critica e il pubblico come uno dei maggiori cineasti della nostra epoca. Tratto da un atto unico teatrale scritto dallo stesso Bergman, Pittura sul legno, e girato a basso costo in appena un mese, il film (il cui titolo è tratto da un verso dell'Apocalisse, riferito all'apertura dei sette sigilli nel giorno del Giudizio Universale) è entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per la celeberrima partita a scacchi tra il protagonista e la Morte, rappresentata come una sinistra figura incappucciata e avvolta in un lungo mantello nero, secondo la tradizionale iconografia medievale; una scena cult che diventerà ben presto oggetto di citazioni e parodie, fra cui quella realizzata da Woody Allen nel suo Amore e guerra.
Ambientato nella Svezia del XIII secolo, il film è raccontato attraverso il punto di vista del cavaliere Antonius Block, interpretato dall'attore Max von Sydow (nome d'arte di Carl Adolf von Sydow), accompagnato dal suo scettico e agnostico scudiero Jöns (Gunnar Björnstrand). Block è un nobile e valoroso guerriero rientrato in patria dopo aver combattuto nelle crociate, il cui animo è però turbato da inquietudini esistenziali e domande alle quali non riesce a dare risposta. Tema centrale della pellicola è proprio la ricerca di Dio, un Dio invisibile che pare indifferente alle suppliche dei suoi figli. Ingmar Bergman dipinge un Medioevo oscuro e violento, con un paese sconvolto dalla pestilenza e dal caos nel quale imperversano il terrore e il fanatismo religioso, come evidenziano in maniera esplicita le sequenze del corteo dei flagellanti e della ragazza bruciata sul rogo sotto l'accusa di stregoneria. La narrazione alterna sapientemente i registri del tragico e del comico, grazie alla presenza di alcuni personaggi burloneschi e di intermezzi da commedia, fino a sfiorare addirittura il limite del grottesco. Non mancano inoltre numerosi simbolismi e richiami pittorici all'arte scandinava.
Come in moltissime altre sue opere, anche qui Bergman si interroga sui complessi temi della fede e del rapporto tra Dio e l'uomo, e sulla nostra naturale paura della fine e dell'ignoto, che qui trovano una suggestiva personificazione allegorica nella Morte (Bengt Ekerot). Eppure, Il settimo sigillo non è soltanto un film sulla morte, ma è innanzittutto una profonda riflessione sulla vita e sul suo significato. E Antonius Block, incapace di risolvere i propri dubbi su Dio e sull'anima, riceverà all'improvviso la risposta che attendeva grazie all'incontro con una comune famiglia di saltimbanchi, che nella loro semplicità e nel loro spirito di comunione fraterna riusciranno a dare un senso al suo percorso umano e spirituale; al punto che, in conclusione, Block sceglierà di sacrificare se stesso per consentire agli amici di sopravvivere. Indimenticabile il finale della pellicola, con la Morte che guida la processione dei defunti lungo il pendio di una collina, mentre i saltimbanchi osservano da lontano le loro sagome danzanti.

Su MYmovies il Dizionario completo dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini

In compagnia di uno scettico e pragmatico scudiero (Björnstrand), il cavaliere Antonius Blok (von Sydow) torna dalle Crociate tormentato dai dubbi. Si trova in un paese dove imperversano la peste e il fanatismo e incontra la Morte (Ekerot) che lo sfida a scacchi. Una famiglia di saltimbanchi gli fa tornare la fiducia. È, in definitiva, un'allegoria scandinava sull'uomo in cerca di Dio con la morte come unica certezza. Come negli spettacoli medievali, il tragico convive con il comico. Ispirato a Pittura su legno , atto unico dello stesso Bergman, fu girato a basso costo in 35 giorni interamente in studio. Non privo di pecche né di negligenze, non zoppica da nessuna parte ed elabora il suo tema con desiderio e passione: "È una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me fin dall'infanzia" (I. Bergman). Anche perciò, forse, "attraversò il mondo come un incendio".


martedì 3 novembre 2020

fatevi i gatti vostri 1653 "di corsa come un orsa".

Avete mai visto correre un orsa? Vi assicuro che va veloce. Scusatemi ma è una giornata nata di corsa e a Venezia significa correre a piedi o con la barca a tutta. Credo di aver reso l' idea. Approfitto di una breve pausa pranzo per buttar giù queste poche righe col telefonino. Ho trovato diversa roba tra i films richiesti ma l' unico che posso mettere al momento è COCO, scelto da Eliana. In serata vedrò d organizzare il materiale disponibile. Vi saluto e continuo a correre.
Il film Coco sarà in cineteca dopo le 14,30. Il commento è di My movies
Buona giornata 

Dani

Ha vinto 2 Premi Oscar, ha vinto un premio ai Golden Globes, ha vinto un premio ai BAFTA, ha vinto 2 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Producers Guild

LA PIXAR S'IMMERGE IN 
UN'ALTRA CULTURA 
PER RIBADIRE IL SUO 
NUCLEO TEMATICO 
DI SEMPRE: PER QUESTO 
COCO È UN FILM 
DIVERSO EPPURE 
DI FAMIGLIA.
Recensione di Marianna Cappi
lunedì 18 dicembre 2017

Miguel è un ragazzino con un grande sogno, quello di diventare un musicista. Peccato che nella sua famiglia la musica sia bandita da generazioni, da quando la trisavola Imelda fu abbandonata dal marito chitarrista e lasciata sola a crescere la piccola Coco, adesso anziana e inferma bisnonna di Miguel. Il giorno dei morti, però, stanco di sottostare a quel divieto, il dodicenne ruba una chitarra da una tomba e si ritrova a passare magicamente il ponte tra il mondo dei vivi e quello delle anime.
Diverso eppure di famiglia, è questo l'effetto che fa Coco alla prima visione. La Pixar si inoltra in un territorio finora inesplorato, immergendovisi in profondità, eppure ovunque, nel film, risuona un'aria di famiglia, con echi di Up e Inside Out, o forse un unico gene responsabile, che è dentro tutti i figli della lampadina salterina, ed è quello della rimembranza.

Qui il concetto è declinato nell'accezione di rievocazione e preso in maniera letterale.

Mentre, durante la festa dei morti, il paese di Santa Cecilia (e il Messico tutto) allestisce altari nelle case e illumina i cimiteri per accogliere la visita dei famigliari defunti, Miguel si trova a compiere un percorso che trasforma quella tradizione lontana in qualcosa di reale, di personale e di urgente, una questione di vita e di morte (appunto), e impone l'importanza del ricordo tra le priorità della vita, anche di un giovanissimo come lui.

L'immersione dei creatori di Coco nell'universo messicano del Dìa de Los Muertos è un'immersione totale, che ingloba la storia ma anche l'aspetto visivo del film e ne rispetta e riproduce la varietà intrinseca. Come la folk art messicana legata a questa ricorrenza varia da comunità a comunità e presenta una gamma ampissima di figure e materiali differenti, così Coco mescola le tonalità al neon degli alebrijes (vero tocco magico del film) con la ritrattistica fotografica, il cinema indigeno, Frida Khalo e il suo debordante mito (altro tocco spassoso), l'estetica musicale e quella carnevalesca.

C'è tanta trama, c'è una vicinanza tematica stretta con "Il libro della vita" prodotto nel 2014 da Guillermo Del Toro, c'è l'eco di Tim Burton, e, a volte, può sorgere il dubbio che tanto scoppiettare di colori e corse contro il tempo possa servire a coprire la mancanza di quelle piccole perle di genialità nella semplicità, quelle palline blu tristezza e giallo gioia, quelle porte in infinita sequenza, che, in altri film Pixar, ci hanno stretto con una mano il cervello e con l'altra il cuore. Però Coco fa una cosa importante, che non ha solo a che vedere con un lavoro di reale (e non superficiale o funzionale) esplorazione di un'altra cultura, ma con un'incursione in un territorio misterioso, il post mortem, che è un luogo della vita di tutti, adulti e bambini.
In questo senso, la continuità con Inside Out è forte e evidente: dopo aver fatto i conti con la matassa ingarbugliata delle emozioni, il tempo si è rivelato maturo per guardare con "spirito" avventuroso e commovente dentro un altro fitto mistero, quello della mortalità; e la celebrazione messicana, fatta di musica, colori e leggende a carattere familiare, si è rivelata, per questo fine, un sentiero luminoso ed efficace. 

Sei d'accordo con Marianna Cappi?
UN RAGAZZO SOGNA DI DIVENTARE UN MUSICISTA, PER LA PRIMA VOLTA UN FILM DISNEY-PIXAR AFFRONTA UN ARGOMENTO COMPLESSO, VARCANDO LA SOGLIA CHE SEPARA IL MONDO DEI VIVI E QUELLO DEI MORTI.
Overview di Marianna Cappi

Il cinema d'animazione, lo sappiamo, ha tempi diversi da quello che utlizza attori e ambienti reali e per questo non è raro che un "nuovo" progetto affondi in verità le radici in un tempo non recentissimo. Nel caso di Coco, il film Disney-Pixar che si ispira alla festività messicana del Giorno dei Morti, e che uscirà non a caso nel mese di novembre, si deve guardare indietro di sette anni per individuarne la genesi.
Chiuso il terzo capitolo di Toy Story, infatti, nel 2010, il regista Lee Unkrich (Alla ricerca di NemoMonsters&Co.) si mette al lavoro sulla storia del dodicenne Miguel, figlio di calzolai, cui è proibito far musica a causa delle malefatte di un antenato musicista. Quando però, per l'appunto nel Giorno dei Morti, Miguel si ritrova a suonare la chitarra del defunto Ernesto de la Cruz, viene magicamente trasportato nell'aldilà e costretto a risolvere gli antichi e mai sopiti problemi di famiglia. Qui ritroverà anche un grande affetto, la nonna, Mama Coco.

Se leggendo queste poche righe di sinossi la vostra mente è stata visitata dal ricordo dell'ambientazione di "Grim Fandango", videogioco di culto di qualche decennio fa, o di The Book of Life ( Il libro della vita ), il film diretto da J.R. Gutierrez e prodotto, tra gli altri, da Guillelmo del Toro, non siete gli unici.

Anche in quel caso, Manolo Sanchez, ragazzino con la musica nel sangue ma promesso ad una carriera da matador, intraprendeva un viaggio nella Terra dei Dimenticati, per riportare in vita la sua innamorata in una dinamica apertamente shakespeariana. Il film di Unkrich parte però da un terreno molto diverso, estraneo per origine alla cultura latina, e alle prese per la primissima volta -per quel che riguarda la filmografia Pixar- con un cast interamente sudamericano. Il colosso Disney, inizialmente, non si è mosso con tatto su questo terreno, facendo infuriare molti, specie sui social, con la richiesta di comprare la dicitura "Dia de los Muertos" e farne un marchio commerciale.
Anche in ragione di questo inizio maldestro dei lavori, che ha fatto slittare in avanti la data presunta di realizzazione e distribuzione del film, Unkrich e i suoi collaboratori sono tornati a più riprese in Messico per approfondire il ritratto del personaggio, col risultato che l'iniziale fascinazione per i colori accesi e il clima carnevalesco che caratterizza la festa in oggetto e che "cozza" così perfettamente con il suo contenuto di scheletri e personificazioni della Morte, si è andata arricchendo, a detta degli autori, di suggestioni più profonde e conoscenze sempre più approfondite.

Con queste premesse, e la qualità a cui la Pixar ci ha abituato, Coco, per la regia di Lee Unkrich e la co-regia di Adrian Molina, autore della sceneggiatura, ha tutte le carte per avviarsi a replicare le diciotto precedenti meraviglie d'animazione di un'azienda unica, nata dalla Lucas Film, passata a Steve Jobs (che l'ha battezzata col nome che ce l'ha fatta conoscere e che ancora mantiene) e quindi alla Disney, senza perdere in genialità e autonomia. Primissimo studio a sviluppare un intero lungometraggio in computer grafica, la Pixar è da trent'anni al primissimo posto nel settore e niente sembra minacciare il suo primato. Con Coco i creativi statunitensi affrontano per la prima volta un argomento complesso, finora inesplorato: dopo aver attraversato la superficie del mare, le porte che dividono il mondo dei mostri da quello degli umani, o la barriera che separa il mondo di una ragazzina da quello delle sue emozioni ( Inside Out), è arrivato il momento di varcare un'altra soglia, quella che separa il mondo dei vivi e quello dei morti.